Categoria: Ironia & racconti

Nel panorama della scrittura digitale contemporanea, Elena Moriconi costruisce uno spazio raro: un osservatorio sull’affettività che rifiuta tanto la retorica quanto la semplificazione.
Nel suo progetto “Arte di Amarsi Male™”, l’esperienza personale non viene esibita né risolta, ma attraversata con uno sguardo lucido, spesso ironico, sempre disincantato.
La sua scrittura si muove sul confine tra narrazione e analisi, trasformando dinamiche intime in materia leggibile, riconoscibile, quasi inevitabile.
Non offre soluzioni, né consolazioni: mette a fuoco.
Ed è proprio in questa capacità di nominare ciò che normalmente resta confuso, il modo in cui le relazioni si costruiscono, si deformano e si fraintendono, che il suo lavoro trova una sua precisa identità.

Racconti personali, ironici, confessioni

  • Ho idealizzato il peggio che c’era sul mercato

    Quando scambi la scarsità emotiva per profondità, il mistero per destino e un rospo molto fortunato per un principe azzurro.

    Oggi pensavo a quanto sia meravigliosa, sottovalutata e quasi terapeutica quella sensazione che arriva quando ti rendi conto di esserti finalmente liberata da una tossicità che, mentre la vivevi, chiamavi in modi molto più romantici: complessità, destino, connessione, profondità, momento difficile, paura di amare, ferite antiche e tutte quelle parole bellissime che usiamo quando ci ostiniamo a trasformare qualcuno di confuso, opaco e scarsamente accessoriato sul piano emotivo in un personaggio letterario.

    A volte non si esce da una storia, si spegne un principio d’incendio.

    Nel mio caso credo di essermi imbattuta in una di quelle persone che sembrano complesse finché le osservi da lontano, come certi pacchi confezionati benissimo che promettono meraviglie e poi, quando finalmente li apri, dentro hanno soprattutto imballaggio, rumore e qualcosa che avresti preferito non toccare a mani nude.

    Non dico che fosse camuffato benissimo, perché con il senno di poi i segnali erano così grandi e lampeggianti che soltanto l’ipotesi di un abbaglio provvisorio mi salva da un imbarazzo definitivo. Erano lì, belli evidenti, con tanto di freccia luminosa, ma io in quel periodo avevo ancora una di quelle romanticherie in testa che andrebbero curate con l’esposizione controllata alla realtà.

    Ero ancora nella fase tenera e pericolosissima del principe azzurro. Quello gentile, presente, adulto, con il mazzetto di fiori, il cavallo, il castello e tutto il kit dell’uomo delle favole. Vagavo con questa immagine in testa, probabilmente un po’ poco lucida, e ho fatto quello che molte di noi fanno nei momenti sbagliati: ho preso un’idea bellissima e l’ho appiccicata sul primo essere umano che passava con aria vagamente interessante.

    Pensate che fortuna.

    Ho beccato il classico caso di tanto ego e materiale a supporto non pervenuto.

    La cosa davvero comica, però, non è nemmeno questa. La cosa comica è che io certe dinamiche le conoscevo, le osservavo negli altri con l’entusiasmo di chi pensa di aver finalmente capito qualcosa sulla complessità umana, e sapevo benissimo che l’incertezza crea investimento, che ciò che arriva a intermittenza può sembrare più prezioso di ciò che è stabile, che l’ambiguità rischia di trasformarsi in un invito permanente all’interpretazione.

    Insomma, conoscevo la teoria.

    Eppure ci sono finita dentro.

    E forse è proprio qui che la cosa diventa riconoscibile: non ci si casca perché non si capisce niente, ci si casca perché a volte capiamo benissimo, ma abbiamo ancora voglia di sperare che questa volta ci sia qualcosa di più.

    Perché il problema non è quasi mai non vedere. Il problema è vedere e poi trovare una spiegazione raffinata per continuare a restare.

    Succede quando una persona ti dà poco, ma quel poco arriva nel momento giusto. Succede quando ti senti scelta a intermittenza e, invece di chiederti perché quella presenza non sia piena, inizi a considerare prezioso ogni frammento. Succede quando l’altro ti tiene in sospeso e tu, invece di chiamarlo sospeso, lo chiami mistero.

    Una delle prime sere in cui sono uscita con questo soggetto, che già mostrava quella particolare forma di selettività affettiva per cui la presenza viene dosata come se fosse caviale e non, più realisticamente, una manciata di arachidi lasciate aperte sul bancone, abbiamo parlato proprio di idealizzazione.

    Gli spiegavo quella tendenza molto umana a vedere nelle persone non tanto ciò che sono, ma ciò che speriamo possano diventare se solo noi ci impegniamo abbastanza a non guardarle troppo bene.

    L’argomento lo aveva incuriosito parecchio, così tanto che il giorno dopo mi scrisse per chiedermi: “Com’era quella parola?”

    La parola era idealizzazione.

    E ancora oggi trovo straordinariamente ironico il fatto che io, che di queste dinamiche parlavo con una certa sicurezza, sia riuscita a finirci dentro con tutte le scarpe proprio con una persona che ventiquattr’ore dopo non ricordava nemmeno il termine che le descriveva.

    A volte la vita ha un senso dell’umorismo così raffinato da sembrare crudeltà.

    Il punto è che lui, con me, interpretava molto bene il ruolo dell’uomo riservato: quello che non si concede facilmente, che lascia intuire una profondità da scoprire con pazienza, che alterna vicinanza e distanza quanto basta per mantenere vivo l’interesse, ma mai abbastanza da offrire una reale tranquillità.

    E io, invece di chiedermi se stessi bene dentro quella dinamica, mi chiedevo cosa stessi ancora mancando, quale parola non avessi capito, quale gesto dovessi decifrare, quale sfumatura mi fosse sfuggita.

    La cautela diventava intensità, la distanza diventava selettività, l’ambiguità diventava complessità e la scarsità diventava valore, perché quando hai voglia di credere in una storia sei capace di mettere una cornice dorata anche attorno a un buco nel muro.

    Ed è qui che tante di noi si perdono.

    Non necessariamente davanti a un grande amore, ma davanti a una promessa non mantenuta, a un quasi, a un forse, a una persona che sembra avere sempre un motivo per non esserci del tutto. E più non c’è, più la inseguiamo nella testa. Più si sottrae, più le attribuiamo significato. Più ci lascia senza risposte, più diventiamo bravissime a scriverle da sole.

    Poi, certo, ho scoperto che questa raffinata riservatezza aveva confini sorprendentemente flessibili. Con me era tutta una gestione calibrata, misteriosa, quasi ascetica della disponibilità emotiva; altrove, evidentemente, il concetto di prudenza conosceva interpretazioni molto più atletiche.

    Ed è lì che il castello comincia a fare una cosa molto interessante: non crolla di colpo, ma perde intonaco.

    Perché la verità è che, molte volte, quando investi molto nel comprendere qualcuno, inizi facilmente a convincerti che debba esserci qualcosa di straordinario da comprendere. Così ho fatto quello che molte persone riflessive fanno fin troppo bene: ho attribuito la struttura di una grande fiction sentimentale a una situazione che, riletta con lucidità, aveva più o meno la trama di una televendita dopo mezzanotte.

    Avevo trasformato un comportamento intermittente in profondità emotiva, una presenza opaca in un sofisticato enigma relazionale, una disponibilità selettiva in una qualità rara e un vuoto piuttosto rumoroso in una stanza piena di significati.

