Il famoso calendario dell’amore

C’è una domanda che mi accompagna da qualche giorno e che, come tutte le domande interessanti, è arrivata senza chiedere il permesso. Non durante una conferenza sulla parità di genere, non leggendo un saggio di psicologia e nemmeno davanti all’ennesimo post sui social scritto da qualcuno che ha improvvisamente deciso di spiegare come funzionano gli esseri umani dopo aver letto due citazioni di Freud su Instagram. È arrivata in un momento qualsiasi, di quelli in cui la vita ti mette davanti a qualcosa che credevi di aver già risolto e invece scopri che è ancora lì, silenzioso, nascosto dietro una convinzione che non sapevi nemmeno di avere.
Mi sono chiesta dove si possa acquistare il famoso calendario dell’amore.
Davvero, se qualcuno sa dove lo vendono me lo dica, perché dev’essere un’edizione limitatissima.

Io continuo a non trovarlo da nessuna parte eppure sembra che moltissime persone ne abbiano una copia perfettamente aggiornata, completa di istruzioni per l’uso.

Dev’esserci scritto dopo quanti giorni un bacio diventa romantico senza essere impulsivo, quando una carezza smette di essere una pessima idea e, soprattutto, in quale data una donna possa finalmente vivere la propria intimità senza che qualcuno inizi a chiedersi se abbia sbagliato i tempi.
È curioso, perché quel calendario nessuno l’ha mai visto, ma tutti sembrano sapere perfettamente come funziona.
Più ci penso e più mi accorgo che il problema non è nemmeno il calendario. Il problema è che continuiamo a comportarci come se esistesse davvero, affidandogli un potere che non merita.

Gli chiediamo di dirci quando un sentimento sia credibile, quando una scelta sia rispettabile e, guarda caso, quasi sempre quando la protagonista è una donna.

Perché quando è un uomo a lasciarsi guidare dal desiderio la conversazione cambia improvvisamente tono: si parla di chimica, di spontaneità, di carattere, perfino di fascino. Quando invece è una donna, il tempo diventa protagonista e quella parola, “troppo”, comincia a mettersi comoda al centro della scena, con l’aria soddisfatta di chi crede di avere finalmente trovato una spiegazione.


Trovo sempre affascinante questa parola, perché non racconta mai davvero ciò che è accaduto, racconta soltanto il modo in cui qualcuno ha deciso di interpretarlo.
Ed è qui che, secondo me, accade qualcosa di estremamente interessante: lo stereotipo non nasce perché qualcuno osserva una persona, ma esattamente nel momento in cui smette di farlo.

Osservare è un’attività sorprendentemente impegnativa, significa mettere da parte ciò che pensiamo di sapere, restare abbastanza a lungo da permettere all’altro di manifestarsi, accettare persino l’idea che ciò che avevamo immaginato possa rivelarsi completamente diverso. È un esercizio che richiede pazienza, presenza e una qualità che stiamo lentamente perdendo: la curiosità.
Lo stereotipo, invece, è l’esatto contrario della curiosità, un osservatore terribilmente pigro che guarda un fotogramma e si convince di aver visto il film, ascolta una frase e pensa di conoscere il romanzo, incontra una persona e, nel giro di pochi secondi, sostituisce tutto ciò che ancora non conosce con ciò che ha già deciso di credere. È una scorciatoia e, come tutte le scorciatoie, fa risparmiare tempo, ma raramente porta nel posto giusto.
Forse è questo che mi dispiace degli stereotipi, non tanto il giudizio, perché quello, purtroppo, accompagna gli esseri umani da sempre, quanto la facilità con cui riescono a cancellare tutto il resto.

Prima di una scelta possono esserci stati giorni di dialoghi che hanno fatto sentire due persone finalmente comprese, silenzi capaci di mettere pace invece che imbarazzo, una fiducia costruita senza quasi accorgersene, una delicatezza rara, quella sensazione bellissima di poter abbassare le difese senza la paura che qualcuno ne approfitti. Possono esserci stati il desiderio, la cura, la presenza costante, il rispetto. Può esserci stata persino quella leggerezza che arriva quando smetti di controllarti e ti accorgi che, per una volta, puoi semplicemente essere.
Ed è proprio qui che continuo a farmi una domanda: che fine fanno tutti quei colori?
Perché è questo che siamo, in fondo, una tavolozza complessa, fatta di sfumature che acquistano significato soltanto quando vengono osservate insieme. Ogni colore racconta qualcosa, ma è solo accanto agli altri che rivela davvero il quadro. Eppure basta un solo gesto e, improvvisamente, sembra che tutto il resto perda importanza.
È una cosa che continuo a trovare curiosa. Passiamo una vita a dire che le persone non vanno giudicate dalle apparenze e poi ci basta un episodio per convincerci di averle comprese. Deve essere una forma di ottimismo straordinaria quella che ci fa credere di capire un essere umano così in fretta.
Forse gli stereotipi piacciono proprio per questo: sono economici, consumano poca energia e ti evitano la fatica di fare domande, cambiare idea, restare abbastanza a lungo da scoprire che la persona che hai davanti è molto più interessante dell’etichetta che le avevi appiccicato. Il problema è che, ogni volta che scegliamo la comodità di uno stereotipo, rinunciamo inevitabilmente a qualcosa: alla possibilità di essere sorpresi, alla complessità, all’incontro.
Ed è qui che questo stereotipo diventa particolarmente ingiusto nei confronti delle donne, perché continua a valutare una scelta senza concedersi la curiosità di comprenderne il significato. Non importa se dietro ci siano stati fiducia, rispetto, presenza, desiderio, una libertà conquistata con fatica oppure semplicemente un modo autentico di vivere l’altro; tutto questo rischia di scomparire, perché una categoria è molto più semplice da gestire di una persona.
La verità è che lo stesso gesto può raccontare storie diversissime. Può parlare di fragilità, di coraggio, di ingenuità, di amore, di libertà, di bisogno, di fiducia, oppure di nessuna di queste cose, ed è proprio questo il punto: non possiamo saperlo.

Quando crediamo di saperlo in anticipo, probabilmente non stiamo osservando la persona, ma il pregiudizio con cui siamo arrivati all’incontro.
Forse la vera maturità non consiste nell’imparare nuove definizioni, ma nel diventare abbastanza curiosi da sospenderle. Perché ogni volta che scegliamo un’etichetta prima di conoscere una persona, non stiamo raccontando lei, stiamo raccontando noi, il nostro bisogno di semplificare, la nostra fretta, le nostre convinzioni.
Ed è un peccato, perché gli esseri umani sono infinitamente più interessanti delle categorie che inventiamo per contenerli.
Per questo continuo a pensare che il problema non sia mai lo stereotipo in sé, ma chi lo preferisce alla persona. Se qualcuno continua a guardarti attraverso una categoria, senza concedersi il tempo di scoprire chi sei davvero, non sta perdendo una discussione, non sta difendendo un principio, non sta semplicemente “avendo un’opinione”. Sta perdendo te.
E chi sceglie uno stereotipo invece di una persona non vale il tuo tempo.

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