Mi mandava cuoricini. Poi ha fatto i bagagli

Se pensate che l’amore sia un film romantico, fermatevi qui. Qui si parla di tutto quel marasma di emozioni che ti fa chiedere: “Ma sono io o è lui che sta facendo un remake di Dottor Jekyll e Mister Hyde?” Benvenuti nel backstage di una relazione che, diciamocelo, è più caos che comfort.

Due ore prima mi mandava cuoricini. Due ore dopo faceva i bagagli.

Con rabbia, sì. Dopo una crisi vera. Di quelle in cui ti dici cose che fanno male e che ti rimbombano nelle orecchie anche mentre chiudi la porta. Nessun addio teatrale, nessuna telenovela. Solo quel gesto definitivo. Lui, che se ne va. Fine.

Io, come sempre, sono quella che legge. Che da sempre prova a capire come funzioniamo, come ci incasiniamo, come ci smarriamo. La mente mi è sempre sembrata un puzzle che voglio ricomporre. Leggo tanto. Per mestiere, per passione, per tentare di tenere insieme i pezzi.

Qualche giorno prima che lui se ne andasse, stavo leggendo “A tua insaputa”, un libro che esplora quanto le nostre scelte siano guidate dall’inconscio. C’era un passaggio che mi ha colpita. Parla della rabbia che proviamo mentre guidiamo: la prima volta che qualcuno ci taglia la strada, ci irritiamo. La seconda volta un po’ di più. Alla terza, cominciamo a scalpitare. Alla quarta si stringono i pugni. Alla quinta… si esplode.

Eppure, ognuno di loro ti ha fatto un torto solo una volta.

William James lo chiama “somma di stimoli”. Non reagiamo all’evento singolo, ma all’accumulo. È la ripetizione che ci logora. La memoria delle emozioni ci trasforma. Si accumula come polvere nei filtri. E alla fine, il sistema cede.

E allora forse io non ero la causa. Ero solo la quinta macchina.

Quella che ha beccato lo scoppio, lo sfogo, la saturazione. Magari per qualcosa che ho detto che gli risuonava in modo spropositato. Relazioni precedenti, rancori, fallimenti, aspettative bruciate. Io sono arrivata quando l’isola ecologica era già sommersa, e nessuno nel frattempo era passato a ripulirla.

E forse, questo, l’universo ha cercato di insegnarmelo. A modo suo. Brutale, ma efficace.

Perché sì, con me c’era insofferenza. Lo sentivo. Quella frase ricorrente: “questo non lo voglio, questo non fa per me”. Una lista infinita di no che sembrava più vecchia della nostra storia. Noi discutevamo, anche spesso. Ma ogni volta sembrava che le nostre liti si portassero dietro fantasmi che non erano miei. Non era impazienza verso di me. Era impazienza sedimentata, trasformata in cronica allergia al conflitto.

Diceva di avere pazienza, ma la pazienza non è solo non sbattere la porta. La pazienza non è restare mentre ti logori dentro. Non è dire “va bene” mentre in silenzio annoti tutto su una lavagna emotiva, finché un giorno ti svegli e decidi di cancellare tutto. Anche me.

Da fuori poteva sembrare uno sbalzo inspiegabile. Bipolare. Dottor Jekyll e Mister Hyde. Due ore prima amore. Due ore dopo dismissione. Ma quando conosci le dinamiche del trauma accumulato, della mente affaticata che non ha più margine di tolleranza, capisci che non c’è niente di misterioso.

Certo, non sono una santa. Anche io ho le mie puntate da Desperate Housewives, i miei drammi per un cassetto lasciato aperto, le mie arringhe da salotto mentre preparo la cena.

Ma ci provo. A non far pagare a chi ho accanto ciò che mi hanno lasciato altri.

Lui, forse, non lo sapeva. Forse non gliel’ha mai spiegato nessuno. Che se non svuoti l’isola ogni tanto, prima o poi esplodi. E a farne le spese sarà chi ti ama. Anche se ti manda solo un cuore. Anche se ti chiede solo di restare.

Io, nel frattempo, raccolgo. Le teorie, i segnali, i cocci. Li studio, li osservo, ci rifletto. Non perché io sia immune, ma perché almeno voglio sapere dove finisco io e dove iniziano le ombre che mi porto dietro.

Non so ancora cosa farne di tutto questo. Ma so che ogni tanto, a forza di studiare il traffico emotivo, qualcosa impari. Tipo che se qualcuno ti taglia la strada per l’ennesima volta, forse non serve esplodere. A volte puoi anche accostare, tirare giù il finestrino, e farti una risata.

O almeno provarci. Che l’universo, nel frattempo, continua a giocare a scacchi. Ma io, a volte, preferisco giocare a dama. Le regole sono più semplici. E si salta lo stesso.


Alla fine, la mia macchina metaforica si è beccata tutta quella rabbia, tutta quella somma di stimoli che non le spettava. Lei ha sobbalzato, ha strillato, ha pagato il prezzo di tutte quelle indisciplinate che gli avevano tagliato la strada prima di me.

Io, di verità in tasca, ne ho poche. Nessuna formula magica, nessuna spiegazione definitiva. Solo una certezza: per ora, per non sbagliare, mi sono comprata una macchina nuova, vera.

Perché se devo ripartire, voglio farlo con stile.

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