    Praticamente gli avevo fornito un reparto marketing interno di altissimo livello, con slogan, storytelling, immagine coordinata e una campagna pubblicitaria completamente scollegata dal prodotto.

    Il capolavoro, però, è stato pensare che la mia capacità di vedere sfumature fosse necessariamente una prova dell’esistenza di quelle sfumature, perché questa è forse la trappola più sottile dell’idealizzazione: non smettiamo di vedere i difetti, semplicemente iniziamo ad attribuire loro un significato romantico.

    L’incoerenza diventa paura di amare, l’indisponibilità diventa profondità, l’ambivalenza diventa intensità, la freddezza diventa autodifesa e persino certe durezze, certi scatti, certe ombre che dovrebbero farci indietreggiare senza bisogno di un consiglio delle amiche, vengono infilate dentro la grande narrazione dell’uomo ferito, complesso, difficile, forse incapace di amare ma sicuramente degno di essere capito.

    E invece no.

    A volte una zona d’ombra non è fascino: è solo una zona d’ombra, con l’aggravante di non arredare neanche bene.

    A volte il mistero non nasconde profondità, ma mancanza di chiarezza, mancanza di cura, mancanza di strumenti e quella spiacevole tendenza a occupare spazio nella vita degli altri senza portare nemmeno una sedia decente.

    Ed è qui che è arrivata la vera liberazione: capire che non mi ero innamorata di un uomo straordinario, ma della mia straordinaria capacità di trovare straordinario ciò che, con un minimo di luce accesa, avrebbe retto pochissimo.

    Non provo rabbia, o almeno non solo. Provo anche una certa tenerezza per la donna che ha cercato profondità dove forse c’era giusto il vano portaoggetti, e che per un po’ ha confuso la mancanza di contenuto con il fascino del non detto.

    Alla fine non era grande lui.

    Era enorme il grandangolo che avevo usato io.

    E questa, incredibilmente, è una bellissima notizia, perché se la scenografia l’ho costruita io, posso anche smontarla, spegnere le luci, chiudere il sipario e restituire il protagonista alla sua dimensione naturale.

    Con grande sollievo della mia dignità.

    A volte sono solo fumo con una biografia emotiva scritta male.

    Una confezione curata, due effetti speciali, molta atmosfera e poi, dentro, il nulla cosmico con ambizioni da capolavoro.

    Poi, per fortuna, arriva quel momento in cui la realtà smette di essere educata e ti accende le luci in faccia.

    E lì capisci che la scarsità non era valore, il mistero non era profondità e il potenziale non era destino.

    Era solo un pessimo casting.

    Perché l’amore, quello vero, non ti costringe a diventare interprete simultanea, investigatrice privata e addetta al recupero crediti emotivi.

    Non va spiegato per sembrare bello.

    Non va tradotto per sembrare presente.

    Non va salvato per sembrare amore.

    E se per far sembrare principe qualcuno devi cucirgli addosso mantello, corona, trama, profondità e pure il cavallo, forse non hai trovato un uomo speciale.

    Hai solo un ottimo senso scenografico.

    E un rospo molto fortunato.

    Elena M

  • Il problema non erano i posti. Il problema era il mio NO.

    Quando una donna dice no: patriarcato quotidiano, stereotipi di genere e il diritto di occupare il proprio spazio.


    Ieri sono andata a vedere uno spettacolo. Uno di quegli eventi pieni di gente, con gli spalti che si riempiono piano piano, le persone che arrivano alla spicciolata, qualcuno in anticipo, qualcuno con calma, qualcuno evidentemente convinto che il tempo degli altri sia un dettaglio accessorio.
    Io ero arrivata prima. C’erano ancora molti posti vuoti, quindi ne scelgo uno e mi siedo. Tempo trenta secondi e un uomo mi dice che tutti quei posti sono occupati.
    Mi guardo intorno, vedo file intere ancora libere, sedie senza giacche, senza borse, senza corpi, senza anime, e gli chiedo: «E dove sono queste persone?».
    Lui mi risponde con la naturalezza di chi non sta spiegando una prepotenza, ma una legge universale: «Sono a casa. Arriveranno».
    In quel momento scopro che, come avevano fatto molti altri, chi era arrivato prima aveva pensato bene di occupare posti per decine di persone che avevano deciso di arrivare con calma. Una specie di colonizzazione preventiva dello spazio pubblico: tu arrivi tardi, ma il tuo posto è già in salvo, perché qualcuno ha steso idealmente la bandierina sulla sedia.
    La mia natura da ribelle nata, quella che non mi ha mai permesso di stare zitta davanti a una cosa che sento ingiusta, ha preso parola prima ancora che io potessi addestrarla alla diplomazia.
    «I posti si occupano personalmente».
    Lui insiste: «Lo fanno tutti».
    E lì, per me, si apre sempre un universo. Perché questa frase, “lo fanno tutti”, è una delle più grandi assoluzioni morali inventate dall’umanità. Come se una cosa diventasse giusta solo perché ripetuta in massa. Come se l’abitudine potesse trasformare automaticamente la scorrettezza in regola, la furbizia in diritto, la prepotenza in normalità.
    Gli rispondo che una cosa non diventa moralmente corretta solo perché la fanno tutti e aggiungo, con la raffinatezza istituzionale che mi contraddistingue nei momenti migliori, che i posti si occupano con il proprio culetto.
    A quel punto una signora davanti a me si gira, mi guarda e mi dice: «Lascia stare, vieni qui». Mi fa spazio accanto a lei. Un gesto piccolo, ma in quel momento gigantesco, perché mentre un uomo stava cercando di farmi sentire fuori posto, una donna mi stava letteralmente facendo posto.
    L’uomo, però, non la prende bene. Si irrigidisce, si spalleggia con un amichetto seduto vicino e, sghignazzando, dice:

    «È arrivato Berlinguer».


    Ora, io non so se nelle sue intenzioni dovesse essere un’offesa, ma se il riferimento era a Enrico Berlinguer, uomo associato alla questione morale, al rigore, all’idea che le regole valgano anche quando conviene fare finta di niente, devo dire che come insulto poteva andargli peggio. In pratica mi stava accusando di pretendere un minimo di giustizia distributiva sugli spalti.

    Grave, lo so.


    E siccome la parte di me poco confezionata con il silenzio non era ancora pronta a rientrare nei ranghi, mi giro e dico:

    «Che bella scenetta di patriarcato moderno».
    Silenzio.
    Per un attimo sembra finita lì. Lui telefona a casa e dice ai parenti di sbrigarsi, perché “qui ci si lamenta che ho occupato i posti”. Io resto seduta, guardo avanti, provo a godermi il motivo per cui ero lì e penso che forse la cosa si chiuderà così, con un piccolo fastidio e una piccola vittoria di principio.
    Invece no.
    Quando arriva la prima persona del suo gruppo, lui riparte. «Vieni, siediti qui, che qui dicono che i posti si occupano con il culetto».
    A quel punto mi giro di nuovo e gli chiedo se riesce a smettere di prendermi in giro, perché sembra un teatrino da prima elementare.
    Ed è lì che dentro di me iniziano a muoversi pensieri più grandi della scena. Perché il problema, a quel punto, non erano più i posti. Non era nemmeno la frase sul culetto, che ammetto resterà forse il mio contributo più alto alla filosofia politica degli spalti. Il problema era la reazione.
    La reazione di un uomo che non tollerava di essere stato ripreso da una donna.
    Ho vissuto la maggior parte della mia vita accanto a uomini che non accettavano in alcun modo di essere contraddetti da una donna. Uomini che non sopportavano le ribelli, uomini convinti che la buona educazione femminile coincidesse con il silenzio, uomini che davanti a un limite non vedevano un confine, ma un affronto personale.
    E ho vissuto, come molte, dentro una società in cui una donna che fa valere un diritto sacrosanto diventa facilmente isterica, acida, esagerata, pesante. E poi, quando non si sa più come ridurla, arriva sempre quella parola antica e miserabile: zitella. Come se una donna che dice NO dovesse per forza essere spiegata attraverso una mancanza. Le manca un uomo, le manca sesso, le manca dolcezza, le manca equilibrio, le manca qualcosa. Mai che le manchi solo la voglia di farsi mettere i piedi in testa.
    Non facciamo finta di non sapere di cosa parliamo.
    La parola isteria viene da hystéra, utero, e per secoli il disagio, la rabbia, l’insofferenza e la voce delle donne sono stati spesso ricondotti al loro corpo, alla loro sessualità, alla loro presunta incapacità di stare al mondo senza essere corrette, curate, contenute. C’è un’intera storia culturale che ha insegnato a patologizzare il dissenso femminile invece di ascoltarlo. Se una donna protesta, non sta segnalando un’ingiustizia: è nervosa. Se mette un limite, è frustrata. Se non sorride, è acida. Se non cede, è problematica.
    E mentre pensavo a tutto questo, mi sembrava di vedere su quegli spalti una miniatura perfetta del mondo. Da una parte l’uomo che occupa spazio anche per chi non c’è, che considera normale allargarsi, prenotare, decidere, sistemare le cose secondo il proprio comodo. Dall’altra una donna che dice semplicemente: NO, questa cosa non è corretta.
    E quel no diventa subito un problema.
    Il punto è sempre lì.

    Abbiamo cresciuto generazioni di uomini e donne dentro una cultura sbilanciata. Ai maschi abbiamo spesso insegnato che il desiderio è una spinta da seguire, che l’insistenza è determinazione, che conquistare è virile, che se una donna dice no forse bisogna solo trovare il modo giusto per farle cambiare idea. Alle femmine, invece, abbiamo insegnato la mediazione, la grazia, l’accoglienza, il non disturbare, il non esagerare, il non sembrare aggressive, il non sembrare difficili.
    E poi ci stupiamo se alcune donne si scusano anche quando chiedono rispetto, mentre alcuni uomini si offendono anche quando viene chiesto loro solo di rispettare una regola.
    Il NO di una donna continua a essere, per alcuni, qualcosa di insopportabile. Un no piccolo, quotidiano, apparentemente banale, può bastare a far saltare la maschera.

    NO, non puoi occupare dieci posti per persone che non sono qui.

    NO, non puoi prendermi in giro perché ti ho contraddetto.

    NO, non devi trasformare il mio limite in una caricatura.

    NO, non sono obbligata a sorridere per rendere più digeribile la tua maleducazione.


    Quel NO, nella vita di certe donne, ha assunto forme molto più gravi. È diventato il no a un controllo, a una manipolazione, a un’ossessione, a una relazione che pretendeva obbedienza travestendola da amore. È il NO che alcuni uomini trasformano in vendetta, in derisione, in punizione, in silenzio punitivo, in svalutazione. E nei casi più feroci, lo sappiamo, in violenza.
    Non tutte le scene sono uguali, certo. Non tutti gli uomini sono uguali, certo. Ma ogni volta che una donna viene ridicolizzata perché osa dire una cosa giusta, ogni volta che il suo limite viene trasformato in capriccio, ogni volta che il suo no viene accolto come una provocazione invece che come un confine, siamo dentro la stessa radice culturale.
    Ieri, alla fine, io un posto l’ho trovato.
    E non grazie a chi pretendeva di occupare spazio per assenza altrui, ma grazie a una donna che ha fatto una cosa semplice e rivoluzionaria: mi ha fatto spazio.
    Forse è da lì che si riparte. Dal non lasciare sole le donne che parlano. Dal non dire sempre “lascia stare” come resa, ma dal trasformarlo in “vieni qui, siediti accanto a me”. Dal riconoscere che la libertà femminile non è fatta solo di grandi manifesti, ma anche di minuscole scene quotidiane in cui una donna decide di non ingoiare l’ennesima prepotenza per quieto vivere.
    Perché il problema non erano i posti.
    Il problema era il mio no.
    E io, quel NO, me lo tengo stretto.
    Con il mio culetto seduto dove ho diritto di stare.

  • FACEBUG

    Se pensi che il vero problema di Meta siano gli hacker, sei ancora ottimista. Il vero problema di Meta è Meta: una piattaforma che parla di sicurezza, standard della community e protezione degli utenti, poi non riconosce un accesso anomalo, ti restituisce un account sporco e riesce nel colpo di genio finale: punire te. Benvenuti in Facebug, cioè Facebook quando smette di essere un social e diventa un errore di sistema con complesso di superiorità.

    Ci sono aziende che ti vendono un servizio, poi c’è Meta, che con un’ambizione quasi commovente ti vende una fantasia: l’idea che tu sia al sicuro, che esista un ordine, che ci siano regole, che da qualche parte, dietro la tendina blu degli Standard della community, viva un’intelligenza adulta capace di guardare i fatti, distinguerli, comprenderli, magari perfino collegarli tra loro senza dover essere portata a mano, come una zia stanca, da una schermata all’altra.

    Poi qualcuno entra nel tuo account dall’altra parte del mondo, cambia password, si mette comodo, fa attività incompatibili con la tua vita normale, pubblica cose che con te c’entrano quanto una motosega in una lista nozze, e lì capisci che l’intelligenza adulta non c’è, non è in pausa, non è momentaneamente assente per aggiornamenti, proprio non esiste. C’è Facebug, che è diverso. Più solenne, più goffo, più convinto di sé, come tutte le strutture molto stupide che però si sentono profondamente autorevoli.

    Il punto, infatti, non è nemmeno che il sistema sbagli, perché i sistemi sbagliano, succede, fa parte del gioco, persino la lavatrice ogni tanto decide che un calzino è un nemico da eliminare. Il punto è come sbaglia Meta, con quale postura, con quale tono, con quale insopportabile senso della propria superiorità. Meta non inciampa, Meta pontifica mentre cade. Non riconosce un accesso anomalo, non si accorge che qualcuno è entrato, ha preso possesso, ha sporcato il salotto digitale, ha rovesciato i cassetti, ha lasciato ovunque residui della propria sociopatia, e poi, nel momento in cui tu rientri e provi a buttare fuori la sporcizia che non hai prodotto tu, decide che il problema sei tu. È una forma molto contemporanea di ingiustizia: non fermare il ladro, ma sanzionare il proprietario perché il furto è avvenuto nel suo appartamento.

    Ed è qui che il giocattolo smette di essere un social network e diventa una farsa amministrativa con manie di onnipotenza, una specie di ufficio pubblico gestito da un algoritmo con il tono di una preside repressa. Perché Meta non si limita a non proteggerti, che sarebbe già una discreta seccatura; Meta ti moralizza. Ti guarda da quell’altura lessicale fatta di sicurezza, integrità, protezione, verifica, revisione, parole che lette in fila sembrano scritte da una macchina che ha studiato diritto in un biscotto della fortuna e adesso vuole giudicare il mondo con la compostezza di un Sant’Uffizio in smart working.

