A volte la psiche non vuole spaventarci. Sta andando a recuperare qualcosa che abbiamo lasciato indietro. E naturalmente lo fa alle quattro del mattino, perché evidentemente gli orari d’ufficio non le interessano.
Qualche tempo fa avevo già scritto dei miei sogni e della loro discutibile abitudine di occuparsi della mia vita sentimentale e psicologica senza essere stati formalmente incaricati.
Evidentemente il mio inconscio ha apprezzato l’attenzione e, come chiunque riceva un minimo di visibilità, si è montato la testa.
Così questa notte ha deciso di alzare il budget: comparse, amici di un ex, festa a tema, casa d’infanzia, madre emotivamente discutibile, figlio disperso, pozzo artesiano e attrezzatura da soccorso.
Praticamente Jung con una produzione Netflix.
La sera prima, peraltro, avevo avuto una di quelle giornate in cui essere una donna adulta, indipendente, consapevole, madre, lavoratrice e discretamente funzionale comincia a sembrare un progetto sopravvalutato.
Avevo espresso un desiderio rivoluzionario: volevo piangere abbracciata a qualcuno. Niente soluzioni, niente analisi, niente «vedrai che passa». Un abbraccio e un pianto.
Poi, siccome decenni di autosufficienza emotiva non si cancellano con qualche anno di terapia e una discreta conoscenza della Gestalt, avevo aggiunto:
«Non preoccuparti. Sono abituata. Mi faccio un pianto e mi riprendo da sola. È una vita che faccio così.»
Il mio inconscio, evidentemente, ha preso la frase come una provocazione.
Io ero beige
Nel sogno sono con una parte della comitiva del mio ex.
Ci sono persone che conosco e altre nuove. A un certo punto alcuni di noi entrano in un locale.
Dentro sono tutti vestiti di blu e bianco, con fantasie strane, floreali, vagamente araldiche, io sono beige.
Che già potrebbe essere il titolo della mia autobiografia.
La cosa interessante è che non mi sento sbagliata, mi piaccio beige. Sono soltanto completamente fuori posto.
Guardo il locale, guardo loro e penso sostanzialmente: bella iniziativa, ma anche no.
Esco.
Anche gli altri che erano entrati con me hanno avuto la stessa impressione. Ci ritroviamo fuori, commentiamo quella specie di festa a tema alla quale evidentemente nessuno ci aveva invitati e, piano piano, la serata si scioglie.
Le persone salutano e io torno verso casa.
Ma non quella di oggi.
Quella in cui sono cresciuta.
Naturalmente è buio, il mio inconscio non poteva ambientare tutto alle undici del mattino con un prosecco.
Prima, però, qualcosa si separa
Incontro due persone della comitiva a cui sono affezionata.
Nel sogno sono distanti. Uno è serio, silenzioso, l’altra accenna appena un sorriso. Quando finalmente si incontrano, si guardano con una tristezza che non capisco.
Quasi non parlano.
Io li lascio lì ed entro nel pagliaio.
Da bambina ci giocavo. La casa apparteneva alla realtà, agli adulti, alle regole, il pagliaio era diverso: lì potevo inventare, immaginare, fantasticare, essere più libera.
E proprio lì trovo un pozzo, sul pavimento di terra.
All’inizio penso che dentro ci sia mia madre.
«Mamma, cosa hai combinato?»
Domanda ambiziosa, considerando che per rispondere esaustivamente sarebbe servita almeno una miniserie.
Sento una voce.
Per qualche secondo penso la cosa peggiore possibile: mio figlio è morto.
Mi si ferma il cuore.
Guardo dentro terrorizzata, soprattutto perché immagino che il pozzo sia profondissimo, che sia troppo tardi, che non possa fare niente.
Invece no.
Mio figlio è lì, vivo, completamente coperto di fango.
È triste, parla piano, con una voce bassa, quasi rassegnata. Ma non è immobile, sta cercando una soluzione.
Perché evidentemente l’autonomia nella mia famiglia non è un tratto caratteriale, è ereditaria.
Ovviamente ho una corda
Appena capisco che è vivo cambia tutto. Ho paura, ma mi attivo, mi accorgo che il pozzo non è così profondo come avevo creduto e che posso raggiungerlo.
Gli dico:
«Non preoccuparti. Sono qui.»
Mi giro e dietro di me c’è una corda. Solida, lunga, perfetta.
Perché certo che c’è.
Io ho sempre una corda.
