Da quando ho aperto questo blog, l’universo ha deciso di collaborare con una dedizione francamente sospetta. Io pensavo di scrivere partendo da ricordi, letture, vecchi disastri sentimentali accuratamente stagionati, magari con quella giusta distanza che permette di sembrare profonde senza sembrare devastate. Invece no. La vita, evidentemente, preferisce il materiale fresco.
Freschissimo.
Quasi sanguinante.
Ci sono giorni in cui non si limita a darti un argomento, ma ti costruisce una sceneggiatura intera, con tanto di simboli, coincidenze e quel gusto un po’ sadico per i dettagli che ti fa pensare che, se l’universo fosse una persona, avrebbe sicuramente un problema con i confini.
La mattina finisce una storia.
E già qui potremmo fermarci, perché quando finisce una storia non finisce mai solo una storia. Finisce una geografia. Finiscono abitudini minuscole, un odore, un corpo che conoscevi, un modo di cercarti, messaggi che aspettavi senza ammettere di aspettarli, pezzi di futuro che magari non avevi nemmeno arredato bene, ma intanto avevi lasciato lì due sedie e una pianta.
La mattina mi lascia A.
Il pomeriggio esco per fare una cosa qualsiasi, una di quelle commissioni banali che la vita pretende anche quando tu vorresti solo essere esonerata dall’esistenza per lutto sentimentale. Perché il mondo non si ferma.
Non dice: “Poverina, oggi niente tabaccaio, niente supermercato, niente sacchetti biodegradabili che si rompono mentre hai il cuore distrutto”. No.
Il mondo continua, con una mancanza di tatto quasi amministrativa.
E fuori da un tabaccaio mi ferma uno sconosciuto.
Mi chiede un’informazione sull’autobus, io rispondo come posso, con quella gentilezza automatica che abbiamo quando siamo fisicamente presenti ma emotivamente disperse in più continenti. Lui resta lì, comincia a parlare, si racconta. Poi si presenta.
Si chiama A.
Naturalmente.
Perché se la vita avesse avuto un minimo di eleganza avrebbe scelto un altro nome, una variante, un dettaglio meno preciso. Invece no.
La mattina mi lascia A. e il pomeriggio arriva un altro A. a raccontarmi che anche lui è stato lasciato.
A quel punto non sai se ridere, piangere o chiedere all’universo di abbassare un attimo il volume della simbologia.
Perché certe coincidenze non accarezzano il pensiero. Feriscono quasi la carne.
Sono troppo esatte per essere ignorate e troppo crudeli per essere romantiche.
Quest’uomo mi racconta la sua storia. Una donna più giovane, arrivata da lontano, qualche mese insieme, poi la partenza, la delusione, quella sensazione amara di aver dato qualcosa che forse l’altro non ha saputo, potuto o voluto custodire. Io lo ascolto con il cuore ancora aperto dalla mattina, e mentre lui parla della sua ferita, dentro di me ne pulsa un’altra.
La mia.
Quella fresca.
Quella che non ha ancora trovato una postura dignitosa.
E lì capisco una cosa che forse sapevo già, ma che quel giorno mi è arrivata addosso senza chiedere permesso: nelle relazioni non entriamo mai da soli. Entriamo con tutto il nostro corteo interno, anche quando all’inizio facciamo finta di essere venuti leggeri.
Entriamo con il vestito carino, il profumo giusto, la battuta pronta, il desiderio, la voglia di piacere, il corpo che si accende. Ma insieme a noi entrano anche le ferite. Solo che loro, a differenza nostra, non hanno nessuna intenzione di comportarsi bene.
All’inizio stanno abbastanza zitte. Forse perché l’inizio è quella fase meravigliosa e truffaldina in cui tutti sembriamo più risolti di quanto siamo. Siamo brillanti, erotici, generosi, profondi al punto giusto, leggeri quanto basta.
Anche i difetti sembrano interessanti. La distanza sembra mistero, l’insicurezza sembra tenerezza, la gelosia sembra passione, la diversità sembra ricchezza, e noi, poveri ingenui con anni di esperienze alle spalle e zero memoria emotiva, pensiamo: questa volta sarà diverso.
Poi l’amore si avvicina davvero.
E appena si avvicina, le ferite tirano fuori una sedia e cominciano a partecipare alla conversazione.
Il problema è che le ferite parlano malissimo.
Non dicono: “Ho paura di non essere vista”. Dicono: “Tu non mi vedi”.
Non dicono: “Mi sento piccolo davanti a te”. Dicono: “Mi fai sentire sbagliato”.
Non dicono: “Temo di non bastarti”. Dicono: “Tu vuoi sempre qualcosa di più”.
Non dicono: “Resta, anche se adesso sto chiedendo male”. Dicono qualcosa di storto, duro, goffo, magari perfino ingiusto, e lo dicono proprio alla persona che vorrebbero raggiungere.
È così che molte storie cominciano a rompersi.
Non sempre perché manca amore.
A volte perché l’amore c’è, ma deve farsi strada in mezzo a un traffico indecente di paure, vergogne, orgogli, aspettative, vecchi abbandoni, vecchie umiliazioni e antiche strategie di sopravvivenza che funzionavano benissimo a sette anni, ma a quarant’anni dentro una relazione fanno più danni di un ex con accesso alle stories.
