Non vivevo una relazione, vivevo un sistema di difesa

Ho chiamato difficoltà ciò che era immaturità emotiva, finché quella immaturità non ha iniziato a farmi sentire in pericolo.

Ho visto un video di Riccardo Agostini sull’immaturità emotiva e per la prima volta non ho pensato: interessante.

Ho pensato:
“Ah. Eri tu.”

Non in quel modo rassicurante in cui finalmente dai un nome a una cosa e ti senti meglio. No.

Nel modo più sgradevole, più preciso, più umiliante quasi, quello in cui capisci che per troppo tempo hai chiamato “difficoltà” una struttura emotiva che ti stava togliendo lucidità, e nel frattempo ti eri pure convinta che il problema, in fondo, fossi tu.

Perché magari tu ti arrabbiavi, reagivi, facevi scenate, mentre lui sembrava quello più freddo, più lucido, più adulto.

Poi cresci un millimetro, ti passa davanti la frase giusta e capisci la truffa: non era maturità, la sua calma. Era incapacità di reggere.

Perché una persona emotivamente immatura non si riconosce sempre dal rumore che fa, ma da quello che non sa reggere: non il conflitto, non la colpa, non il bisogno dell’altro, non la vergogna, non il fatto banalissimo che l’altro esista davvero. E allora fa l’unica cosa che sa fare: scarica, ribalta, minimizza, si difende, accumula fastidio, poi un giorno dichiara che la relazione “si è sbilanciata” e la butta via, con la serenità tossica di chi chiama lucidità la propria incapacità di sentire.

Io questa cosa non la sapevo nominare, però la sentivo tutta. La chiamavo incapacità emotiva, e non ero lontana.

Perché con un soggetto del genere non si poteva discutere di niente, e quando dico niente intendo proprio niente, nemmeno di che tipo di pane mangiamo oggi, senza che partisse il meccanismo. Tu dicevi una cosa normale, lui sentiva un’accusa personale. Tu esprimevi un bisogno, lui sentiva un processo. Tu provavi a parlare, lui si preparava per il tribunale dell’Aia.

Questa è una delle cose più devastanti dell’immaturità emotiva: tu non stai parlando con una persona, stai parlando con il suo sistema di difesa.

Tu dici:
“Mi sono sentita ignorata.”

Lui non sente: mi sono sentita ignorata.
Lui sente:
“Quindi è colpa mia.”

Tu dici:
“Avrei bisogno di più chiarezza.”

Lui traduce:
“Mi stai dicendo che non valgo abbastanza.”

E così, un po’ alla volta, inizi a camminare sulle uova. Misuri i toni, scegli le parole, anticipi i disastri, eviti certi temi, ne eviti altri ancora, speri nella giornata buona, nell’umore giusto, nella congiunzione astrale favorevole. Perché l’alternativa è che ogni minima cosa diventi un conflitto enorme.

Lui diceva sempre che mandava “segnali”, che faceva suonare “campanellini”. E già qui una donna sana dovrebbe alzarsi e andarsene, perché io volevo un compagno, non una specie di escape room sentimentale con me nel ruolo della povera idiota che doveva trovare gli indizi prima che scattasse l’allarme.

Lui non diceva mai una cosa in modo diretto, però pretendeva che io vivessi in modalità interprete, a captare omissioni, micro-silenzi, dettagli, vibrazioni. Io non stavo in una relazione, stavo in un rebus.

La parte più grottesca è che lui una teoria ce l’aveva pure. Diceva che dentro di sé si accumulavano “sassolini”, fastidi, cose che pesavano, e quando la sua fantomatica “bilancia emotiva” si sbilanciava troppo, la relazione andava buttata via. Buttata via. Non affrontata, non attraversata, non capita. Buttata via. Come se il problema non fosse la sua incapacità di stare in relazione, ma il fatto stesso che una relazione, dopo l’infatuazione iniziale, smetta di essere una vetrina luminosa e diventi la cosa che è, cioè un incontro tra due esseri umani veri, separati, imperfetti, con bisogni propri, tempi propri, ferite proprie.

E lì lui andava in tilt.

Perché finché c’è l’infatuazione va tutto bene, l’infatuazione non chiede struttura, non chiede responsabilità, non chiede tenuta. Ti lascia nell’illusione di aver trovato “la persona giusta”, quella che si incastra perfettamente. E infatti lui lo diceva spesso. Solo che a un certo punto ho capito una cosa chiarissima: lui non cercava una persona, cercava un incastro ergonomico. Non cercava un’altra soggettività, cercava qualcuno che non lo disturbasse mai, che non lo costringesse alla fatica adulta di stare davanti a un altro essere umano. A un certo punto ho capito che non aveva mai costruito davvero una relazione: aveva solo perfezionato una raccolta differenziata di legami scartati.