    Gli umani, poi, sono la parte più tenera, non perché aiutino, ma perché non possono. Hanno l’autorevolezza di un centralinista ostaggio e la libertà decisionale di una pianta di plastica in una hall aziendale, stanno lì con quell’aria dimessa di chi conosce il dolore ma non ha accesso alle chiavi del magazzino. Tu gli spieghi che c’è stato un accesso anomalo, un cambio password, attività incompatibili, contenuti mostruosi, blocchi a cascata, profilo restituito sporco, disabilitazione finale, e loro, con la voce bassa di chi deve interrogare una divinità lunatica, ti rispondono: vediamo cosa dice Meta. Non vediamo cosa è successo, non vediamo i log, non vediamo se c’è una compromissione, no, vediamo cosa dice Meta, come se Meta fosse un oracolo e non una macchina che ha appena confuso un furto con una colpa.

    La cosa più oscena, in tutto questo, è il tono morale. Perché Meta non ti dice mai la verità semplice, umana, terrena, che sarebbe già quasi rivoluzionaria: abbiamo preso una cantonata, non sappiamo leggere questa complessità, stiamo scaricando su di te le conseguenze di un evento che ti ha danneggiata. No. Ti parla come se stesse educando la specie, come se il problema fosse la tua conformità etica e non la loro incapacità di distinguere una vittima da un intruso. È il fascino perverso delle grandi piattaforme, hanno i nervi di un tostapane, ma il linguaggio di un tribunale morale.

    Il vero problema, infatti, non è nemmeno l’hacker, perché l’hacker, per assurdo, almeno mostra iniziativa, creatività, una forma di intenzione, persino un’etica criminale da discount. Il vero problema è Meta, che pretende di amministrare miliardi di identità senza possedere il minimo sindacale di intelligenza situazionale. Non capisce il contesto, non distingue la vittima dall’autore, non legge una sequenza, legge un residuo, non guarda il film, trova un fermo immagine e decide che quello basta, e quando finalmente interviene non ripristina quasi mai, archivia, male, con quella pigrizia automatizzata che oggi chiamiamo sistema per non dover ammettere che spesso somiglia più a un incidente con ufficio stampa.

    A quel punto, inevitabilmente, viene da pensare a chi sta sopra il teatro, al grande visionario della connessione universale, al profeta in felpa dell’umanità aumentata.

    “Zucky, amore, ascoltami.

    Tu hai investito miliardi per convincerci che il futuro è un omino senza gambe nel metaverso, poi il tuo sistema non distingue un accesso anomalo da una libera espressione dell’utente. Hai costruito un impero della connessione e non sai riconoscere quando qualcuno entra in un account dall’altra parte del mondo, cambia password, devasta tutto e poi lascia che a pagare sia il proprietario. Hai preso un palo epistemologico di dimensioni quasi mitologiche. È come fondare la NASA e poi inciampare nel tappeto del garage.

    Con la differenza, va detto, che la NASA il bottone rosso ce l’ha, sì, ma sa usare anche il resto della plancia. Voi no. Voi il bottone rosso lo trovate subito. Su quello siete dei mistici, dei medianici, dei virtuosi del clic terminale. Sul contesto siete una zucchina lessa con i server.”

    E infatti la parte più comica, alla fine, siamo noi. Perché noi ci fidavamo davvero. Abbiamo consegnato a un’azienda privata foto, contatti, ricordi, lavoro, reputazione, nomi, relazioni, memoria, piccoli archivi emotivi, dettagli ridicoli e dettagli enormi, e già che c’eravamo, perché fermarsi, diamogli pure i passi, le calorie, l’umore, il sonno, il pranzo, la faccia del lunedì, il crollo nervoso del martedì, la bozza che non dovevamo pubblicare, il reel idiota, il lutto, il flirt, l’ansia, la promozione del blog, magari pure la convinzione di essere persone libere e modernissime, tutte lì, ordinate, nei nostri adorabili ecosistemi digitali. Convinti che ci stessero dando visibilità, futuro, presenza, magari perfino potere. In realtà stavamo solo depositando esistenza in un magazzino con pulsante rosso.

    La parte più grottesca è che ci siamo pure sentiti intelligenti. Strategici. Evoluti. “Bisogna esserci”, “bisogna presidiare”, “bisogna costruire la propria presenza online”, certo, e nel frattempo una piattaforma con la profondità etica di una fotocopiatrice in burnout decide se esisti, se sei autentica, se la tua faccia coincide ancora con la tua faccia, se il tuo profilo merita di respirare o di essere chiuso come un bar fuori stagione, e tu resti lì a chiedere spiegazioni a un centralino teologico che ti risponde con la grazia di un sacerdote stanco: vediamo cosa dice Meta.

    E allora forse la morale è questa, che fa anche un po’ ridere, ma solo perché nel frattempo ci ha già preso a schiaffi: non siamo moderni, siamo dipendenti ben vestiti. Abbiamo chiamato presenza digitale il fatto di consegnare ogni giorno pezzi della nostra vita a un sistema che può decidere, in qualunque momento, cosa lasciare in piedi, cosa buttare giù, cosa attribuirti, cosa no, cosa rendere visibile, cosa farti pagare. Pensavamo di usare un servizio, invece stavamo addestrandoci a vivere in affitto dentro la nostra stessa identità.

    E così sì, Facebug è il nome giusto, perché non è solo un errore tecnico, è un bug morale, un sistema che si crede tribunale, si presenta come comunità e funziona come un incidente con ufficio stampa. Noi gli affidiamo ogni giorno pezzi della nostra esistenza, e lui, con tutta la serietà di un idiota convinto di essere un genio, continua a premere l’unico tasto che conosce.

  • Kiss Me Licia e le fettine panate: il patriarcato in pillole della nostra infanzia

    Ci hanno cresciute dolci, comprensive e perfette. Peccato che dall’altra parte fossero già seduti.

    Stamattina, durante una pausa in ufficio con una mia collega, stavamo parlando di tutt’altro, scadenze, corsi, fatture, la solita vita adulta che ti tiene occupata mentre ogni tanto la mente, per ragioni sue, decide di tornare negli anni in cui bastava una sigla per ipnotizzarti. E infatti, tra una battuta e l’altra, siamo finite lì, nei cartoni, nelle serie tv, in tutta quella roba apparentemente innocua con cui ci hanno cresciute e che invece, col senno di poi, era un piccolo corso accelerato di educazione sentimentale tossica.

    A un certo punto mi fermo e dico alla mia collega: ma ti rendi conto di cosa ci hanno messo in testa?

    Perché noi non siamo cresciute solo con le principesse. Noi siamo cresciute anche con Kiss Me Licia, che già dal titolo ti preparava al programma: tu bacia, sorridi, arrossisci e possibilmente servi pure la cena. E poi, come se non bastasse, è arrivata pure la versione italiana a telefilm, quella in cui il cartone è diventato carne, parrucche sintetiche e patriarcato in chiaro in fascia pomeridiana.

