Kiss Me Licia e le fettine panate: il patriarcato in pillole della nostra infanzia

Ci hanno cresciute dolci, comprensive e perfette. Peccato che dall’altra parte fossero già seduti.

Stamattina, durante una pausa in ufficio con una mia collega, stavamo parlando di tutt’altro, scadenze, corsi, fatture, la solita vita adulta che ti tiene occupata mentre ogni tanto la mente, per ragioni sue, decide di tornare negli anni in cui bastava una sigla per ipnotizzarti. E infatti, tra una battuta e l’altra, siamo finite lì, nei cartoni, nelle serie tv, in tutta quella roba apparentemente innocua con cui ci hanno cresciute e che invece, col senno di poi, era un piccolo corso accelerato di educazione sentimentale tossica.

A un certo punto mi fermo e dico alla mia collega: ma ti rendi conto di cosa ci hanno messo in testa?

Perché noi non siamo cresciute solo con le principesse. Noi siamo cresciute anche con Kiss Me Licia, che già dal titolo ti preparava al programma: tu bacia, sorridi, arrossisci e possibilmente servi pure la cena. E poi, come se non bastasse, è arrivata pure la versione italiana a telefilm, quella in cui il cartone è diventato carne, parrucche sintetiche e patriarcato in chiaro in fascia pomeridiana.

Ed è lì che il delirio si perfeziona, perché nel cartone Mirko, diciamolo, aveva anche il suo perché. Era il classico bello anni Ottanta da anime, problematico quanto basta, irraggiungibile quanto serve per farti pensare che valga la pena perdere la dignità in modo romantico. Nel telefilm italiano, invece, il trauma si materializza: una specie di totano con una parrucca giallo girasole e un ciuffo rosso talmente imbarazzante da farti rivalutare il concetto stesso di desiderio femminile. Eppure eccolo lì, trattato come se fosse l’apice dell’esperienza erotico-sentimentale di una generazione.

La scena che ho fatto vedere alla mia collega è un capolavoro, e dico capolavoro nel senso clinico del termine.

Licia è in cucina e si chiede cosa manca per la dispensa, quindi è già dentro quella postura meravigliosa di donna che organizza, prevede, sistema, pensa alla casa prima ancora che qualcuno abbia il tempo di aver bisogno di qualcosa. A un certo punto entra Mirko, il totano biondo girasole, si piazza lì e le dice che vuole le fettine panate.

Non che gli andrebbero due fettine panate, non che magari si potrebbe mangiare qualcosa insieme. No. Lui vuole le fettine panate, con quella serenità virile di chi nella vita ha capito una cosa sola ma fondamentale: esprimere un desiderio, per certi uomini, è già metà del lavoro.

E Licia? Licia tutta zuccherina, tutta miele, tutta devozione in mise da brava ragazza, gli dice di sì, così, con la dolcezza di chi non solo accetta la richiesta, ma quasi la considera un privilegio, come se non fosse una pretesa travestita da tenerezza, ma una forma superiore di intimità.

Poi c’è il secondo atto, che è quello in cui capisci che non stai guardando una scena carina, ma stai assistendo a un addestramento generazionale.

Licia rientra a casa dopo essere uscita a fare la spesa. Quindi non solo ha accolto la richiesta, ma si è pure attivata, è uscita, ha comprato, è tornata. E chi trova? Mirko e Andrea, belli seduti a tavola, già pronti, già composti, già in modalità attesa. Non attesa di lei, che sarebbe stato almeno vagamente commovente. No, attesa delle fettine panate.

Lei entra e dice di essersi dimenticata.

E loro ci restano male.

Questa è la parte che mi fa impazzire, perché non ci restano male per lei, non sono felici che sia tornata, non c’è un moto d’affetto, un minimo di trasporto umano. Sono proprio dispiaciuti perché non sono arrivate le fettine. E io questa cosa la trovo di una violenza educativa spettacolare, perché è tutta lieve, tutta morbida, tutta impanata di tenerezza, e proprio per questo passa liscia. Il patriarcato, quando è intelligente, non urla: sorride e si accomoda.

Poi però arriva il colpo di scena. Lei le tira fuori da dietro la schiena. Le aveva comprate davvero. Era solo un tenero scherzo. Capite? Non solo è andata a fare la spesa per soddisfare il desiderio del signore con la parrucca improponibile, ma adesso gestisce pure il microdramma emotivo maschile con un siparietto grazioso. E infine, perché chiaramente non eravamo ancora abbastanza addestrate, gliele va anche a cucinare.