Perché sentire, per certi soggetti, è pericoloso. Sentire colpa, sentire limite, sentire vergogna, sentire dipendenza, sentire amore vero, tutto questo diventa troppo. E quando è troppo, non si elabora, si elimina.

Con me, lui ha sentito tantissimo, e non lo dico con vanità, lo dico con lucidità. Talmente tanto che alla fine non si è limitato a chiudere, a sparire, a dire “non funziona”, che sarebbe già stato miserabile ma almeno leggibile. No. Lo scarto con me non è stato una semplice fine, non è stato un congedo adulto, non è stato uno di quei finali tristi ma comprensibili che almeno ti lasciano il diritto di capire dove sei.

È stato uno strappo. Uno di quelli in cui il corpo capisce prima della testa che qualcosa ha smesso di essere sicuro. Una notte, una frattura, una distanza improvvisa, quella sensazione precisa di non essere più davanti a una persona che chiude una relazione, ma davanti a qualcuno che deve espellere in fretta ciò che non riesce più a contenere. E questa cosa va detta in modo netto, perché altrimenti sembra una di quelle storie finite male e basta. Non è andata così.

Ed è qui che l’immaturità emotiva smette di sembrare una formula elegante da reel ben illuminato e mostra la sua faccia vera. A quel punto non stai più parlando di uno “difficile”, di uno “chiuso”, di uno “un po’ irrisolto”. Stai parlando di una dinamica che può diventare pericolosa.

La cosa più umiliante, se vogliamo, è che io in tutto questo ci sono rimasta. Ma non perché fossi cieca, e nemmeno stupida. Ci sono rimasta perché quel linguaggio emotivo mi era familiare. Venendo da una famiglia molto disfunzionale, non avevo ancora gli strumenti per fermarmi e dire: aspetta, questa non è complessità, questa è una forma emotiva che marcisce tutto quello che tocca. Il disordine mi sembrava riconoscibile, e tutto ciò che è riconoscibile, purtroppo, per molto tempo può anche sembrarti casa.

Ed è qui che entra lo specchio. Non quello spirituale da biscotto della fortuna, non la retorica del “grazie a tutti i mostri perché ci insegnano qualcosa”, no. Io non ringrazio quello che è successo. Non ringrazio lo scarto, non ringrazio la freddezza, non ringrazio quella forma vigliacca di fuga che scarica, espelle, elimina, e poi magari pretende pure di chiamarsi lucidità.

Non ringrazio persone così.
Ringrazio però la verità che questa storia mi ha costretta a vedere.

Dentro quella storia ho visto le mie soglie di tolleranza, ho visto quanto fossi abituata a restare in ambienti emotivamente malsani, ho visto quanta fatica facessi a riconoscere come pericoloso ciò che per me era solo, tristemente, familiare. E lì ho capito una cosa che oggi per me conta moltissimo: io non voglio un posto così, e non voglio dovermi anestetizzare per riuscire a restarci.

Non voglio una relazione che sembra calma solo perché uno dei due ingoia tutto e l’altro comunica per enigmi come una cartomante emotivamente analfabeta. Non voglio un incastro perfetto che funziona finché non disturba nessuno. Voglio un luogo di crescita.

Per come la vedo oggi, un luogo di crescita non è un posto dove non si litiga mai. È un posto dove due persone possono sentirsi toccate senza trasformare ogni emozione in una guerra, ogni bisogno in un’accusa, ogni attrito in una condanna. Un posto dove non devi fare l’investigatrice dei campanellini, non devi sparire per tenere in piedi la pace, non devi restringerti per essere amata.

E forse è questa la notizia buona, alla fine: non che una storia così ti spezzi, quello lo sapevamo già, ma che a un certo punto ti costringa a smettere di accusarti e ti restituisca a te stessa con un’idea molto più pulita dell’amore. Non quella tossica, teatrale, piena di allarmi e codici da interpretare, ma quella adulta, finalmente.

Insomma, io non ero troppo, non ero sbagliata. Non serviva diventare più piccola, più muta, più comoda. Serviva solo uscire da un posto marcio e ricordarmi che l’amore, quando non è una trappola, somiglia molto più a un respiro che a un allarme.

Elena M


Questo pezzo è partito da un video di Riccardo Agostini, nel modo meno romantico possibile: non mi ha ispirata, mi ha rimessa in fila. E, a margine, consiglio anche il lavoro del Dr. Massimo Giusti, che su certe dinamiche trovo illuminante proprio perché non ti addolcisce la verità: ti aiuta a guardarla.

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