    Ed è lì che il delirio si perfeziona, perché nel cartone Mirko, diciamolo, aveva anche il suo perché. Era il classico bello anni Ottanta da anime, problematico quanto basta, irraggiungibile quanto serve per farti pensare che valga la pena perdere la dignità in modo romantico. Nel telefilm italiano, invece, il trauma si materializza: una specie di totano con una parrucca giallo girasole e un ciuffo rosso talmente imbarazzante da farti rivalutare il concetto stesso di desiderio femminile. Eppure eccolo lì, trattato come se fosse l’apice dell’esperienza erotico-sentimentale di una generazione.

    La scena che ho fatto vedere alla mia collega è un capolavoro, e dico capolavoro nel senso clinico del termine.

    Licia è in cucina e si chiede cosa manca per la dispensa, quindi è già dentro quella postura meravigliosa di donna che organizza, prevede, sistema, pensa alla casa prima ancora che qualcuno abbia il tempo di aver bisogno di qualcosa. A un certo punto entra Mirko, il totano biondo girasole, si piazza lì e le dice che vuole le fettine panate.

    Non che gli andrebbero due fettine panate, non che magari si potrebbe mangiare qualcosa insieme. No. Lui vuole le fettine panate, con quella serenità virile di chi nella vita ha capito una cosa sola ma fondamentale: esprimere un desiderio, per certi uomini, è già metà del lavoro.

    E Licia? Licia tutta zuccherina, tutta miele, tutta devozione in mise da brava ragazza, gli dice di sì, così, con la dolcezza di chi non solo accetta la richiesta, ma quasi la considera un privilegio, come se non fosse una pretesa travestita da tenerezza, ma una forma superiore di intimità.

    Poi c’è il secondo atto, che è quello in cui capisci che non stai guardando una scena carina, ma stai assistendo a un addestramento generazionale.

    Licia rientra a casa dopo essere uscita a fare la spesa. Quindi non solo ha accolto la richiesta, ma si è pure attivata, è uscita, ha comprato, è tornata. E chi trova? Mirko e Andrea, belli seduti a tavola, già pronti, già composti, già in modalità attesa. Non attesa di lei, che sarebbe stato almeno vagamente commovente. No, attesa delle fettine panate.

    Lei entra e dice di essersi dimenticata.

    E loro ci restano male.

    Questa è la parte che mi fa impazzire, perché non ci restano male per lei, non sono felici che sia tornata, non c’è un moto d’affetto, un minimo di trasporto umano. Sono proprio dispiaciuti perché non sono arrivate le fettine. E io questa cosa la trovo di una violenza educativa spettacolare, perché è tutta lieve, tutta morbida, tutta impanata di tenerezza, e proprio per questo passa liscia. Il patriarcato, quando è intelligente, non urla: sorride e si accomoda.

    Poi però arriva il colpo di scena. Lei le tira fuori da dietro la schiena. Le aveva comprate davvero. Era solo un tenero scherzo. Capite? Non solo è andata a fare la spesa per soddisfare il desiderio del signore con la parrucca improponibile, ma adesso gestisce pure il microdramma emotivo maschile con un siparietto grazioso. E infine, perché chiaramente non eravamo ancora abbastanza addestrate, gliele va anche a cucinare.

    Fine scena. Fine innocenza. Fine di tutto.

    Il punto è che io e la mia collega ridevamo, ma di quella risata particolare che ti viene quando una cosa è talmente assurda da diventare improvvisamente chiarissima. Perché lì dentro non c’è solo una scenetta vintage con una colonna sonora innocente e una panatura sospetta. C’è proprio un’idea di donna, ed è un’idea che, se ci pensi, abbiamo respirato per anni senza nemmeno farci caso.

    La donna dolce, calma, carina, accomodante, quella che capisce al volo, che non si irrigidisce mai, che trasforma ogni bisogno maschile in una piccola missione personale, e possibilmente ci mette pure il fiocchetto. L’uomo invece desidera, chiede, si siede, aspetta. Non fa nulla di apertamente crudele, che sarebbe troppo facile da smascherare, fa di peggio: dà per naturale che tutto gli arrivi con grazia.

    E infatti il problema di quella scena non sono le fettine. Magari fossero state solo le fettine. Il problema è il copione. Noi cresciute a intuire, anticipare, addolcire, loro cresciuti a volere senza sentirsi minimamente in debito. Noi educate a confondere la disponibilità con l’amore, loro quasi allenati a scambiare l’accudimento per paesaggio naturale.

    Poi cresci davvero e, a quel punto, il bello comincia. Perché scopri che di Mirko in giro ce ne sono stati parecchi, magari senza ciuffo rosso, magari vestiti meglio, magari con un vocabolario un po’ più evoluto delle fettine panate, ma il concetto restava quello. Uomini serenamente seduti mentre tu ti muovi, uomini che non chiedono neppure troppo chiaramente, perché tanto nell’aria c’è già l’idea che sarai tu a capire, ad anticipare, a rendere tutto più semplice, più morbido, più digeribile, proprio come una perfetta cotoletta emotiva.

    E io, con tutto il mio curriculum sentimentale di scelte discutibili travestite da profondità, questa cosa l’ho capita tardi, cioè nel momento esatto in cui ho smesso di trovare tenero ciò che in realtà era solo comodissimo. Perché per anni ci raccontano che essere quella che comprende, che alleggerisce, che non pesa, che sa sempre come prendere le cose, sia quasi una forma superiore di femminilità. Poi un giorno ti fermi, guardi meglio, e ti accorgi che no, non era femminilità. Era lavoro gratuito.

    La parte più geniale, se vogliamo, è che tutto questo ci è stato venduto come romanticismo. Non come squilibrio, non come addestramento, non come divisione dei ruoli scritta da qualcuno con idee molto chiare e molta faccia tosta. No, come amore. Con i colori belli, la sigla carina, il tono leggero, il sorriso di lei, la fame di lui e noi lì, sul divano, a memorizzare.

    Per questo oggi quella scena mi fa ridere così tanto. Perché è grottesca, certo, ma è anche onestissima. Ti sbatte in faccia, con trent’anni d’anticipo, il modello relazionale che poi avremmo trovato in versione aggiornata, ripulita, magari con meno parrucche e più aperitivi. Cambiano i dettagli, resta il meccanismo: lui esprime un bisogno come se fosse neutro, tu lo trasformi in una prova d’amore.

    E invece forse la vita vera, quella che nessun cartone ci ha spiegato bene, è molto meno coreografica e molto meno carina. La vita vera non dovrebbe essere una persona seduta e l’altra in perenne movimento. Non dovrebbe essere una che intuisce, cucina, alleggerisce e un altro che riceve, ringrazia male e si commuove per la panatura. Dovrebbe essere, banalmente, due persone capaci di stare entrambe in piedi, di chiedere senza pretendere, di dare senza sparire.

    E allora sì, alla fine la domanda mi resta lì, elegantemente fastidiosa come certe verità che arrivano tardi: quante delle nostre idee sull’amore erano davvero nostre, e quante invece ci sono state servite già impanate, così bene da sembrarci perfino normali?

    Elena M

  • Mercoledì di ordinario sessismo: quando il patriarcato ti sorpassa… in bici

    Esco dal bar, il mio solito caffè americano da asporto in mano, quello che mi illudo mi renda più americana e meno immersa nel folklore urbano italiano. Apro la macchina, salgo, accendo, mi immetto nella stradina stretta, una via a senso unico dove il massimo brivido dovrebbe essere evitare i bidoni della differenziata.

    Poi, dal nulla, dietro di me compare lui: il ciclista agonistico della domenica, ma in versione mercoledì mattina. Circa 60 anni…o su o giù di lì. Tenuta tecnica, sguardo fiammeggiante, VO₂ max probabilmente più alto del suo quoziente empatico.