Ho corde emotive, organizzative, economiche, logistiche. Se mi lasciate abbastanza tempo probabilmente organizzo anche l’evacuazione dell’edificio, individuo il responsabile della sicurezza e preparo il verbale.
Gli dico che lo tirerò fuori.
Lui, ancora completamente ricoperto di fango, mi dice:
«Ho bisogno di una doccia.»
Ed è una delle frasi che mi sono rimaste più addosso, perché lui sa che uscirà. È ancora nel pozzo e sta già pensando a dopo: alla doccia, a togliersi il fango, alla vita fuori.
Comincio a preparare la corda.
E mi sveglio.
Sudata, cuore a mille.
Ma qui succede una cosa strana: a giudicare dalla trama avrei dovuto svegliarmi devastata, invece mi sono svegliata con una carica assurda, piena di energia e di un entusiasmo che non aveva apparentemente alcuna relazione con il fatto che avessi appena trascorso la notte a cercare mio figlio in fondo a un pozzo.
Razionalmente: incubo.
Il resto di me, a quanto pare: ottimo lavoro, squadra.
L’inconscio ha un modo tutto suo di comunicare, e, evidentemente, anche di festeggiare.
Poi sono andata in terapia e la situazione è degenerata
Racconto il sogno alla mia psicoterapeuta.
Mi ascolta e poi mi propone un esercizio:
«Adesso raccontalo di nuovo, ma considera che tutte le persone del sogno sei tu.»
Prego?
Tutte.
Quelli vestiti di blu, quella beige, gli amici, le due persone che si guardano tristemente, mia madre, mio figlio. Io.
Tutti Elena.
Ricomincio.
Io sono quella beige, ma sono anche quelli vestiti di blu, sono quella che appartiene e quella che non appartiene, quella che entra e quella che esce, sono le due persone che si vogliono bene e sembrano non riuscire più a raggiungersi.
Sono mia madre.
Sono mio figlio.
Sono quella sopra il pozzo.
E sono quella dentro.
A quel punto piango. Tanto.
Perché improvvisamente non sto più interpretando un sogno.
Sono nel pozzo.
L’amore implode
Sono io, sporca di fango, triste, con quella voce bassa.
E la cosa che mi sorprende è che non sono arrabbiata con Elena che sta sopra, quasi mi sento in colpa per lei: in fondo nel pozzo ci sono caduta da sola, lei non mi ci ha buttata. Elena non ha colpe.
Poi divento Elena sopra.
E quella Elena è disperata all’idea di perdermi. Non le interessa come sono finita lì, non vuole sapere cosa ho sbagliato o in quale momento avrei potuto evitare il disastro.
Mi ha trovata.
E mi vuole fuori.
È difficile spiegare cosa sia successo in quel momento senza sembrare improvvisamente candidata a un ritiro spirituale in Umbria, ma l’amore, per un attimo, implode.
Se tutti i personaggi sono Elena, non c’è più nessuno fuori di me verso cui mandarlo. Sono contemporaneamente quella che soffre e quella che la vede soffrire, quella che si è persa e quella che torna a cercarsi, quella che ha bisogno e quella che risponde: «Sono qui».
E nessuna delle due vuole perdere l’altra.
A quel punto la domanda non è più soltanto cosa significhi il sogno.
È: chi è quella Elena che ho lasciato laggiù?
Le parti che lasciamo indietro
Una delle cose che trovo più interessanti della psicoterapia è scoprire che durante la vita non diventiamo semplicemente “noi stessi”. Ci costruiamo anche per adattamento.
Sviluppiamo alcune parti perché in un certo momento ci servono e ne lasciamo altre sullo sfondo. Diventiamo forti quando essere fragili non sembra possibile, indipendenti quando dipendere non è sicuro, accomodanti quando opporsi costa troppo. Impariamo a controllare, a non chiedere, a cavarcela.
Non sono necessariamente parti false, spesso sono state autentiche e fondamentali. Il problema nasce quando ciò che è stato funzionale in una fase della vita continua a governarci anche quando quella fase è finita.
E noi continuiamo a chiamarlo carattere.
«Sono fatta così.»
Forse, qualche volta, sarebbe più corretto dire:
«Sono diventata così perché mi serviva.»
Che è molto diverso.
Alcune di quelle parti, a un certo punto, possiamo ringraziarle. Hanno fatto il loro lavoro, magari ci hanno persino salvato, ma non devono necessariamente continuare a guidare la nostra vita.
Altre, invece, non le abbiamo lasciate indietro perché non ci servissero più. Le abbiamo lasciate perché allora non potevamo portarle con noi: una vulnerabilità che non trovava spazio, una rabbia che non potevamo esprimere, il bisogno di essere accuditi, la leggerezza, il desiderio, la capacità di fidarsi, la parte che gioca e quella che non vuole essere sempre forte.