Una persona chiede presenza e all’altra arriva accusa. Una chiede profondità e all’altra arriva disprezzo. Una prova a dire “guardami meglio” e l’altra sente “non sei abbastanza”. Una mostra il sangue e l’altra pensa di essere il coltello.
E allora ci si difende.
Chi attacca.
Chi scappa.
Chi fa silenzio.
Chi svaluta.
Chi si chiude.
Chi fa la superiore con la stessa eleganza con cui un gatto cade da un mobile e finge che fosse previsto.
Poi, quando qualcuno se ne va, succede la cosa più crudele di tutte: tutto quello che ti irritava, tutto quello che ti stringeva, tutto quello che ti sembrava limite, va improvvisamente sullo sfondo. E davanti resta l’amore.
Resta il corpo.
Restano le mani.
Resta il modo in cui ti cercava.
Resta quella parte bellissima che c’è stata e che non puoi cancellare solo perché è finita.
Ed è lì che ti chiedi se hai sbagliato. Se hai fatto parlare troppo la ferita. Se hai chiesto amore con parole che sembravano critica. Se hai fatto sentire piccolo qualcuno che, forse, avresti solo voluto sentire più vicino. Se mentre cercavi di essere vista, hai smesso per un attimo di vedere lui.
E questa domanda fa male perché non è comoda. Non ti mette né sul trono della vittima né sul banco degli imputati. Ti mette in quel posto molto più scomodo, molto più adulto e decisamente meno instagrammabile in cui capisci che puoi avere sofferto e avere ferito. Puoi avere amato e avere sbagliato tono. Puoi essere stata vera e non essere stata facile da amare.
Lo sconosciuto fuori dal tabaccaio non mi ha consolata. Diciamolo pure: la consolazione, in certi giorni, dovrebbe arrivare sotto forma di miracolo, bonifico o ritorno dell’uomo amato, non sotto forma di signore alla fermata dell’autobus.
Però mi ha spostato lo sguardo.
Mi ha ricordato che ogni storia finita ha almeno due ferite che provano a raccontarsi.
La mia, quella dell’uomo che amo.
La sua, quella dell’uomo sconosciuto.
E chissà quante altre, in giro, nello stesso pomeriggio, con persone che comprano sigarette, fingono di stare bene, rispondono educate, guidano, fanno la spesa, salutano i vicini, e dentro hanno un’intera casa crollata.
Forse il punto è questo: non siamo difficili da amare perché siamo sbagliati. Siamo difficili da amare perché siamo feriti.
E la ferita, quando non viene riconosciuta, diventa carattere, diventa tono, diventa difesa, diventa frase detta male, diventa porta sbattuta, diventa “non ho più voglia”, diventa “sei troppo”, diventa “non sono abbastanza”.
Poi qualcuno decide di non restare.
A volte per proteggersi.
A volte per orgoglio.
A volte perché non può.
A volte perché non vuole.
A volte perché ama, ma non riesce a reggere il rumore che fanno due ferite quando si toccano nello stesso punto.
E chi resta si ritrova con tutto l’amore in mano, senza sapere dove metterlo.
Io oggi non ho una morale elegante da offrire, e francamente diffido sempre un po’ delle persone che trovano una morale troppo in fretta dopo essersi rotte il cuore. Ho solo una coincidenza assurda, un nome ripetuto due volte nella stessa giornata, un uomo che amo e che se n’è andato, e la sensazione che la vita, quando vuole farti capire qualcosa, non scelga mai il momento in cui sei emotivamente pettinata.
Arriva fuori da un tabaccaio.
Con uno sconosciuto.
Con lo stesso nome.
E ti lascia lì, a pensare che forse l’amore è davvero questa cosa complicatissima e quasi comica: due persone piene di ferite che cercano di toccarsi senza farsi male e, proprio perché lo desiderano tantissimo, spesso sbagliano punto, parola, tempo, forza.
Poi qualcuno se ne va.
Qualcuno resta.
Qualcuno racconta.
Qualcuno ama ancora.
E io oggi amo ancora.
Amo un uomo che forse non sono riuscita a far sentire abbastanza grande dentro il mio sguardo, mentre io avrei solo voluto essere vista nel mio punto più fragile. Amo la parte bella che c’è stata, amo ciò che il corpo ricorda, amo ciò che non riesco ancora a lasciare andare. Non so se questo amore cambierà qualcosa, non so se arriverà dove vorrei, non so se basterà a riaprire una porta.
So solo che esiste.
E forse, quando una storia finisce, l’unica cosa onesta che possiamo fare è non tradire ciò che è stato solo perché non ha saputo restare. Dire che ha fatto male, sì. Dire che non ha funzionato, forse. Dire che ci siamo feriti, anche. Ma dire anche che non tutto ciò che finisce era falso, che non tutto ciò che si perde era sbagliato, che a volte due persone si amano davvero e si perdono lo stesso, perché le loro ferite hanno parlato troppo forte e nessuno dei due, in quel momento, è riuscito a sentire abbastanza bene l’amore sotto il rumore.
La vita, cinica come una scrittrice senza pietà, oggi ha preso appunti.
Io pure.
Solo che lei ha scritto una coincidenza.
Io sto cercando di scrivere un amore.
Elena M




