    Non parla: spruzza testosterone acustico.
    “Non sai guidare!”
    “Alle donne andrebbe tolta la patente!”
    “Le donne non capiscono niente!”

    Interessante come certi uomini riescano a produrre più fiato per insultare che per pedalare.

    Io procedo a trenta, perché quello è il limite, e soprattutto perché non sono candidata al Giro d’Italia, ma lui si agita come se stessi sabotando la sua carriera olimpica immaginaria. Sorpassa invadendo tutta la carreggiata, già stretta, e a quel punto abbasso il finestrino e gli regalo un elegantissimo, lucidissimo:
    «Buongiorno a lei.»

    Che, in linguaggio urbano, è l’equivalente di srotolare un tappeto rosso e invitarlo a inciampare da solo.

    Lui esplode.
    Mi urla che ho comprato la patente. Che devo “togliermi di mezzo”.
    Io, con la calma zen di chi ha visto già abbastanza uomini del genere per tre vite, rispondo:
    «Cafone.»

    E lì si apre il reparto insulti a tema ginecologico, quelli che certi uomini microscopici tirano fuori quando finiscono il vocabolario:
    Puttan*!” “Troi*!”

    Tutto questo mentre pedala al centro della strada, convinto che la sua virilità sia un mezzo di trasporto prioritario.

    E mi ritrovo a pensare:
    secondo lui avrei dovuto… cosa?
    Evaporare?
    Sparire nel nulla come un miraggio femminile fuori posto nella sua corsia immaginaria?
    Teletrasportarmi dietro a un lampione per lasciargli strada alla sua bici costosa e alla sua frustrazione emancipata?

    Ma mentre si allontanava sbraitando, ho avuto un pensiero molto semplice:

    quanti uomini pedalano sopra il patriarcato senza neanche accorgersene, convinti che sia solo asfalto?

    Perché in Italia basta un mercoledì, un caffè da asporto e una strada a senso unico per ricordarti che il sessismo non è un concetto astratto: è un ciclista che ti urla contro, sicuro di avere ragione perché sei donna.

    E mentre lui spariva, ho sorriso.
    Amaro, certo. Cinico, ovvio. Ma pur sempre un sorriso.

    Perché alla fine, essere donna significa due cose:
    schivare i colpi e avere abbastanza ironia per riderci sopra.

    Noi, solo un “cafone” detto bene,
    Loro, un intero mondo che ancora permette a certi deliri di sentirsi legittimi.

    E il vero problema non è nemmeno il ciclista in sé, ma tutto ciò che gli consente di credere che quella rabbia, quel maschilismo, quella minuscola arroganza abbiano ancora diritto di cittadinanza sulle nostre strade, nelle nostre orecchie e nei nostri mercoledì mattina.

    Ma, probabilmente, in fondo…molto in fondo, diciamo in basso, aveva solo bisogno di sfogarsi. Succede, quando l’unica cosa che riesci a superare… è una donna che va a trenta all’ora.

  • Due settimane di ferie e una carriera da drama queen

    Due settimane di ferie e una carriera da drama queen

    Due settimane di ferie e una carriera da drama queen. Sì, avete letto bene. Mentre tutti sognano mare, sole e relax, io ho scelto lacrime, cocci e riflessioni esistenziali… in pieno stile “dramma romantico in vacanza”. Se pensavate che le vacanze fossero sinonimo di felicità, preparatevi a cambiare idea.

    Photo by cottonbro studio on Pexels.com

    Le mie ferie. Due settimane che avevo immaginato come un’oasi dorata: mare, sole, risate, coccole… e invece le ho trascorse a piangere. Solo a piangere. Fantastico, vero? Chi ha bisogno di relax quando può avere lacrime come compagne di viaggio?

    Erano più o meno programmate: io e lui, un po’ di mare, qualche giorno insieme, una piccola fuga fuori porta per staccare un po’. Avevamo accumulato stress: il mio lavoro triplicato, le sue incombenze, il tempo che mancava sempre e per tutto. Sognavo ferie ad occhi aperti, una coccola per noi, uno spazio per ritrovarci… e invece lui ha deciso che era il momento perfetto per staccarsi da me. Bravo. Tempismo impeccabile, davvero degno di un Oscar.

    Come un fulmine a ciel sereno, è arrivato il frastuono: distruzione silenziosa e devastante. Mi sono ritrovata sola, circondata dai cocci dei nostri sogni, frammenti di me, di lui, di noi. Ho provato a ricomporre tutto… ma cadeva dalle mani come sabbia. Ho implorato, supplicato. Prima lui, poi Dio. Ho cominciato a pensare che entrambi stessero facendo finta di non sentire.

    Ho passato giorni a contorcermi nel letto, dolore ovunque, in ogni singola parte del corpo, chiedendomi “perché?”. Negli ultimi dieci anni la vita non è stata esattamente tenera: terremoto, malattia, divorzo… e quando lui è arrivato, per un attimo ho creduto che l’universo mi stesse facendo finalmente un regalo. Finalmente qualcuno che poteva far respirare il mio cuore, far sorridere di nuovo i miei giorni, rimettere insieme i pezzi sparsi della mia vita. E invece… il colpo di grazia. Dolore così potente da piegare le ginocchia e togliere il respiro. Ho pianto come se le lacrime potessero riempire il mondo intero.

    La prossima volta, universo, potresti mandarmi qualcosa di più leggero? Qualcosa che non richieda un manuale di sopravvivenza emotiva e una laurea in resilienza? Grazie.

    La verità? Non c’è un perché. Nessuna morale, nessuna logica. Il dolore arriva, ti schiaccia, e il mondo continua a girare come se niente fosse. Ho scelto di osservarlo, di lasciarmi attraversare da lui, di non oppormi più: inutile resistere.

    Dopo giorni a tentare di salvare i cocci, li ho buttati. Perché restare aggrappati a ciò che non è più… è da masochisti. La fiducia, le promesse, le carezze… tutto è ieri. Non era amore. E se non lo è, allora non resta che lasciarlo andare.Non lo odio. Non potrei. L’ho amato, e questo amore non si cancella con la rabbia. Sta dove deve stare, lontano da me. Le ferie sono finite, domani torno a lavoro. Fino a ieri non sapevo se sarei stata in grado di tornare… oggi invece sì. Oggi sono pronta a ricominciare.

    Ho lasciato andare l’idea di me che avevo con lui, l’immagine di noi che non esiste più. Il passato resta lì, una cicatrice che mi ricorderà quanto ho amato e quanto sono stata ingenua. Ma sopravvivere serve anche a questo: a capire quanto possiamo essere forti, quanto possiamo rialzarci. E a riconoscere che non tutto quello che luccica è amore, e nemmeno tutto ciò che promette felicità lo è davvero.

    Ciò che non c’è più, semplicemente, non c’è più. Resta solo questo momento, solo noi, qui e ora. E forse, nella consapevolezza di questa libertà, c’è una forma di piacere sottile: la soddisfazione di non essere più intrappolata dalle illusioni, la certezza di poter sorridere anche quando tutto sembra andare a pezzi.

    Presto mi prenderò qualche giorno per recuperare le ferie che non ho avuto. Mi sono dimenticata di sorridere, ma tornerà. Perché la vita va avanti, e io voglio viverla. Anche se con un pizzico di cinismo verso tutto ciò che pensavamo di sapere sull’amore e le sue promesse.