Forse crescere significa anche imparare a distinguere le une dalle altre: quale parte di me posso finalmente lasciare andare e quale, invece, devo tornare a prendere?
La corda
All’inizio avevo pensato alla corda come all’ennesima dimostrazione della mia capacità di cavarmela. Certo che Elena trova una corda. Elena trova sempre una soluzione.
Dopo quella seduta la vedo diversamente.
La corda collega.
Una parte di me è sopra e una parte è sotto. Sono separate, ma non definitivamente, c’è ancora qualcosa capace di arrivare dall’una all’altra.
E soprattutto Elena sopra vuole Elena sotto con sé.
Non vuole aggiustarla né trasformarla in una versione più efficiente di se stessa. La riconosce e la rivuole.
Forse l’integrazione, spogliata di tutte le parole da manuale, assomiglia anche a questo: non diventare continuamente qualcuno di nuovo, ma recuperare ciò che di noi avevamo dovuto lasciare sullo sfondo e, allo stesso tempo, permettere a vecchie strategie che non ci servono più di smettere finalmente di lavorare.
Non diventare un’altra.
Diventare un po’ più intera.
I brutti sogni
Forse dovremmo essere meno frettolosi quando al mattino diciamo: «Ho fatto un brutto sogno».
Brutto per la trama, sicuramente. Pozzo, fango, figlio in pericolo: recensione pessima su TripAdvisor.
Eppure io mi sono svegliata piena di energia.
È questa la cosa che continua ad affascinarmi.
Non credo che ogni sogno contenga un messaggio da decifrare, né che esista un vocabolario universale dell’inconscio in cui pozzo significa X, fango significa Y e beige, spero, niente di clinicamente rilevante.
Le diverse tradizioni psicologiche hanno guardato ai sogni in modi differenti. Jung attribuiva grande importanza al confronto con ciò che rimane fuori dalla nostra coscienza abituale e al processo attraverso cui aspetti diversi della personalità possono trovare una maggiore integrazione. Nel lavoro gestaltico, invece, il sogno può diventare qualcosa da sperimentare nel presente: non soltanto chiedersi cosa rappresenti un personaggio, ma provare a dargli voce, a diventarlo, a sentire cosa accade.
È quello che è successo a me.
Sapevo molte cose della mia storia, potevo raccontarle, analizzarle e soprattutto farci battute sopra, che rimane una delle mie strategie di regolazione emotiva preferite.
Ma sapere non è sentire.
Nel pozzo non ho capito qualcosa.
Ho incontrato qualcuno.
Me.
Ed è forse questo che rende alcuni sogni disturbanti così preziosi: non necessariamente il fatto che nascondano una verità, ma la possibilità che mettano in movimento qualcosa che durante il giorno resta sullo sfondo. Una parte dimenticata, un conflitto, una vecchia modalità di proteggerci o qualcosa che non avevamo ancora trovato il modo di sentire.
Forse, allora, alcuni dei sogni che definiamo brutti sono proprio quelli in cui dentro di noi sta succedendo qualcosa.
Il sogno non è finito
Mi sono svegliata prima di tirarlo fuori e, inizialmente, questa cosa mi sembrava angosciante.
Adesso penso che forse il sogno sia finito esattamente nel punto giusto.
Non doveva mostrarmi il salvataggio.
Doveva mostrarmi il ritrovamento.
Qualcuno era ancora vivo là sotto, il pozzo non era profondo quanto temevo, io potevo raggiungerlo e, soprattutto, volevo farlo.
Non so ancora esattamente quale Elena abbia trovato nel pozzo. Forse lo scoprirò, forse sono più di una. Ma quando sono diventata lei ho pianto e quando sono tornata sopra non volevo più lasciarla lì.
Forse alcuni dei sogni che definiamo brutti non sono quelli in cui la psiche sta peggio, magari sono proprio quelli in cui qualcosa si muove, riemerge, torna abbastanza vicino da poter essere finalmente riconosciuto.
Il mio, almeno, ha avuto un curioso effetto collaterale: dopo aver passato la notte tra fango, pozzi e terrore, mi sono svegliata con una voglia di vivere che non sentivo da un po’.
Incomprensibile, se guardo la trama.
Molto meno, se penso che forse ero appena tornata a cercarmi.
L’inconscio ha un modo tutto suo.
E, come sempre, pessimi orari.
Elena M.

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