Nel panorama della scrittura digitale contemporanea, Elena Moriconi costruisce uno spazio raro: un osservatorio sull’affettività che rifiuta tanto la retorica quanto la semplificazione. Nel suo progetto “Arte di Amarsi Male™”, l’esperienza personale non viene esibita né risolta, ma attraversata con uno sguardo lucido, spesso ironico, sempre disincantato. La sua scrittura si muove sul confine tra narrazione e analisi, trasformando dinamiche intime in materia leggibile, riconoscibile, quasi inevitabile. Non offre soluzioni, né consolazioni: mette a fuoco. Ed è proprio in questa capacità di nominare ciò che normalmente resta confuso, il modo in cui le relazioni si costruiscono, si deformano e si fraintendono, che il suo lavoro trova una sua precisa identità.
Per anni abbiamo scambiato il caos per passione e il dubbio per profondità. Ma se l’amore vero non fosse quello che ti mette in crisi, bensì quello che ti fa sentire finalmente naturale?
Ci pensavo l’altro giorno, e già questo dovrebbe preoccuparmi, perché quando una donna dice “ci pensavo l’altro giorno” di solito non sta aprendo una riflessione: sta aprendo una crepa.
Per anni abbiamo chiesto all’amore di farci sentire che stava succedendo qualcosa di enorme. Volevamo il batticuore, certo, ma anche il dubbio, l’insonnia, la rilettura dei messaggi, il tono ambiguo, il “che avrà voluto dire?”, quel leggero dissesto psichico che, per qualche motivo, abbiamo continuato a chiamare passione. Se uno ci agitava, allora era importante. Se ci lasciava instabili, allora ci sembrava profondo. Se ci faceva sentire calme, invece, ci pareva quasi poco.
E se fosse proprio qui il grande equivoco? E se il vero amore ci sembrasse noioso solo perché ci hanno educato a riconoscere il caos molto meglio della pace?
Perché diciamocelo: il caos sa vendersi benissimo. Entra in scena, si veste meglio della serenità e si spaccia per intensità. La pace, invece, ha sempre avuto pessimo marketing. Ci è sembrata povera, quasi dimessa, come quelle scarpe molto comode che all’inizio snobbi e poi, quando cresci, capisci che erano l’unica scelta sensata.
Io, a un certo punto, ho iniziato a sospettare che non avessimo capito niente.
Forse il vero amore non è quello che ti costringe a diventare una medium, una profiler, una traduttrice simultanea del non detto maschile. Non quello che ti fa passare dal “che bello” al “oddio” nell’arco di sette minuti e mezzo, ma quello che, in sua presenza, ti toglie improvvisamente il bisogno di interpretare.
E allora la domanda mi è venuta da sola: quand’è stata l’ultima volta che mi sono sentita davvero me con qualcuno?
Me, nel senso più semplice e più raro del termine. Non versione skincare e bicarbonato dell’anima, ma me perché non devo recitare, non devo trovare la versione più brillante, più seducente, più intelligente o più trattenuta per restare desiderabile. Me perché, per una volta, non sto cercando di piacere: sto solo esistendo.
E il problema vero è che quando questa cosa succede, all’inizio quasi non ci credi. Ti viene spontaneo pensare: tutto qui? Davvero l’amore potrebbe avere più a che fare con il sollievo che con l’allarme? Potrebbe essere che il cuore, invece di impazzire, a volte semplicemente si riconosca?
Perché ci sono persone con cui il mondo non sparisce, ma si abbassa. Le vite restano complicate, le rotture di scatole pure, i contesti fanno comunque il loro sporco lavoro, ma il rumore cala. E restate lì. Tu e lui. Senza maschere, senza performance, senza quella stanchezza sottile del dover essere sempre all’altezza di qualcosa. E quando succede, non pensi: oddio, che mi sta succedendo. Pensi quasi il contrario. Pensi: ah, ecco, era questo.
Lo dico perché a volte certe intese si vedono anche da fuori. Non sai come, ma si vedono. Un tavolo qualsiasi diventa improvvisamente il più bello della serata e tu capisci che, purtroppo, il mondo ogni tanto nota cose che avresti preferito tenere più discrete.
Poi naturalmente non basta. Non basta sentirsi se stesse per sapere già tutto, non basta stare bene per trasformare una cosa vera in una cosa facile, non basta la complicità per risolvere i tempi storti, le vite già avviate, i nodi irrisolti, le strutture mancanti. Io non sto dicendo questo. Sto dicendo una cosa più scomoda: che una donna, quando incontra qualcuno con cui non sente il bisogno di controllarsi, se ne accorge.
E da quel momento in poi non riesce più a fare finta di non conoscere la differenza.
Perché sì, il quotidiano è un’altra faccenda: la pasta, i ritardi, il lavoro, la stanchezza, i caratteri nei giorni brutti, il dentifricio, le scarpe in mezzo. Tutto vero. Ma prima di tutto questo c’è una domanda più nuda: accanto a questa persona mi sento più me o meno me?
E se la risposta, per una volta, fosse: mi sento semplicemente me?
Forse è questo che ci manda in crisi. Non il disordine, ma il suo contrario. Forse il vero amore non ci sembra noioso perché sia tiepido, ma perché non assomiglia abbastanza al casino che abbiamo sempre chiamato passione. Forse l’amore vero, prima di essere epico, è semplice.
E siccome noi alla semplicità abbiamo sempre preferito il teatro, ci ritroviamo adulte, sveglie e pure discretamente intelligenti, a scoprire con un certo imbarazzo che la serenità non era noia. Era solo una lingua che non parlavamo più.
Io una risposta definitiva non ce l’ho. Però una cosa la so. Ci sono persone con cui non devo diventare niente: non più bella, non più leggera, non più brava, non più saggia, non più accomodante, non più misteriosa. Posso solo esserci. E in un mondo che ti chiede continuamente di migliorarti per meritarti un posto, questa non è una sensazione banale. È quasi una forma di salvezza.
Forse, alla fine, l’amore vero non è quello che ti lascia con mille domande. Forse è quello che te ne lascia una sola, molto più onesta e molto più pericolosa: ma com’è possibile che io abbia chiamato amore tutto il resto?