Fine scena. Fine innocenza. Fine di tutto.

Il punto è che io e la mia collega ridevamo, ma di quella risata particolare che ti viene quando una cosa è talmente assurda da diventare improvvisamente chiarissima. Perché lì dentro non c’è solo una scenetta vintage con una colonna sonora innocente e una panatura sospetta. C’è proprio un’idea di donna, ed è un’idea che, se ci pensi, abbiamo respirato per anni senza nemmeno farci caso.

La donna dolce, calma, carina, accomodante, quella che capisce al volo, che non si irrigidisce mai, che trasforma ogni bisogno maschile in una piccola missione personale, e possibilmente ci mette pure il fiocchetto. L’uomo invece desidera, chiede, si siede, aspetta. Non fa nulla di apertamente crudele, che sarebbe troppo facile da smascherare, fa di peggio: dà per naturale che tutto gli arrivi con grazia.

E infatti il problema di quella scena non sono le fettine. Magari fossero state solo le fettine. Il problema è il copione. Noi cresciute a intuire, anticipare, addolcire, loro cresciuti a volere senza sentirsi minimamente in debito. Noi educate a confondere la disponibilità con l’amore, loro quasi allenati a scambiare l’accudimento per paesaggio naturale.

Poi cresci davvero e, a quel punto, il bello comincia. Perché scopri che di Mirko in giro ce ne sono stati parecchi, magari senza ciuffo rosso, magari vestiti meglio, magari con un vocabolario un po’ più evoluto delle fettine panate, ma il concetto restava quello. Uomini serenamente seduti mentre tu ti muovi, uomini che non chiedono neppure troppo chiaramente, perché tanto nell’aria c’è già l’idea che sarai tu a capire, ad anticipare, a rendere tutto più semplice, più morbido, più digeribile, proprio come una perfetta cotoletta emotiva.

E io, con tutto il mio curriculum sentimentale di scelte discutibili travestite da profondità, questa cosa l’ho capita tardi, cioè nel momento esatto in cui ho smesso di trovare tenero ciò che in realtà era solo comodissimo. Perché per anni ci raccontano che essere quella che comprende, che alleggerisce, che non pesa, che sa sempre come prendere le cose, sia quasi una forma superiore di femminilità. Poi un giorno ti fermi, guardi meglio, e ti accorgi che no, non era femminilità. Era lavoro gratuito.

La parte più geniale, se vogliamo, è che tutto questo ci è stato venduto come romanticismo. Non come squilibrio, non come addestramento, non come divisione dei ruoli scritta da qualcuno con idee molto chiare e molta faccia tosta. No, come amore. Con i colori belli, la sigla carina, il tono leggero, il sorriso di lei, la fame di lui e noi lì, sul divano, a memorizzare.

Per questo oggi quella scena mi fa ridere così tanto. Perché è grottesca, certo, ma è anche onestissima. Ti sbatte in faccia, con trent’anni d’anticipo, il modello relazionale che poi avremmo trovato in versione aggiornata, ripulita, magari con meno parrucche e più aperitivi. Cambiano i dettagli, resta il meccanismo: lui esprime un bisogno come se fosse neutro, tu lo trasformi in una prova d’amore.

E invece forse la vita vera, quella che nessun cartone ci ha spiegato bene, è molto meno coreografica e molto meno carina. La vita vera non dovrebbe essere una persona seduta e l’altra in perenne movimento. Non dovrebbe essere una che intuisce, cucina, alleggerisce e un altro che riceve, ringrazia male e si commuove per la panatura. Dovrebbe essere, banalmente, due persone capaci di stare entrambe in piedi, di chiedere senza pretendere, di dare senza sparire.

E allora sì, alla fine la domanda mi resta lì, elegantemente fastidiosa come certe verità che arrivano tardi: quante delle nostre idee sull’amore erano davvero nostre, e quante invece ci sono state servite già impanate, così bene da sembrarci perfino normali?

Elena M

Commenti

Una risposta a “Kiss Me Licia e le fettine panate: il patriarcato in pillole della nostra infanzia”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    C’era di peggio. Georgie

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