    E alla fine, forse il vero lusso non è il mare o il sole o le ferie programmate… ma il poter scegliere di alzarsi, guardare i cocci e pensare: “Ok, universo, grazie per avermi ricordato chi sono davvero.”


    La vita non ci deve spiegazioni, e il dolore non chiede permesso. Ma ogni ferita, ogni lacrima, ogni coccio sparso ci insegna qualcosa: chi siamo, cosa vogliamo e quanto siamo capaci di ricominciare. Alla fine, l’unica certezza resta il presente, e la scelta di vivere, davvero, anche quando tutto sembra frantumato.

  • Il giorno in cui il dolore mi ha fatto un favore

    Il giorno in cui il dolore mi ha fatto un favore

    The day pain did me a favor

    Il dolore è qualcosa che tutti cerchiamo di evitare, eppure a volte diventa una guida inattesa che ci riporta a noi stessi. Questa è la storia di un momento in cui la sofferenza ha aperto una porta che credevo chiusa, aiutandomi a ritrovare una parte di me che avevo dimenticato.

    Pain is something we all try to avoid, yet sometimes it becomes an unexpected guide that brings us back to ourselves. This is the story of a moment when suffering opened a door I thought was closed, helping me rediscover a part of myself I had forgotten.


    Da giorni ormai scrivo sull’amore.
    Sull’esperienza che ho vissuto.
    Sul dolore che arriva quando due persone si allontanano.
    Sulle riflessioni che ne conseguono, sul vuoto che ti rimane addosso e su quel senso di impotenza che non sai gestire.

    Mi sono esplorata in ogni dove, cercando risposte, cercando un senso.
    E oggi mi sto chiedendo: non sarà stato un altro modo per fuggire? Per anestetizzarmi? Per cercare un senso a tutti i costi?

    Perché quando ti esplori così tanto, delle risposte arrivano. Sono tue, sì, ma per quanto tu possa raccontartele, senti che in fondo c’è qualcosa che non ti appartiene davvero.

    Oggi ho fatto una cosa che avevo lasciato nel cassetto da molti anni. Ho dato voce a una parte di me che avevo dimenticato, chiusa in qualche stanza del mio cuore.

    Questa mattina, nella chat del gruppo della scuola, ragazzi e ragazze con cui ho condiviso cinque anni meravigliosi di scuola superiore, arriva un messaggio.
    È di Umberto.
    Persona straordinaria dall’animo buono, artista meraviglioso, fragile come un cristallo ma molto più prezioso.
    Scrive nella chat chiedendoci di iscriverci al suo sito.

    Lo faccio immediatamente e scrivo nella chat:
    “Ubi, ci sono.”

    Quelle due parole hanno risuonato in me con una potenza straordinaria: uno tsunami, un tornado inarrestabile.
    Ci sono.
    Cosa vuol dire, davvero?
    Certo che ci sono. E il mio cuore lo gridava forte: “Ubi, ci sono.”

    Senza pensarci più di dieci secondi, gli scrivo:
    “Dove ti trovi esattamente?”
    E nel giro di poche domande e risposte, gli dico: “Arrivo.”

    Dopo quindici minuti ero già in macchina, diretta da lui.
    Nel viaggio ero un vortice di emozioni e di domande:
    Come mai lo faccio solo adesso?

    Finite le scuole superiori ci siamo rivisti solo una volta, a una cena di classe, dopo diciannove anni.
    Da allora, sono passati altri sette anni.
    Eppure, era tutto così semplice. Ci divide meno di un’ora di macchina.

    Ma dove sono stata per tutto questo tempo?

    Umberto è, ed è sempre stato, una persona per cui ho nutrito un bene sincero, di quelli profondi che nessun tempo e nessuno spazio può scalfire.
    Ma perché lo facevo solo in quel momento?

    La risposta è arrivata, disperata e potente, nuda e cruda: perché stai soffrendo.
    C’è dolore.
    E quel dolore ha risvegliato una parte di me sopita da tempo. La persona che ero un tempo. Una parte di me.

    E dalla mia bocca è uscito un grido vero, di quelli che ti concedi solo quando sei in macchina, da sola, con la musica alta:
    “Vedi, stupida, a cosa serve il dolore? A ritrovarti! A RITROVARTI.”

    Il mio corpo vibrava in un modo diverso.
    C’era quiete. C’era tremore. C’era pace.

    Ho ripensato a quel “ci sono” e ho capito che era anche per me.
    Era per noi.
    Era implicitamente anche una domanda: “Ubi, ci siamo?”
    E c’eravamo. Davvero.

    Ho provato una sensazione confortante, dolce.
    Ma quante volte l’ho provata veramente?
    Quante volte ho fatto davvero qualcosa per il bene comune, per le persone che amo?

    Un tempo ero così. Con meno strumenti, con meno capacità, ma lo ero.
    Cosa ci accade, davvero, col passare del tempo?

    Questo mi ha aperto un quesito che ha trovato la risposta subito dopo averlo posto:
    Per chi facciamo le cose?

    Le nostre azioni, le nostre parole, i nostri gesti più semplici… cosa hanno all’origine?
    Da quali bisogni sono mossi?
    A chi sono rivolti?

    E qui ho capito: ce la raccontiamo tantissimo.
    Mentiamo a noi stessi in modo palese e schiacciante.
    L’ho fatto anch’io, spesso.

    La risposta?
    Lo facciamo per noi stessi.
    Sempre.

    Ci muove quel desiderio di far arrivare l’acqua al nostro mulino, riuscendo a dirci che ci è arrivata da sola… anche se, in realtà, l’abbiamo spinta noi.
    E magari verso gli altri, sì, ma sempre per tornare a noi.

    Forse accade crescendo. Ci allontaniamo da noi stessi, sempre un po’ di più.
    Dimentichiamo.
    Chiudiamo in cassetti tante cose.

    Capire cosa c’è all’origine delle nostre azioni è una chiave potente.
    Dovremmo imparare a farlo, seriamente.
    Concederci il tempo di far emergere le risposte sincere, senza raccontarcela.

    Qual è il vero scopo di ciò che facciamo?
    Sì, lo scopo. Perché c’è sempre.

    E solo dopo che avremo ricevuto la risposta sincera da noi stessi, allora sì, in quel momento possiamo agire.
    Se ce la siamo raccontata, per quanto architettato e progettato nei minimi dettagli, lo scopo emergerà comunque da solo.
    Vibrerà e si mostrerà netto e chiaro, portandosi dietro la menzogna che lo accompagna.
    E questa falsa verità avrà i suoi effetti.

    Quello che voglio dire è questo: ho scritto tanto.
    Ho scritto bene, dopo che il mio compagno si è allontanato.
    Ho viaggiato dentro di me, portato a galla fragilità, dolore, debolezze.

    Ma lo scopo, qual è stato?

    La risposta è semplice: l’ho fatto sperando che lui mi leggesse.
    Nel tentativo che lui mi vedesse.
    Nel disperato desiderio di riportarlo da me.

    È stato tutto mosso da quel desiderio lì.
    Come ogni cosa fatta, direttamente o indirettamente, da quel giorno a oggi.
    E oggi, finalmente, sono riuscita a dirmelo con sincerità.
    Ma lo sapevo già.