Mi sono fermata davanti a questo poster e, con mia sorpresa, non ho guardato la cima. Non il femminicidio, non lo stupro, non lo stalking. Quelli li vediamo tutti. Ci indigniamo bene davanti alle tragedie concluse, siamo eccellenti nel riconoscere il sangue quando ormai ha raggiunto il pavimento. Sulla punta dell’iceberg abbiamo sviluppato persino una certa sensibilità collettiva: condividiamo post, scriviamo frasi, abbassiamo lo sguardo e diciamo che è terribile.
Poi però ho guardato sotto.
Molto sotto.
Quasi nascosta, come se fosse una nota a piè pagina della storia, c’era una parola che trovo infinitamente più inquietante: colpevolizzazione delle vittime di violenza.
Ed è curioso, perché forse è proprio lì che comincia tutto.
Perché una società che domanda a una persona “perché ci sei tornata?”, “perché hai aspettato?”, “perché ne parli adesso?”, “sei sicura che sia andata così?” ha già spostato il peso. Con un movimento elegante, quasi invisibile, prende gli occhi da chi compie un gesto e li posa su chi lo racconta.
Trovo sempre straordinario il talento che abbiamo nel processare la voce invece di ascoltare il contenuto. Improvvisamente non si discute più del dolore, della paura, della libertà violata o dell’umiliazione; si discute del tono, delle parole usate, del momento scelto per parlare. Come se esistesse un galateo del dolore. Come se una persona dovesse soffrire con discrezione, raccontare con misura e, soprattutto, disturbare il meno possibile.
Forse è per questo che molte persone non tacciono perché non hanno niente da dire. Tacciono perché a un certo punto imparano che il prezzo del racconto rischia di diventare più pesante del racconto stesso.
Eppure c’è una cosa che continua a sembrarmi profondamente sbagliata: l’idea che la verità debba sempre sedersi sul banco degli imputati mentre certe dinamiche continuano a passeggiare tranquille, vestite da carattere, fragilità, amore o semplice fraintendimento.
E forse il punto è proprio questo: una donna su tre in Italia subisce violenza nel corso della propria vita. Una su tre. Non stiamo parlando di un’anomalia statistica, di un incidente raro, di qualche caso isolato da relegare alle pagine di cronaca. Stiamo parlando di qualcosa di così esteso da essere quasi strutturale.
Forse questo iceberg non è invisibile.
Forse siamo noi che non vogliamo guardarlo davvero.
Perché guardarlo significherebbe ammettere che il problema non è soltanto la punta che emerge dall’acqua. Il problema è tutto ciò che la sostiene sotto: il controllo chiamato premura, la manipolazione chiamata amore, la paura chiamata esagerazione, il silenzio chiamato buon senso.
Il problema degli iceberg è che tutti guardano la punta. Quello che dimenticano è che le navi non affondano per la parte che vedono. Affondano perché hanno colpito la parte che nessuno ha voluto osservare.
C’è però una cosa che questo iceberg non dice. O forse la dice e bisogna averci vissuto dentro per accorgersene: a un certo punto qualcuno si aspetta che tu faccia una cosa molto precisa. Che abbassi lo sguardo, che limi gli angoli, che renda il dolore più educato, più digeribile, più comodo per chi ascolta.
È una dinamica curiosa. A volte non si prova nemmeno a negare un vissuto; si prova a riscriverlo. Si spostano i pesi, si cambiano i nomi alle cose, si rende confuso ciò che era chiarissimo a chi lo ha attraversato. Perché una verità indebolita fa meno paura di una verità pronunciata a voce piena.
Ho scoperto però che la memoria non è argilla nelle mani degli altri. E non ho alcuna intenzione di partecipare alla riscrittura di ciò che ho visto, sentito o vissuto.
Non confondo il silenzio con l’eleganza e non confondo la paura con il rispetto. Raccontare una verità non significa dichiarare guerra a qualcuno. Significa semplicemente rifiutarsi di diventare complice della sua cancellazione.
Perché ci sono persone che temono le parole non quando sono false.
Le temono quando sono vere.
Arte di Amarsi Male™ non è un consiglio. È un’autopsia. E le autopsie non si fanno per disturbare qualcuno; si fanno per capire cosa ha ucciso qualcosa.
Una telefonata di lavoro fuori orario, un confine messo con la mano tremante e il ricordo di una relazione tossica in cui la disponibilità era diventata una trappola.
Si parte da una telefonata di lavoro lasciata squillare fuori orario e si finisce dentro una di quelle stanze scomode in cui ti accorgi che la disponibilità, quando diventa automatica, non è più gentilezza: è autoabbandono.
Dentro ci sono lavoro, senso del dovere, messaggi, confini, screenshot poco edificanti e quella parola lì, “amarsi”, che sembra romantica finché non ti chiede di smettere di offrirti a chi ti tratta come un servizio sempre attivo.
Quindi no, non è un pezzo breve. Ma certe dinamiche, per essere viste bene, hanno bisogno di tutto il giro.
Ero ancora al lavoro, appoggiata davanti al pc, a guardare il risultato della mia giornata con quella faccia mistica di chi non sa più se ha prodotto qualcosa o se è stata lentamente assorbita da una schermata.
Perché sì, oltre alla mia carriera improvvisata da scrittrice sentimentale, svolgo anche un lavoro vero. Uno di quelli con le mail, le scadenze, i documenti da sistemare, le cose “urgenti” che spesso sono urgentissime solo perché qualcuno non ha letto bene la prima riga. Un lavoro dove per otto ore, più straordinari, più quella comoda estensione invisibile che nessuno firma ma che a me piace tanto, mi trasformo in una versione iperfunzionante di me stessa: precisa, disponibile, connessa, risolutiva, praticamente una donna con il sistema operativo aggiornato e la batteria emotiva sempre in risparmio energetico.
Ho sempre avuto uno strano concetto del vivere: per me il lavoro non è mai stato solo lavoro, ma una specie di impegno sacro, una religione laica con il pc al posto dell’altare e la casella mail come confessionale. Il mio collega principale è lui, il computer, insieme a tutto quell’universo tecnologico fatto di notifiche, messaggi, chiamate, piattaforme, cartelle, allegati e microdrammi digitali, da cui nei festivi tento di prendere una pausa con la stessa convinzione con cui certe persone dicono “da lunedì dieta” mentre aprono il tiramisù.
