Quando scambi la scarsità emotiva per profondità, il mistero per destino e un rospo molto fortunato per un principe azzurro.

Oggi pensavo a quanto sia meravigliosa, sottovalutata e quasi terapeutica quella sensazione che arriva quando ti rendi conto di esserti finalmente liberata da una tossicità che, mentre la vivevi, chiamavi in modi molto più romantici: complessità, destino, connessione, profondità, momento difficile, paura di amare, ferite antiche e tutte quelle parole bellissime che usiamo quando ci ostiniamo a trasformare qualcuno di confuso, opaco e scarsamente accessoriato sul piano emotivo in un personaggio letterario.
A volte non si esce da una storia, si spegne un principio d’incendio.
Nel mio caso credo di essermi imbattuta in una di quelle persone che sembrano complesse finché le osservi da lontano, come certi pacchi confezionati benissimo che promettono meraviglie e poi, quando finalmente li apri, dentro hanno soprattutto imballaggio, rumore e qualcosa che avresti preferito non toccare a mani nude.
Non dico che fosse camuffato benissimo, perché con il senno di poi i segnali erano così grandi e lampeggianti che soltanto l’ipotesi di un abbaglio provvisorio mi salva da un imbarazzo definitivo. Erano lì, belli evidenti, con tanto di freccia luminosa, ma io in quel periodo avevo ancora una di quelle romanticherie in testa che andrebbero curate con l’esposizione controllata alla realtà.
Ero ancora nella fase tenera e pericolosissima del principe azzurro. Quello gentile, presente, adulto, con il mazzetto di fiori, il cavallo, il castello e tutto il kit dell’uomo delle favole. Vagavo con questa immagine in testa, probabilmente un po’ poco lucida, e ho fatto quello che molte di noi fanno nei momenti sbagliati: ho preso un’idea bellissima e l’ho appiccicata sul primo essere umano che passava con aria vagamente interessante.
Pensate che fortuna.
Ho beccato il classico caso di tanto ego e materiale a supporto non pervenuto.
La cosa davvero comica, però, non è nemmeno questa. La cosa comica è che io certe dinamiche le conoscevo, le osservavo negli altri con l’entusiasmo di chi pensa di aver finalmente capito qualcosa sulla complessità umana, e sapevo benissimo che l’incertezza crea investimento, che ciò che arriva a intermittenza può sembrare più prezioso di ciò che è stabile, che l’ambiguità rischia di trasformarsi in un invito permanente all’interpretazione.
Insomma, conoscevo la teoria.
Eppure ci sono finita dentro.
E forse è proprio qui che la cosa diventa riconoscibile: non ci si casca perché non si capisce niente, ci si casca perché a volte capiamo benissimo, ma abbiamo ancora voglia di sperare che questa volta ci sia qualcosa di più.
Perché il problema non è quasi mai non vedere. Il problema è vedere e poi trovare una spiegazione raffinata per continuare a restare.
Succede quando una persona ti dà poco, ma quel poco arriva nel momento giusto. Succede quando ti senti scelta a intermittenza e, invece di chiederti perché quella presenza non sia piena, inizi a considerare prezioso ogni frammento. Succede quando l’altro ti tiene in sospeso e tu, invece di chiamarlo sospeso, lo chiami mistero.
Una delle prime sere in cui sono uscita con questo soggetto, che già mostrava quella particolare forma di selettività affettiva per cui la presenza viene dosata come se fosse caviale e non, più realisticamente, una manciata di arachidi lasciate aperte sul bancone, abbiamo parlato proprio di idealizzazione.
Gli spiegavo quella tendenza molto umana a vedere nelle persone non tanto ciò che sono, ma ciò che speriamo possano diventare se solo noi ci impegniamo abbastanza a non guardarle troppo bene.
L’argomento lo aveva incuriosito parecchio, così tanto che il giorno dopo mi scrisse per chiedermi: “Com’era quella parola?”
La parola era idealizzazione.
E ancora oggi trovo straordinariamente ironico il fatto che io, che di queste dinamiche parlavo con una certa sicurezza, sia riuscita a finirci dentro con tutte le scarpe proprio con una persona che ventiquattr’ore dopo non ricordava nemmeno il termine che le descriveva.
A volte la vita ha un senso dell’umorismo così raffinato da sembrare crudeltà.
Il punto è che lui, con me, interpretava molto bene il ruolo dell’uomo riservato: quello che non si concede facilmente, che lascia intuire una profondità da scoprire con pazienza, che alterna vicinanza e distanza quanto basta per mantenere vivo l’interesse, ma mai abbastanza da offrire una reale tranquillità.
E io, invece di chiedermi se stessi bene dentro quella dinamica, mi chiedevo cosa stessi ancora mancando, quale parola non avessi capito, quale gesto dovessi decifrare, quale sfumatura mi fosse sfuggita.