    Sono arrivata a casa di Umberto.
    Un piccolo paradiso che condivide con il suo compagno.
    Un eden dove coltiva arte, passione e quella umiltà semplice che lo contraddistingue.

    Eppure, è un essere enorme, di una potenza immensa.
    Puro, genuino, pieno di cicatrici nell’anima che lo hanno reso un capolavoro.

    Abbiamo parlato tanto.
    Il tempo, a volte, si ferma.
    Non c’erano i diciannove anni e poi i sette passati solo sul calendario: c’eravamo noi e basta.
    Nella nudità dell’anima che puoi condividere solo con pochi.

    Niente maschere, niente artifici, nessun silenzio da riempire per forza.
    Perché anche nel silenzio, c’eravamo.

    Gli scambi sono potenti quando sei visto veramente.
    Quando quello che dici e fai è davvero allineato a ciò che vuoi e che sei.

    Dovremmo imparare a essere così. Sempre.
    Come possiamo desiderare di essere visti, se non ci lasciamo davvero vedere?

    Se lo scopo che ti muove non lo palesi, lo subisci.
    E non è facile.
    Ammetterlo forse è ancora più difficile.

    Non importa la velocità con cui ti esprimi o agisci.
    Importa quanto sei stato sincero con te stesso.

    Questa mattina, andare da Umberto è stata una decisione velocissima.
    Lo scopo era chiarissimo:
    “Ubi, ci sono.”
    Con tutta la domanda implicita:
    “Ubi, ci siamo?”

    Sì. Ci siamo.

    Ed era il succo, l’essenza.
    Partire è stato ritrovarmi.
    Ritrovare quella parte vera, sincera.
    Ritrovare risposte che, forse, un tempo non avevano neppure una domanda.

    Solo una certezza:
    So cosa mi muove.
    E non lo nascondo.


    For days now, I’ve been writing about love.
    About the experience I lived through.
    About the pain that comes when two people drift apart.
    About the reflections that follow, the emptiness that stays with you, and that sense of helplessness you don’t know how to manage.

    I’ve explored myself everywhere, searching for answers, looking for meaning.
    And today I’m asking myself: wasn’t it just another way to escape? To numb myself? To desperately try to find meaning at any cost?

    Because when you explore yourself that much, answers do come. They are yours, yes, but no matter how much you tell yourself, deep down you feel there’s something that doesn’t truly belong to you.

    Today I did something I had left in a drawer for many years. I gave voice to a part of me I had forgotten, locked away in some room of my heart.

    This morning, in the school group chat—the boys and girls with whom I shared five wonderful years of high school—a message arrived.
    It was from Umberto.
    An extraordinary person with a kind soul, a wonderful artist, fragile like crystal but much more precious.
    He wrote in the chat asking us to sign up on his website.

    I did it immediately and wrote in the chat:
    “Ubi, I’m here.”

    Those two words resonated in me with extraordinary power: a tsunami, an unstoppable tornado.
    I’m here.
    What does it really mean?
    Of course, I’m here. And my heart was shouting it loud: “Ubi, I’m here.”

    Without thinking more than ten seconds, I wrote to him:
    “Where exactly are you?”
    And within a few questions and answers, I said: “I’m coming.”

    Fifteen minutes later I was already in the car, heading to him.
    On the way, I was a whirlwind of emotions and questions:
    Why am I doing this only now?

    After high school, we had seen each other only once, at a class dinner, nineteen years later.
    Since then, seven more years have passed.
    And yet, it was all so simple. We live less than an hour apart by car.

    But where have I been all this time?

    Umberto is, and has always been, someone I cared for deeply—one of those feelings that no time or distance can erase.
    But why did I only do this now?

    The answer came, desperate and powerful, raw and naked: because you’re suffering.
    There is pain.
    And that pain awakened a part of me long asleep. The person I once was. A part of me.

    And from my mouth came a true cry, the kind you only allow yourself when you’re alone in the car, with the music turned up loud:
    “See, stupid, what’s pain for? To find yourself! TO FIND YOURSELF.”

    My body vibrated in a different way.
    There was stillness. There was trembling. There was peace.

    I thought back to that “I’m here” and realized it was also for me.
    It was for us.
    It was implicitly also a question: “Ubi, are we here?”
    And we were. Truly.

    I felt a comforting, sweet sensation.
    But how many times have I really felt that?
    How many times have I truly done something for the common good, for the people I love?

    I used to be like that. With fewer tools, less ability, but I was.
    What really happens to us as time goes by?

    This opened a question that found its answer right after I asked it:
    Who do we do things for?

    Our actions, our words, our simplest gestures… what is at their origin?
    What needs drive them?
    To whom are they directed?

    And here I understood: we tell ourselves so many stories.
    We lie to ourselves blatantly and overwhelmingly.
    I have done it too, often.

    The answer?
    We do it for ourselves.
    Always.

    We’re moved by that desire to bring water to our own mill, managing to tell ourselves it arrived on its own… even if, in reality, we pushed it there.
    And maybe towards others, yes, but always to come back to ourselves.

    Maybe this happens growing up. We move farther and farther from ourselves.
    We forget.
    We lock many things away in drawers.

    Understanding what lies at the origin of our actions is a powerful key.
    We should seriously learn to do it.
    Give ourselves the time to let sincere answers emerge, without fooling ourselves.

    What is the real purpose of what we do?
    Yes, the purpose. Because there is always one.

    And only after we have honestly received the answer from ourselves, then yes, at that moment we can act.
    If we’ve fooled ourselves, no matter how well planned and designed in every detail, the purpose will still emerge on its own.
    It will vibrate and show itself clearly and sharply, carrying the lie that accompanies it.
    And this false truth will have its effects.

    What I want to say is this: I wrote a lot.
    I wrote well after my partner left.
    I traveled inside myself, bringing to the surface fragilities, pain, weaknesses.

    But what was the purpose?

    The answer is simple: I did it hoping he would read me.
    In the attempt that he would see me.
    In the desperate desire to bring him back to me.

    It was all driven by that desire.
    Like everything done, directly or indirectly, from that day to today.
    And today, finally, I managed to tell myself honestly.
    But I already knew.

    I arrived at Umberto’s home.
    A little paradise he shares with his partner.
    A haven where he nurtures art, passion, and the humble simplicity that defines him.

    Yet, he is a huge being, of immense power.
    Pure, genuine, full of scars on the soul that have made him a masterpiece.

    We talked a lot.
    Sometimes time stops.
    There weren’t nineteen years and then seven just passing on the calendar: it was just us.
    In the nakedness of the soul you can share only with a few.

    No masks, no artifices, no silence to fill by force.
    Because even in the silence, we were there.

    Exchanges are powerful when you are truly seen.
    When what you say and do is really aligned with what you want and who you are.

    We should learn to be like this. Always.
    How can we want to be seen if we don’t really let ourselves be seen?

    If the purpose that moves you is not made clear, you suffer it.
    And it’s not easy.
    Admitting it is perhaps even harder.

    It doesn’t matter how fast you express yourself or act.
    What matters is how honest you have been with yourself.

    This morning, going to Umberto was a very quick decision.
    The purpose was very clear:
    “Ubi, I’m here.”
    With the whole implicit question:
    “Ubi, are we here?”

    Yes. We are.

    And that was the gist, the essence.
    Leaving was finding myself again.
    Finding that true, sincere part.
    Finding answers that, maybe once, didn’t even have a question.

    Only one certainty:
    I know what moves me.
    And I don’t hide it.