Dopo mezz’ora dalla fine del mio orario lavorativo, squilla il cellulare.
Il mio cellulare, che un tempo era personale. Dico “un tempo” come si parla di un’epoca felice, prima che ogni oggetto della mia vita venisse arruolato con efficienza nella carriera professionale. Il telefono, WhatsApp, la pazienza, la retina dell’occhio: tutto ormai collabora alla produttività. A un certo punto ho avuto la sensazione che anche il mio caricabatterie avesse sviluppato un senso del dovere superiore al mio.
Faccio per rispondere.
Poi mi fermo.
Mi torna in mente l’ultima seduta con la mia analista, quando mi ha guardata con quella calma irritante delle persone che stanno per dirti una cosa semplicissima, quindi devastante.
“Elena, amarsi significa anche mettere dei confini. Ovunque. Con chiunque.”
Io naturalmente avevo annuito, perché in analisi sono bravissima ad annuire. Annuisco come una donna evoluta, consapevole, quasi risolta, una che ha capito tutto e appena esce dallo studio torna immediatamente a comportarsi come il pronto soccorso emotivo e operativo del centro Italia.
Guardo il cellulare squillare con insistenza.
Una parte di me vuole rispondere, l’altra prova a comportarsi come una persona adulta, libera, dotata di libero arbitrio e di un minimo sindacale di autostima. Decido quindi di sperimentare quella che fino a quel momento mi era sembrata una teoria dell’assurdo: non rispondere. Non sparire in Patagonia, non incendiare i ponti, non diventare una criminale del lavoro; semplicemente lasciare che una chiamata fuori orario resti una chiamata fuori orario.
È stata una sensazione assurda. Panico, agitazione, un piccolo collasso interiore arredato con mobili IKEA e senso di colpa. Il mondo crollerà se non rispondo, mi dicevo. Sarà successo qualcosa di insormontabile, qualcuno avrà bisogno di me, magari c’è un’emergenza vera, magari l’intero equilibrio del sistema dipende dal mio pollice destro.
Resisto.
E siccome non sono ancora una donna risolta, ma solo una donna che ogni tanto tenta piccoli esperimenti di dignità, provo a distrarmi con pensieri vaghi, tipo: come si cucina l’asparago croccante? Le carote nell’insalata sono meglio alla julienne o a rondelle? Se sistemo la scrivania o l’intero ufficio, forse sistemo anche la mia esistenza? No, però almeno trovo la spillatrice, che in certi momenti è già una forma minore di salvezza.
Sistemo due cose, ne sposto altre tre, faccio finta di essere una persona che ha il controllo della propria vita e poi esco. Torno a casa con quel pensiero catastrofico ancora addosso, appiccicato alla mente come una notifica non letta.
Dopo due ore da quella chiamata, arriva il messaggio del cliente. Mi scrive che mi aveva chiamata perché era in macchina e non sapeva cosa fare con l’allegato nella mail, poi ha riletto meglio e si è accorto che le indicazioni erano già scritte nel testo, quindi niente, aveva pensato una stupidaggine.
In quel preciso istante ho compreso un dettaglio che sembra banale, ma non lo è: il mondo non era crollato. Nessuna emergenza aveva preso fuoco, nessuna tragedia professionale si era consumata nel tempo in cui io avevo osato non rispondere al telefono. Era semplicemente un cliente in macchina, con un dubbio nato dalla fretta, cresciuto nella distrazione e morto da solo appena ha letto quello che era già scritto.
Eppure io, per due ore, avevo prestato a quella chiamata il mio sistema nervoso, la mia attenzione, una parte della mia serata e quel vecchio senso di colpa che in me ha sempre avuto la puntualità svizzera e l’eleganza di una cartella esattoriale.
Mi sembrava di aver mancato a qualcosa, di aver lasciato scoperta una postazione, di aver tradito una specie di patto invisibile secondo cui io, se qualcuno chiama, devo esserci. Non importa se ho finito di lavorare, se sono stanca, se ho una vita, se magari per una volta il mondo può imparare a leggere una mail fino in fondo senza coinvolgere direttamente il mio apparato endocrino.
La cosa buffa, o tragica, dipende da quanta pietà vogliamo concedere alla scena, è che quella telefonata non parlava solo del mio lavoro. Parlava di me. Della mia postura interiore, del modo in cui per anni ho confuso la disponibilità con il valore, la prontezza con l’amore, l’efficienza con una specie di lasciapassare per essere scelta, stimata, tenuta, non abbandonata in un angolo come una pianta grassa dimenticata sul davanzale.
E inevitabilmente ho pensato a certe dinamiche. A quel grande esperimento fallito di educazione sentimentale in cui, per troppo tempo, non ero più una donna, ma un servizio sempre attivo: una specie di centralino emotivo con funzioni accessorie di ascolto, contenimento, rassicurazione, interpretazione dei silenzi e traduzione simultanea delle miserie altrui.
Dentro quella disponibilità, certi uomini sanno abitare benissimo. Anzi, ci si mettono proprio comodi, come quelli che entrano in casa tua senza togliersi le scarpe e poi riescono pure a lamentarsi del pavimento freddo.
Mi scriveva con una frequenza disarmante: messaggi continui, aggiornamenti, lamentele, variazioni d’umore, microdrammi quotidiani, report affettivi che nemmeno un ufficio qualità in pieno audit interno avrebbe saputo produrre con tanta costanza. E io rispondevo, perché pensavo che esserci fosse amore, che la presenza fosse prova, che la prontezza fosse cura, che la disponibilità fosse una forma alta, quasi nobile, del sentimento.
Non capivo ancora che quando una persona inizia a misurare il tuo amore sulla velocità con cui rispondi, non sta cercando amore: sta cercando controllo con una copertina emotiva decente.
Se per caso, per lavoro, per stanchezza, per vita, per quell’insignificante dettaglio biologico per cui anche io, incredibilmente, non sono un dispositivo h24 con ricarica automatica e cuore incorporato, tardavo a rispondere, arrivava la punizione.