La cautela diventava intensità, la distanza diventava selettività, l’ambiguità diventava complessità e la scarsità diventava valore, perché quando hai voglia di credere in una storia sei capace di mettere una cornice dorata anche attorno a un buco nel muro.
Ed è qui che tante di noi si perdono.
Non necessariamente davanti a un grande amore, ma davanti a una promessa non mantenuta, a un quasi, a un forse, a una persona che sembra avere sempre un motivo per non esserci del tutto. E più non c’è, più la inseguiamo nella testa. Più si sottrae, più le attribuiamo significato. Più ci lascia senza risposte, più diventiamo bravissime a scriverle da sole.
Poi, certo, ho scoperto che questa raffinata riservatezza aveva confini sorprendentemente flessibili. Con me era tutta una gestione calibrata, misteriosa, quasi ascetica della disponibilità emotiva; altrove, evidentemente, il concetto di prudenza conosceva interpretazioni molto più atletiche.
Ed è lì che il castello comincia a fare una cosa molto interessante: non crolla di colpo, ma perde intonaco.
Perché la verità è che, molte volte, quando investi molto nel comprendere qualcuno, inizi facilmente a convincerti che debba esserci qualcosa di straordinario da comprendere. Così ho fatto quello che molte persone riflessive fanno fin troppo bene: ho attribuito la struttura di una grande fiction sentimentale a una situazione che, riletta con lucidità, aveva più o meno la trama di una televendita dopo mezzanotte.
Avevo trasformato un comportamento intermittente in profondità emotiva, una presenza opaca in un sofisticato enigma relazionale, una disponibilità selettiva in una qualità rara e un vuoto piuttosto rumoroso in una stanza piena di significati.
Praticamente gli avevo fornito un reparto marketing interno di altissimo livello, con slogan, storytelling, immagine coordinata e una campagna pubblicitaria completamente scollegata dal prodotto.
Il capolavoro, però, è stato pensare che la mia capacità di vedere sfumature fosse necessariamente una prova dell’esistenza di quelle sfumature, perché questa è forse la trappola più sottile dell’idealizzazione: non smettiamo di vedere i difetti, semplicemente iniziamo ad attribuire loro un significato romantico.
L’incoerenza diventa paura di amare, l’indisponibilità diventa profondità, l’ambivalenza diventa intensità, la freddezza diventa autodifesa e persino certe durezze, certi scatti, certe ombre che dovrebbero farci indietreggiare senza bisogno di un consiglio delle amiche, vengono infilate dentro la grande narrazione dell’uomo ferito, complesso, difficile, forse incapace di amare ma sicuramente degno di essere capito.
E invece no.
A volte una zona d’ombra non è fascino: è solo una zona d’ombra, con l’aggravante di non arredare neanche bene.
A volte il mistero non nasconde profondità, ma mancanza di chiarezza, mancanza di cura, mancanza di strumenti e quella spiacevole tendenza a occupare spazio nella vita degli altri senza portare nemmeno una sedia decente.
Ed è qui che è arrivata la vera liberazione: capire che non mi ero innamorata di un uomo straordinario, ma della mia straordinaria capacità di trovare straordinario ciò che, con un minimo di luce accesa, avrebbe retto pochissimo.
Non provo rabbia, o almeno non solo. Provo anche una certa tenerezza per la donna che ha cercato profondità dove forse c’era giusto il vano portaoggetti, e che per un po’ ha confuso la mancanza di contenuto con il fascino del non detto.
Alla fine non era grande lui.
Era enorme il grandangolo che avevo usato io.
E questa, incredibilmente, è una bellissima notizia, perché se la scenografia l’ho costruita io, posso anche smontarla, spegnere le luci, chiudere il sipario e restituire il protagonista alla sua dimensione naturale.
Con grande sollievo della mia dignità.
A volte sono solo fumo con una biografia emotiva scritta male.
Una confezione curata, due effetti speciali, molta atmosfera e poi, dentro, il nulla cosmico con ambizioni da capolavoro.
Poi, per fortuna, arriva quel momento in cui la realtà smette di essere educata e ti accende le luci in faccia.
E lì capisci che la scarsità non era valore, il mistero non era profondità e il potenziale non era destino.
Era solo un pessimo casting.
Perché l’amore, quello vero, non ti costringe a diventare interprete simultanea, investigatrice privata e addetta al recupero crediti emotivi.
Non va spiegato per sembrare bello.
Non va tradotto per sembrare presente.
Non va salvato per sembrare amore.
E se per far sembrare principe qualcuno devi cucirgli addosso mantello, corona, trama, profondità e pure il cavallo, forse non hai trovato un uomo speciale.
Hai solo un ottimo senso scenografico.
E un rospo molto fortunato.
Elena M







