Un cuore da stirare

E quando tutto sembrava aver preso la piega giusta…

La distanza.
Quella che si crea quando una persona decide di andarsene.
Ma anche quella che serve per vedere meglio.
Perché certi paesaggi dell’anima si distinguono solo da lontano.

Negli ultimi tempi sentivo un peso.
Non lo sopportavo più con la stessa leggerezza.
Una zavorra che ogni tanto immaginavo di lasciar cadere, come se potesse bastare per tornare a respirare.

Eppure c’erano momenti belli.
La complicità non era scomparsa, e la passione neppure.
Ma avevamo iniziato ad accumulare.
Tensioni, parole trattenute, piccoli dispiaceri non detti.
Una routine che ci faceva forse sopportare di più, e cercare un po’ meno.
Lo ricordo: un giorno gliel’ho detto chiaramente — “Mi sto spegnendo.”

Mi chiedevo:
Cosa c’è dentro di me?
Cosa non sto facendo, cosa non sto dicendo?
Sentivo un’inquietudine sottile, come se qualcosa dentro di me bussasse da tempo.

Mi incantavo a guardarlo senza farmi notare.
E mi chiedevo: “Ma davvero è il mio compagno?”
Il mio cuore diceva che era bellissimo e batteva più forte.
La mia mente rispondeva:
“Sì, ma non è possibile. Non è reale che questa persona stia davvero con te.”
E così non ci credevo.
Lo sentivo impermanente, e avevo paura.
Vivevo con la sensazione che non fossimo un “noi”.

Allora ho iniziato a trattenere.
Le cose belle. Le cose brutte.
Trattenevo tutto.
C’erano tante dinamiche, tante incomprensioni.
Ma oggi voglio osservare questa parte di me che mi sta dicendo cose che fino a ora non avevo mai compreso.

In Gestalt si chiama integrare le parti interne.
Ascoltarsi.
Mettere in dialogo le proprie polarità.
Solo così può emergere un senso nuovo.

E per assurdo, posso dire che sì: è successo anche a me.
Cuore e mente non andavano nella stessa direzione.
Mi stavo innamorando perdutamente…
…e allo stesso tempo accumulavo fastidio, tensione, rancore.

Negli ultimi giorni insieme, queste due parti si facevano sentire più forti.
Una parte di me era finalmente tranquilla.
Guardavo i suoi occhi e ne percepivo con maggiore meraviglia la profondità.
Mi perdevo in quello sguardo lì.
Avrei voluto fermare il tempo, rimanere lì per sempre.

Le sue mani mi facevano vibrare.
Mi sentivo onorata, fortunata, felice che stringessero le mie.
Quelle emozioni di piacere erano più intense, più forti, in quei giorni lì.

Ma nell’altra polarità saliva il rancore, la paura, il dubbio profondo.
Più una parte si innamorava, più l’altra si faceva forte, si difendeva.
Perché, come spesso accade, quando qualcosa dentro di noi sta per morire, si fa sentire con maggiore intensità: resiste, urla, si aggrappa con tutte le sue forze.
Era come se quella parte, che da sempre proteggeva il mio cuore, sentisse che qualcosa stava cambiando, qualcosa di fragile stava nascendo, e per questo si irrigidiva, alzava muri, impediva di lasciarsi andare.
E gliel’ho sempre detto: non mi sentivo fino in fondo dentro questa storia.
Le resistenze, la paura, erano diventate l’ombra costante che condizionava il mio stare.

La mia parte difensiva era già venuta fuori più volte,
a farci vacillare.

E poi c’è stato quel giorno.

Quella mattina stavo stirando i nostri panni.
Un gesto semplice, ripetitivo, quasi meccanico.
Eppure dentro di me qualcosa si apriva.
C’era una leggerezza nuova, un silenzioso abbandono che non avevo mai conosciuto prima.
Come se, mentre distendevo i tessuti spiegazzati, stessi stirando anche il mio cuore.
Ogni piega, ogni nodo di tensione, si scioglieva piano.
Ero lì, finalmente in pace.
Finalmente “noi”.

L’altra polarità aveva smesso di essere in guerra.
Nessuna gelosia, nessun ingombro, nessuna zavorra.
Ed è proprio in quel momento che ho capito, con una chiarezza profonda e nuova,
che ero innamorata, innamorata davvero.
Che non avevo più bisogno di difendermi.
La paura si era fatta più sottile, la corazza si era allentata.
Ero pronta a fidarmi, a lasciarmi andare senza riserve.

Ho assaporato quello stato per una manciata di ore, un momento raro e prezioso.
Ma poi è finito troppo in fretta, e il dispiacere è stato profondo.
Perché quella parte di me che si era aperta, fragile e innamorata, si è trovata improvvisamente di fronte a una difesa ancora più dura.
Quella stessa parte che mi proteggeva, ora diventava muro, barriera, rifiuto.

Raccontare nel dettaglio ciò che è accaduto dopo sarebbe troppo doloroso.
E forse, in questo momento, non necessario.
Ciò che conta è ciò che ho compreso: che l’integrazione delle polarità non è solo una teoria.
È un processo vitale.
Serve a non farsi sabotare dalle proprie stesse parti.
A volte penso:
Se solo in quel momento ci fosse stato dialogo tra loro —
Se avessi potuto dire a quella parte che non mi serviva protezione —
Che mi stava difendendo dalla persona sbagliata — si, ero fragile in quel momento, ma lui è il mio amore, e non si fa…
Oggi, forse, racconterei un’altra storia.

Credo che le relazioni siano il luogo più potente in cui possiamo crescere.
Migliorare.
Trasformarci.

Lasciare ciò che non serve.
E farne qualcosa di necessario.

Sono in profondo ascolto di me da quando ci siamo fermati.
Non so se adesso le mie parti sono davvero integrate.
Ma hanno dialogato, molto.
Per la prima volta.

E riesco a vedere anche lui meglio, con più lucidità.
Forse per la prima volta.
Senza giudizio.

Non so cosa la vita ci riserverà.
Non so se questo era un passaggio obbligato, un bivio inevitabile.
Non so se le nostre mani si cercheranno ancora.

Ma so, con estrema certezza,
che se succederà…
ripartiremmo dal punto zero
per raccontare tutta un’altra storia.

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