A volte era diretta, poverissima, quasi infantile nella sua bruttezza: una parola sola, buttata lì come uno sputo digitale, con quella grazia comunicativa che dovrebbe far scattare non il dolore, ma il blocco immediato, la cancellazione del numero e possibilmente anche una piccola cerimonia privata di igiene emotiva.
Altre volte era più sottile, e forse proprio per questo più pericolosa. Non arrivava come insulto, ma come regolamento. Il senso era: dovresti essere più empatica con me, dovresti darmi soddisfazione quando ti mando qualcosa, dovresti rispondere nel modo giusto, perché altrimenti, quando dovrò scegliere, non mi verrà spontaneo prenderti in considerazione.
Lì non c’era solo maleducazione. C’era un manuale d’uso dell’affetto, scritto con la penna dell’ego e la grammatica del ricatto: se mi gratifichi, ti considero; se non reagisci come voglio, scendi di posizione; se non mi dai abbastanza conferme, non mi viene da prenderti in considerazione.
Una specie di concorso pubblico per fidanzate, ma senza bando, senza trasparenza amministrativa e con la commissione composta interamente dalla sua fragilità travestita da autorità.
A volte, poi, la punizione non arrivava nemmeno perché avevi fatto chissà cosa. Bastava una voce del mattino ancora rauca, un tono stanco, una frase uscita male mentre eri già dentro una giornata complicata.
Una mattina, per esempio, non avevo nemmeno capito subito cosa stesse succedendo. Mi ero svegliata con la voce impastata, il tono storto, la testa già piena, e a un certo punto mi sono ritrovata dentro un processo emotivo in cui il capo d’accusa era, sostanzialmente, non aver prodotto abbastanza dolcezza alle prime ore del giorno.
Io ancora cercavo di capire dove fosse il disastro.
Poi lui mi ha fatto notare il tono, io ho provato a spiegarmi, mi sono scusata. Perché quando passi troppo tempo a fare manutenzione emotiva dell’altro, ti scusi anche del rumore che fa la tua fatica.
Ecco. Io mi scusavo per il tono, lui continuava a costruire il processo.
Non gli bastavano le scuse. Serviva che io capissi. Serviva che io ammettessi una responsabilità, ma senza aspettare un suo errore per pareggiare i conti. Serviva che la mia fatica non restasse fatica, ma diventasse colpa. Serviva che una voce stanca al mattino si trasformasse in una prova di mancanza, in un difetto relazionale, in qualcosa su cui lui potesse salire in cattedra.
Che meraviglia di architettura affettiva: tu sei stanca, lui si offende; tu ti scusi, lui rilancia; tu provi a chiarire, lui trasforma tutto in responsabilità, conti, sentenze, capolinea. Come se una voce rauca al mattino fosse un atto ostile, una lesione personale, un crimine contro la sua percezione di sé.
Poi c’erano le frasi fredde, quelle che sembravano ragionevoli solo perché non contenevano parolacce. Il senso era: facciamo i conti, affrontiamo la realtà, non buttiamola sul sentimentale.
Che poi è una delle forme più eleganti della vigliaccheria affettiva: trasformare il dolore dell’altro in eccesso, chiamare “sentimentale” quello che è semplicemente umano, e fingere di essere lucidi solo perché si è riusciti a diventare gelidi.
Il punto non era solo che mi parlasse male. Il punto era che, ogni volta, mi stava insegnando dove dovevo stare.
Pronta, disponibile, dolce al punto giusto, empatica quando serviva a lui, silenziosa quando il mio dolore diventava troppo ingombrante. Se uscivo dal ruolo, arrivava la conseguenza: una frase fredda, una distanza improvvisa, una piccola sentenza.
E io, per anni, quel ruolo l’ho occupato.
Non perché fossi stupida. Questa cosa va detta, perché le persone che restano non sono stupide. Sono spesso stanche, coinvolte, confuse, innamorate, ferite, abituate a cercare senso anche dove c’è solo miseria emotiva. Io cercavo spiegazioni, sfumature, ferite antiche, traumi, lune storte e probabilmente anche un verbale di assemblea condominiale dell’infanzia, pur di non guardare la cosa più semplice: quello non era amore complicato, era svalutazione quotidiana.
E io stavo imparando ad adattarmi.
Quando ti ami male, non riconosci subito la violenza della frase. Prima ti chiedi cosa avresti potuto fare meglio. Rispondere prima, parlare meglio, essere più calma, più comprensiva, più adulta, più qualcosa. C’è sempre un “più” da inseguire quando hai imparato a sentirti responsabile anche della cattiveria degli altri.
La mia disponibilità lo stava educando male, ma soprattutto stava diseducando me. Ogni risposta data quando non volevo rispondere, ogni spiegazione offerta a chi non voleva capire, ogni scusa consegnata a chi voleva solo restare superiore, non stava salvando l’amore. Stava solo confermando una regola: puoi invadermi, io mi sposto.
E forse è qui che la parola “amarsi” torna davvero al centro.
Perché amarsi male non significa solo scegliere la persona sbagliata. Significa anche restare dentro una storia mentre, pezzo dopo pezzo, smetti di sceglierti tu.
Se mi fossi amata bene, alla prima frase scritta non per parlarmi ma per rimettermi al mio posto, lui avrebbe dovuto prendere una strada qualsiasi, purché lontana dal mio perimetro vitale. Non per vendetta, non per orgoglio, ma per igiene emotiva.
Oggi, davanti a una telefonata di lavoro non risposta, io non stavo solo imparando a gestire meglio un cliente. Stavo facendo una cosa molto più piccola e molto più enorme: stavo lasciando squillare.
E per una come me, cresciuta nell’idea che essere disponibile significasse valere, lasciare squillare è stato quasi un atto rivoluzionario.
Forse si comincia così, ad amarsi un po’ meno male.
Non con le grandi rinascite in controluce, non con le tisane della consapevolezza, non con la versione illuminata di noi stesse che perdona tutti e finalmente conosce il proprio valore come se fosse scritto sull’etichetta del maglione.
Si comincia da una chiamata non risposta.
Da un messaggio lasciato decantare.
Da una domanda dell’altro che può aspettare.
Dal momento in cui capisci che il mondo non crolla se non sei disponibile.
Al massimo crolla l’illusione che tu debba esserlo sempre.
