Idealizzazione in amore: quando iniziamo a conoscere davvero la persona di cui ci siamo innamorati
Stamattina ero in ufficio davanti a una piattaforma che, dopo avermi lasciata entrare senza problemi, ha deciso che la pagina successiva non esisteva, quella dopo ancora sì, poi ha smesso di riconoscere una funzione che usavo da mesi e infine, dopo un aggiornamento del browser, è tornata perfettamente collaborativa, come se niente fosse.
L’ho guardata con un certo risentimento.
«Sei bipolare.»
Naturalmente non lo è. Il disturbo bipolare è una cosa seria, quindi nessuna diagnosi a Chrome, ai server regionali o agli esseri umani che cambiano umore prima del secondo caffè. Però mi sono accorta che quella parola continuava a tornarmi in mente nel suo significato più casalingo e scorretto: quello che usiamo quando qualcosa ci mostra due facce così diverse da farci dubitare di aver capito con cosa abbiamo a che fare.
Probabilmente la piattaforma non c’entrava niente.
La sera prima mi era successa più o meno la stessa cosa guardando una persona.
Niente di drammatico. È questo il bello, anzi. Nessuna rivelazione da prima serata, nessun messaggio trovato per caso, nessun rossetto sulla camicia, che nel 2026 sarebbe quasi vintage. Solo alcuni modi di fare, una certa strafottenza, una rabbia che continuo a trovare piuttosto stupida e quella sensazione molto particolare che arriva quando guardi qualcuno che conosci e pensi: strano, non mi ricordavo questa parte.
Il fatto è che quella persona l’avevo conosciuta attraverso caratteristiche molto diverse. Affettuosa, romantica, fisicamente presente, persino morbosamente appiccicosa. E quest’ultima cosa dovrebbe forse farmi riflettere sui miei gusti prima ancora che sui suoi comportamenti, perché ciò che per buona parte dell’umanità è un principio di soffocamento, per me ha inspiegabilmente il fascino di una coperta in pile.
Comunque mi piaceva.
Mi piaceva quella vicinanza quasi eccessiva, anche perché non richiedeva interpretazioni. Nessun rebus, nessuna necessità di convocare tre amiche per stabilire cosa intendesse con «ci sentiamo dopo», nessuna archeologia del messaggio visualizzato alle 18:42 e risposto alle 19:16. C’era presenza, e io alla presenza tendo ad attribuire una quantità di qualità accessorie che probabilmente non sono comprese nel prezzo.
Poi succede una cosa piuttosto seccante: continui a frequentare qualcuno e cominci a conoscerlo.
Un rischio di cui si parla pochissimo.
All’inizio è molto più facile. Hai pochi elementi, generalmente gradevoli, e con quelli costruisci una persona intera. Se è affettuoso, nella tua testa diventa anche sensibile. Se ti cerca molto, evidentemente sa stare in una relazione. Se vuole vederti spesso, non ha paura dell’intimità. Se ti ascolta mentre racconti una cosa successa al lavoro e fa pure una domanda pertinente, gli attribuisci all’istante una maturità emotiva superiore alla media nazionale.
È straordinario quanto poco ci serva. Un buongiorno costante, una mano cercata al momento giusto, qualche conversazione interessante e due weekend ben riusciti bastano a farci compilare mentalmente anche le parti del curriculum che non abbiamo ancora verificato.
Poi diciamo che abbiamo «sentito qualcosa».
Certo che abbiamo sentito qualcosa. Una parte era lui, una parte eravamo noi e un’altra era l’arredatrice d’interni che vive nel nostro cervello e che, appena vede tre caratteristiche compatibili, prende le misure per le tende.
Il prosciutto sugli occhi, in fondo, non ci impedisce di vedere. Migliora la fotografia. Smussa, seleziona, dà una luce calda. È il filtro Parigi delle relazioni sentimentali.
Poi arriva la luce del bagno.
E lì la faccenda cambia parecchio.
Perché la stessa persona capace di una tenerezza quasi ridicola può avere una rabbia che ti irrita. Quello che sembrava incapace di stare a cinquanta centimetri da te può anche volersene stare per conto suo. Quello che ti faceva sentire cercata può avere bisogno, ogni tanto, di vedere se sei capace di cercare tu.
Ed è lì che compare il grande classico: «Ma prima non eri così».
Una frase che contiene una certezza meravigliosa: io ti avevo capito.
Dopo tre settimane.
Del resto siamo esseri umani. Per capire noi stessi impieghiamo quarant’anni, percorsi terapeutici, crisi esistenziali e almeno un taglio di capelli sbagliato, ma per capire un uomo che ci piace bastano due aperitivi e un weekend riuscito particolarmente bene.
Il problema è che forse prima era esattamente così. Solo che non era ancora capitata l’occasione di mostrarcelo.
Questa possibilità mi infastidisce molto più dell’idea che qualcuno sia cambiato, perché se è cambiato posso almeno protestare con il servizio clienti. Se invece era già tutto lì, devo ammettere di aver comprato il prodotto guardando soltanto il fronte della confezione.
E magari il fronte era verissimo.
È questa la fregatura.
La dolcezza può essere stata vera. La presenza anche. Quella voglia di stare insieme, pure. Solo che una persona non è la somma delle cose che ci sono piaciute per prime, e prima o poi nella stanza entrano anche la parte che si arrabbia male, quella che si chiude, quella che ha paura, quella egoista, quella insicura e quella che vuole essere rassicurata pur avendo trascorso mesi a comportarsi come se fosse venuta al mondo già perfettamente risolta.