E, francamente, quella poteva crollare molto prima.
Ho chiamato difficoltà ciò che era immaturità emotiva, finché quella immaturità non ha iniziato a farmi sentire in pericolo.
Ho visto un video di Riccardo Agostini sull’immaturità emotiva e per la prima volta non ho pensato: interessante.
Ho pensato: “Ah. Eri tu.”
Non in quel modo rassicurante in cui finalmente dai un nome a una cosa e ti senti meglio. No.
Nel modo più sgradevole, più preciso, più umiliante quasi, quello in cui capisci che per troppo tempo hai chiamato “difficoltà” una struttura emotiva che ti stava togliendo lucidità, e nel frattempo ti eri pure convinta che il problema, in fondo, fossi tu.
Perché magari tu ti arrabbiavi, reagivi, facevi scenate, mentre lui sembrava quello più freddo, più lucido, più adulto.
Poi cresci un millimetro, ti passa davanti la frase giusta e capisci la truffa: non era maturità, la sua calma. Era incapacità di reggere.
Perché una persona emotivamente immatura non si riconosce sempre dal rumore che fa, ma da quello che non sa reggere: non il conflitto, non la colpa, non il bisogno dell’altro, non la vergogna, non il fatto banalissimo che l’altro esista davvero. E allora fa l’unica cosa che sa fare: scarica, ribalta, minimizza, si difende, accumula fastidio, poi un giorno dichiara che la relazione “si è sbilanciata” e la butta via, con la serenità tossica di chi chiama lucidità la propria incapacità di sentire.
Io questa cosa non la sapevo nominare, però la sentivo tutta. La chiamavo incapacità emotiva, e non ero lontana.
Perché con un soggetto del genere non si poteva discutere di niente, e quando dico niente intendo proprio niente, nemmeno di che tipo di pane mangiamo oggi, senza che partisse il meccanismo. Tu dicevi una cosa normale, lui sentiva un’accusa personale. Tu esprimevi un bisogno, lui sentiva un processo. Tu provavi a parlare, lui si preparava per il tribunale dell’Aia.
Questa è una delle cose più devastanti dell’immaturità emotiva: tu non stai parlando con una persona, stai parlando con il suo sistema di difesa.
Tu dici: “Mi sono sentita ignorata.”
Lui non sente: mi sono sentita ignorata. Lui sente: “Quindi è colpa mia.”
Tu dici: “Avrei bisogno di più chiarezza.”
Lui traduce: “Mi stai dicendo che non valgo abbastanza.”
E così, un po’ alla volta, inizi a camminare sulle uova. Misuri i toni, scegli le parole, anticipi i disastri, eviti certi temi, ne eviti altri ancora, speri nella giornata buona, nell’umore giusto, nella congiunzione astrale favorevole. Perché l’alternativa è che ogni minima cosa diventi un conflitto enorme.
Lui diceva sempre che mandava “segnali”, che faceva suonare “campanellini”. E già qui una donna sana dovrebbe alzarsi e andarsene, perché io volevo un compagno, non una specie di escape room sentimentale con me nel ruolo della povera idiota che doveva trovare gli indizi prima che scattasse l’allarme.
Lui non diceva mai una cosa in modo diretto, però pretendeva che io vivessi in modalità interprete, a captare omissioni, micro-silenzi, dettagli, vibrazioni. Io non stavo in una relazione, stavo in un rebus.
La parte più grottesca è che lui una teoria ce l’aveva pure. Diceva che dentro di sé si accumulavano “sassolini”, fastidi, cose che pesavano, e quando la sua fantomatica “bilancia emotiva” si sbilanciava troppo, la relazione andava buttata via. Buttata via. Non affrontata, non attraversata, non capita. Buttata via. Come se il problema non fosse la sua incapacità di stare in relazione, ma il fatto stesso che una relazione, dopo l’infatuazione iniziale, smetta di essere una vetrina luminosa e diventi la cosa che è, cioè un incontro tra due esseri umani veri, separati, imperfetti, con bisogni propri, tempi propri, ferite proprie.
E lì lui andava in tilt.
Perché finché c’è l’infatuazione va tutto bene, l’infatuazione non chiede struttura, non chiede responsabilità, non chiede tenuta. Ti lascia nell’illusione di aver trovato “la persona giusta”, quella che si incastra perfettamente. E infatti lui lo diceva spesso. Solo che a un certo punto ho capito una cosa chiarissima: lui non cercava una persona, cercava un incastro ergonomico. Non cercava un’altra soggettività, cercava qualcuno che non lo disturbasse mai, che non lo costringesse alla fatica adulta di stare davanti a un altro essere umano. A un certo punto ho capito che non aveva mai costruito davvero una relazione: aveva solo perfezionato una raccolta differenziata di legami scartati.
Perché sentire, per certi soggetti, è pericoloso. Sentire colpa, sentire limite, sentire vergogna, sentire dipendenza, sentire amore vero, tutto questo diventa troppo. E quando è troppo, non si elabora, si elimina.
Con me, lui ha sentito tantissimo, e non lo dico con vanità, lo dico con lucidità. Talmente tanto che alla fine non si è limitato a chiudere, a sparire, a dire “non funziona”, che sarebbe già stato miserabile ma almeno leggibile. No. Lo scarto con me non è stato una semplice fine, non è stato un congedo adulto, non è stato uno di quei finali tristi ma comprensibili che almeno ti lasciano il diritto di capire dove sei.
È stato uno strappo. Uno di quelli in cui il corpo capisce prima della testa che qualcosa ha smesso di essere sicuro. Una notte, una frattura, una distanza improvvisa, quella sensazione precisa di non essere più davanti a una persona che chiude una relazione, ma davanti a qualcuno che deve espellere in fretta ciò che non riesce più a contenere. E questa cosa va detta in modo netto, perché altrimenti sembra una di quelle storie finite male e basta. Non è andata così.
Ed è qui che l’immaturità emotiva smette di sembrare una formula elegante da reel ben illuminato e mostra la sua faccia vera. A quel punto non stai più parlando di uno “difficile”, di uno “chiuso”, di uno “un po’ irrisolto”. Stai parlando di una dinamica che può diventare pericolosa.
La cosa più umiliante, se vogliamo, è che io in tutto questo ci sono rimasta. Ma non perché fossi cieca, e nemmeno stupida. Ci sono rimasta perché quel linguaggio emotivo mi era familiare. Venendo da una famiglia molto disfunzionale, non avevo ancora gli strumenti per fermarmi e dire: aspetta, questa non è complessità, questa è una forma emotiva che marcisce tutto quello che tocca. Il disordine mi sembrava riconoscibile, e tutto ciò che è riconoscibile, purtroppo, per molto tempo può anche sembrarti casa.
Ed è qui che entra lo specchio. Non quello spirituale da biscotto della fortuna, non la retorica del “grazie a tutti i mostri perché ci insegnano qualcosa”, no. Io non ringrazio quello che è successo. Non ringrazio lo scarto, non ringrazio la freddezza, non ringrazio quella forma vigliacca di fuga che scarica, espelle, elimina, e poi magari pretende pure di chiamarsi lucidità.
Non ringrazio persone così. Ringrazio però la verità che questa storia mi ha costretta a vedere.
Dentro quella storia ho visto le mie soglie di tolleranza, ho visto quanto fossi abituata a restare in ambienti emotivamente malsani, ho visto quanta fatica facessi a riconoscere come pericoloso ciò che per me era solo, tristemente, familiare. E lì ho capito una cosa che oggi per me conta moltissimo: io non voglio un posto così, e non voglio dovermi anestetizzare per riuscire a restarci.
Non voglio una relazione che sembra calma solo perché uno dei due ingoia tutto e l’altro comunica per enigmi come una cartomante emotivamente analfabeta. Non voglio un incastro perfetto che funziona finché non disturba nessuno. Voglio un luogo di crescita.
Per come la vedo oggi, un luogo di crescita non è un posto dove non si litiga mai. È un posto dove due persone possono sentirsi toccate senza trasformare ogni emozione in una guerra, ogni bisogno in un’accusa, ogni attrito in una condanna. Un posto dove non devi fare l’investigatrice dei campanellini, non devi sparire per tenere in piedi la pace, non devi restringerti per essere amata.
E forse è questa la notizia buona, alla fine: non che una storia così ti spezzi, quello lo sapevamo già, ma che a un certo punto ti costringa a smettere di accusarti e ti restituisca a te stessa con un’idea molto più pulita dell’amore. Non quella tossica, teatrale, piena di allarmi e codici da interpretare, ma quella adulta, finalmente.
Insomma, io non ero troppo, non ero sbagliata. Non serviva diventare più piccola, più muta, più comoda. Serviva solo uscire da un posto marcio e ricordarmi che l’amore, quando non è una trappola, somiglia molto più a un respiro che a un allarme.
Elena M
Questo pezzo è partito da un video di Riccardo Agostini, nel modo meno romantico possibile: non mi ha ispirata, mi ha rimessa in fila. E, a margine, consiglio anche il lavoro del Dr. Massimo Giusti, che su certe dinamiche trovo illuminante proprio perché non ti addolcisce la verità: ti aiuta a guardarla.
Ieri sera ho fatto una cosa che, in genere, una donna sana di mente non dovrebbe fare: ho riguardato le foto vecchie.
Quelle di prima.
Quelle di quando sorridevo con una naturalezza che oggi mi commuove quasi più di quanto mi convinca. Quelle in cui sembravo dentro una storia, mentre adesso, a guardarle bene, mi viene da pensare che più che dentro una storia fossi dentro una lunga trattativa con la realtà. Una di quelle trattative in cui continui a concedere proroghe a qualcosa che, in fondo, era già scaduto da un pezzo.
Le guardavo e sapevo benissimo che ero io. Non ho avuto quel tipo di straniamento cinematografico da dire “oddio, chi è questa”. No. Lo sapevo. Ero io. Solo che non mi ci rivedevo più.
Ed è una sensazione strana, perché non è odio, non è disprezzo, non è nemmeno quella rabbia pulita che ogni tanto ci piacerebbe provare per mettere ordine nelle cose. È qualcosa di più ambiguo, più adulto, più difficile da nominare. Una specie di tenerezza attraversata dal lutto. Come se stessi guardando una donna che conosco benissimo, a cui voglio bene, ma che non abita più qui nello stesso modo.
A un certo punto mi sono accorta che la guardavo quasi come si guarda qualcuno a cui hai già fatto il funerale dentro di te. Non in modo tragico. Non con quelle scene da vedova in controluce che piacciono tanto ai film e un po’ meno alla vita vera. Più con quella lucidità silenziosa con cui si accetta che una versione di te abbia finito il suo lavoro.
E infatti il pensiero che mi è venuto non era “mi manchi, torna”.
Era: “ti vedo, ti riconosco, ma il tuo percorso finisce qui”.
Che poi è una frase molto elegante per dire una cosa abbastanza brutale: io non voglio più essere quella.
Non voglio più essere la donna che si faceva fare tutto quel male. Non voglio più essere quella che resisteva oltre il ragionevole, quella che chiamava profondità quello che spesso era solo caos, quella che vedeva possibilità anche dove ormai c’erano solo segnali d’allarme con le luci intermittenti. Una protezione civile interiore, praticamente, e io lì a dire: no, secondo me si può sistemare.
Quella donna aveva una qualità bellissima, ma pericolosa: sapeva restare.
Il problema è che restava anche dove, forse, avrebbe dovuto andarsene.
Restava per amore, per speranza, per ostinazione, per ferite scambiate per romanticismo, che è una delle specialità più tossiche del menù relazionale contemporaneo.
E no, quella parte lì non la rivoglio.
Non ho nessuna nostalgia dell’ingenuità che mi ha esposta, della disponibilità che mi ha svuotata, della bontà buttata nei posti sbagliati come se bastasse amare bene per non essere trattate male. Non funziona così. E a un certo punto bisogna smetterla di raccontarsi che la pazienza, la dedizione o l’amore possano trasformare chi non è disposto a guardarsi davvero.
Però.
C’è sempre un però, ed è lì che le cose diventano interessanti.
Perché se è vero che quella versione di me non la voglio più, è anche vero che non tutto di lei meritava di sparire. E questa, secondo me, è la parte più difficile da ammettere.
Di lei mi manca la leggerezza.