La cosa irritante è che non possiamo nemmeno scegliere quale sia la versione autentica.
Lo sono tutte.
Quello che ti stringeva forte non scompare perché un giorno si comporta male, ma quello che un giorno si comporta male non viene automaticamente assolto perché sa stringerti forte. Il pacchetto purtroppo è unico. Sarebbe una clausola da inserire nei contratti sentimentali, possibilmente subito sopra la firma e non in corpo 6 a pagina diciassette.
Ieri sera credo di essere inciampata proprio lì. Non in qualcosa di enorme, ma in una stonatura.
E le stonature sono forse più destabilizzanti delle grandi rotture, perché non sai bene che farne. Se succede qualcosa di gravissimo almeno hai una categoria: puoi indignarti, piangere, chiamare un’amica e utilizzare parole definitive. Quando invece vedi semplicemente una parte che non ti piace, rimani lì a osservarla come davanti a un ingrediente sospetto in frigorifero, senza ricordare né quando l’hai comprato né quale fosse il progetto iniziale.
Butto, assaggio o aspetto?
La notte, evidentemente soddisfatta del livello di analisi già raggiunto, la mia testa ha deciso di fare gli straordinari e mi ha regalato un sogno in cui venivo scartata proprio dopo essermi esposta.
Molto sottile.
Grazie!
Mi sono svegliata con quella sensazione addosso e qualche ora dopo stavo accusando una piattaforma di non riuscire a decidere chi volesse essere.
A quel punto mi sono accorta di una cosa: quando vediamo cambiare qualcosa nell’altro, la prima indagine la apriamo quasi sempre su noi stesse.
Mi vuole ancora? Gli piaccio come prima? Ho fatto qualcosa?
Basta che l’altro cambi leggermente espressione e noi istituiamo una commissione parlamentare interna, con audizioni, ricostruzione dei fatti e accesso agli atti degli ultimi tre mesi.
Io, almeno, ho una certa esperienza nel settore. Ripercorro conversazioni, confronto comportamenti, cerco il momento esatto in cui qualcosa potrebbe essere cambiato e, se non lo trovo, torno indietro con maggiore precisione, come se da qualche parte dovesse esistere il fotogramma esatto in cui si vede l’amore diminuire.
È un hobby economico, ma occupa moltissimo tempo.
Stamattina però, tra un refresh e l’altro, la domanda si è girata.
Io sto passando tutto questo tempo a capire se piaccio ancora come prima. Ma quello che vedo adesso piace ancora a me?
Questa domanda è molto meno romantica e anche leggermente maleducata, perché cambia improvvisamente il soggetto dell’indagine.
Non significa pretendere che una persona ci piaccia in ogni sua parte. Se questo fosse il requisito, credo che la specie umana avrebbe smesso di riprodursi parecchio tempo fa. Significa capire quali parti dell’altro possiamo incontrare senza dover continuamente fingere che non esistano.
Perché «accettare qualcuno per quello che è» suona benissimo scritto in corsivo sotto una foto al tramonto. Nella vita reale può voler dire scoprire che capisco perfettamente la tua rabbia e continuo a non desiderare di frequentarla, che rispetto il tuo bisogno di distanza senza sviluppare improvvisamente una passione per gli uomini distanti, che riconosco le tue fragilità senza candidarmi come assistenza clienti ufficiale.
Capire qualcuno, del resto, è una faccenda pericolosa. Quando riesci a vedere cosa c’è dietro un comportamento, è facilissimo convincerti che, siccome ne comprendi l’origine, dovresti anche tollerarne gli effetti.
Ma capire non rende automaticamente compatibili.
Altrimenti basterebbe sapere perché le zanzare pungono e potremmo finalmente dormire con la finestra aperta.
Forse conoscere davvero qualcuno comincia quando smettiamo di dover decidere se sia meraviglioso oppure terribile e accettiamo la possibilità, molto meno cinematografica, che sia entrambe le cose in proporzioni variabili. Può contenere esattamente ciò che avevamo desiderato e, nello stesso pacchetto, qualcosa che non avremmo mai messo volontariamente nel carrello.
E naturalmente noi possiamo fare altrettanto, dettaglio che preferirei non approfondire ma che la correttezza intellettuale mi impone almeno di segnalare.
Magari mentre io guardo una sua nuova parte pensando «questa da dove è uscita?», lui sta facendo la stessa cosa con me.
Probabilmente con una lista più lunga.
Forse dopo l’inizio succede semplicemente questo: sotto il personaggio comincia a comparire l’essere umano.
Ed è lì che la questione diventa interessante, perché non dobbiamo necessariamente perdonare tutto, scappare alla prima crepa o convincerci che l’amore vero consista nel trovare adorabile qualsiasi difetto. Dobbiamo soltanto vedere abbastanza bene da capire se quella persona, adesso che la luce è accesa anche in bagno, ci piace ancora nel suo insieme.
La piattaforma, nel frattempo, ha ripreso a funzionare perfettamente.
Io un po’ meno.
Però ho smesso di aggiornare la pagina.
Forse alcune cose non hanno bisogno di tornare come le avevamo viste all’inizio.
Hanno solo bisogno che smettiamo di usare il filtro Parigi.
E accendiamo la luce del bagno.
Elena M

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