Mi manca quella forma di fiducia non ancora ferita fino all’osso.
Mi manca quel modo di stare nelle cose senza dover sempre tenere un pezzo di coscienza acceso a sorvegliare le uscite di emergenza.
Mi manca la capacità di credere senza dover verificare, incrociare dati, rileggere chat, analizzare incongruenze, sentire il corpo che ti avvisa e poi aprire comunque Excel emotivo per capire dove non tornano i conti. Che poi è anche stancante, diciamolo. Essere diventata lucida va benissimo. Essere diventata una specie di auditor interno dell’anima, a volte, un po’ meno.
Quello che mi manca non è la fragilità.
È la vitalità.
Non la parte di me che sopportava.
La parte di me che sognava.
E quando l’ho pensato, mi sono messa a piangere. Perché lì ho capito che il dolore non era per la donna che ero in blocco. Era per quella piccola quota di luce che viveva dentro di lei e che adesso, per forza di cose, non si presenta più così facilmente. Non perché sia sparita. Ma perché ha imparato che il mondo, a volte, entra con le scarpe sporche anche nei posti sacri.
Poi ho guardato la foto di oggi. Quella di adesso. Quella che ieri qualcuno ha commentato scrivendomi che la mia immagine lo aveva “incenerito”. E ho pensato che forse sì, è vero. Ma non per i motivi per cui di solito si dice una cosa del genere.
Non è che quella foto colpisca perché è bella.
Colpisce perché non chiede niente.
Non c’è più la donna che tende la mano per essere capita più in fretta.
Non c’è più quella che cerca di risultare rassicurante.
Non c’è più quella che spera di essere letta bene da chi non ha gli strumenti, la sensibilità o semplicemente la volontà per farlo.
C’è una faccia che non sta più trattando.
E questo, piaccia o no, si vede.
Se guardi bene, in quel viso ci sono due movimenti insieme. Da una parte sembra quasi che stia per sorridere. Dall’altra no. Da una parte c’è ancora quella che potrebbe credere nelle cose belle. Dall’altra c’è quella che ha imparato a riconoscere il pericolo anche quando si presenta con le buone maniere. Una parte è rimasta viva. L’altra ha imparato a difenderla.
Forse è questo che si vede davvero.
Non una rinascita, che detta così fa molto fenice, molto Pinterest, molto “trasforma le ferite in fiori”, e francamente abbiamo già dato. È qualcosa di meno estetico e più vero.
È quello che resta quando smetti di farti male pur di restare.
Ed è anche quello che resta quando capisci che non tutto ciò che hai perso lo hai perso perché era sbagliato. Alcune cose le perdi perché, per sopravvivere, non puoi più permetterti di tenerle così come erano. Poi magari un giorno tornano. Ma non nello stesso modo. Non nude, non ingenue, non consegnate a chiunque.
Tornano con dei confini. Tornano con una dignità nuova.
Tornano adulte.
Forse, alla fine, per molte di noi diventare donna è anche questo: smettere di voler salvare tutto. Smettere di identificarsi con la propria capacità di sopportare. Smettere di credere che amare significhi restare anche quando restare ti spegne.
A farmi male non è stata solo la violenza degli altri.
A farmi male, a un certo punto, è stato anche il modo in cui continuavo a lasciare che quella violenza ridefinisse me, il mio valore, il mio posto, il mio corpo, la mia voce.
Ed è lì che si capisce una cosa scomoda: ci sono uomini che ti insegnano a dubitare di te. Ma poi, se non stai attenta, il lavoro sporco continuano a farlo anche quando non ci sono più. Lo fai tu, al posto loro, ogni volta che ti riduci, che ti tradisci, che chiami amore la tua sparizione.
Forse Arte di Amarsi Male, alla fine, è anche questo.
Accorgersi di tutte le volte in cui non siamo state amate male soltanto dagli altri, ma anche da noi stesse. Di tutte le volte in cui abbiamo chiesto il permesso per esistere, addolcito la nostra verità per non disturbare, scambiato la fame d’amore per destino.
E allora no, il punto non è tornare quelle di prima.
Il punto è riprenderci quello che era nostro e che nessuno aveva il diritto di portarci via: la femminilità, sì, ma non quella addomesticata per piacere. Quella piena. Quella viva. Quella che non si inginocchia per essere scelta. Quella che non confonde la dolcezza con la resa. Quella che sa amare senza consegnarsi al massacro.
Il rispetto per noi stesse, a volte, non arriva come una carezza.
Arriva come una decisione.
Come un confine.
Come una porta chiusa nel punto esatto in cui, un tempo, avremmo lasciato entrare ancora.
E forse guarire comincia proprio lì:
nel momento in cui smettiamo di offrirci in sacrificio pur di non essere lasciate, e ricominciamo a guardarci come si guarda qualcosa di prezioso. Non perfetto. Non intatto. Ma prezioso sì.
Perché amare male gli altri è una disgrazia.
Ma amare male se stesse è una condanna.
E da certe condanne, prima o poi, bisogna assolutamente liberarsi.
Quando l’inconscio è più lucido, più divertente e decisamente più selettivo della vita sentimentale
Ci sono donne che scrivono un diario.
Ci sono donne che fanno yoga.
Ci sono donne che riescono persino a “lasciare andare”.
E poi ci sono io, che vengo aggiornata direttamente dall’inconscio con una regia surreale, simboli neanche troppo discreti e una quantità di verità che, francamente, a volte trovo un po’ invadente.
Ultimamente i miei sogni sembrano avere tutti lo stesso tema di fondo: no, non mi manca qualcuno. Mi manca semmai la versione di me che non doveva continuamente sopravvivere a qualcuno.
Che poi è diverso.
Molto diverso.
Per esempio, ho sognato un acquario.
Per esempio, ho sognato un acquario. Non un acquario qualunque: uno di quegli oggetti rimasti sulla soglia dopo una storia, più simbolo che proprietà, più memoria da pulire che cosa da restituire.
Non per nostalgia. Non per attaccamento. Ma perché, a un certo punto, mi ero stancata di essere il deposito delle cose, dei passaggi, delle presenze comode e delle freddezze glaciali.
Qualcuno porta via tutto con una delicatezza emotiva paragonabile a un trasloco funebre. Qualcosa resta. Fine.
Nel sogno lo aprivo per pulirlo. Già questo basterebbe.
Perché ci sono cose che non butti, ma prima o poi devi pulire.
Non per salvare loro. Per smettere di respirarle tu.
A un certo punto mi giro e dentro c’è il gatto della vicina che nuota nell’acquario per prendersi i pesci. Scena che, se non fosse mia, definirei pure elegante: il predatore che entra nel tuo spazio intimo convinto che tutto ciò che è vivo gli appartenga.
E invece no.
I pesci erano tranquilli. Uno viene preso con la zampa, e lì succede la sola cosa sensata che dovrebbe accadere a certe dinamiche affettive: il pesce diventa farfalla e vola via.
Che sarebbe una maniera molto poetica per dire: prova pure a mettere le mani dove non dovresti, ma la parte più viva di me non la prendi. Al massimo la costringi a cambiare forma.
La cosa interessante è che poi il gatto l’ho tolto io.
Perché va bene l’analisi, il simbolo, il mistero del profondo, ma a una certa anche l’anima più sofisticata dice semplicemente:
“fuori dai c***lioni”
E dopo arrivano due farfalle. Grandi, quasi quanto la mia mano. Vive, ma non frizzanti. Non quelle farfalline isteriche da pubblicità del risveglio interiore. No. Vive, presenti, ma prudenti. Come certe parti di noi quando tornano dopo essere state trattate male: non fanno festa, prima controllano se l’ambiente è sicuro.
Il giorno dopo c’è stato il sogno di Alessandro Del Piero.
Che già scritto così sembra una punizione per chi crede nei sogni letterali, ma il punto non era lui come icona. Era lui come esperienza finalmente decente. E poi diciamolo: io Del Piero non lo pensavo dal 1996. Per trent’anni, il nulla. Il che rende il tutto ancora più offensivamente simbolico.
Passeggiavamo nel mio paese d’origine. Non a Parigi, non su uno yacht, non in qualche scenario ridicolo da fantasia riparativa con budget Netflix. Nel mio paese. Nelle mie strade. E lui parlava con me di qualcosa che gli avevo mandato. Se lo ricordava. Aveva dato importanza a un mio gesto.
Capite il livello di fantascienza emotiva?
Non il calciatore famoso.
Un uomo che si ricorda.
Un uomo che attribuisce valore.
Un uomo che è gentile senza avere la faccia da santino del narcisismo rieducato.
Un uomo riconosciuto da tutti, ma che con me non performa il proprio valore: lo incarna, e basta.
Io nel sogno ero felice, ma non perché lui fosse chi era. E questa, secondo me, è la parte più impietosa. Perché il sogno era chiarissimo: non voglio essere scelta da un uomo importante. Voglio essere trattata con importanza da un uomo capace di umanità.
Che è molto meno glamour da dire alle amiche, ma molto più utile per non rovinarsi la vita.
L’ultimo sogno, qualche notte dopo, aveva proprio l’eleganza perversa che solo l’inconscio quando è in forma sa permettersi.
Io ero debole. Un uomo bellissimo, con una macchina costosa, mi caricava e mi portava in una specie di ospedale. Poco dialogo, molto messaggio: lui c’era per me.
Lì dovevano farmi una flebo che sembrava succo di frutta.
Già meraviglioso: invece della solita retorica del “devi guarire”, il mio inconscio proponeva un restauro più realistico. Zuccheri, vitamine e supporto vitale.
Però la sacca non veniva collegata. E io pensavo: meglio così, perché devo andare, devo raggiungere un posto, non posso stare qui attaccata.
Che poi è la biografia emotiva di moltissime donne adulte: sto male, sì, ma con efficienza.
Allora facevo una cosa che non si dovrebbe fare: caricavo bene la sacca e cercavo di berla direttamente dal tubicino, così da nutrirmi da sola e continuare a camminare. Geniale. Indipendente. Ottimizzata. Peccato che insieme al liquido uscissero una quantità di micro-aghi.
Che è forse una delle immagini più precise che io abbia mai sognato: certe volte cerchiamo di prenderci da sole perfino ciò che ci servirebbe ricevere davvero, e nel farlo finiamo per ingerire insieme al nutrimento anche tutte le micro-ferite del sistema.
Volevo la cura, ma senza dipendere.
Volevo il sostegno, ma senza rallentare.
Volevo rimettermi in piedi, ma senza passare dal fatto, umiliante per il nostro ego performante, che a volte si guarisce anche lasciandosi aiutare.
Poi nel sogno arriva un’altra figura maschile. Mi abbraccia. Mi sento al sicuro, più forte, quasi ricaricata. C’è anche una tensione fisica, un gioco, un richiamo del corpo. E quando provo appena a sottrarmi, lui mi riporta dolcemente tra le sue braccia.
E lì ho pensato una cosa molto semplice:
forse il vero scandalo non è aver desiderato uomini sbagliati.
Forse il vero scandalo è quanto ci sembri ancora rivoluzionario immaginare una presenza che non invada, non sparisca, non usi, non raffreddi, ma resti.
Alla fine questi sogni, uno dietro l’altro, non mi stanno parlando di uomini in senso stretto. Mi stanno parlando di standard. Di confini. Di fame. Di quella parte di noi che, anche dopo essere stata ferita, conserva un gusto offensivo per la tenerezza vera.
L’acquario mi dice che non devo più ospitare ciò che mi svuota.
Le farfalle mi dicono che la parte viva, se protetta, cambia forma ma non muore.
Del Piero mi dice che essere viste con gentilezza non è un lusso da VIP: è igiene psichica.
La flebo mi dice che no, non tutto può essere risolto trasformando la cura in autosomministrazione ad alte prestazioni.
E soprattutto, tutti insieme, questi sogni mi dicono una cosa che da sveglia ogni tanto dimentico:
non mi manca lui. Mi manca la parte di me che, per sopravvivere, ho dovuto lasciare indietro.
La buona notizia è che certe parti tornano.
Non sempre allegre. Non sempre spettacolari.
A volte arrivano come due farfalle un po’ stanche e si appoggiano sulla mano come per vedere se finalmente hanno trovato un posto dove non devono difendersi.
E onestamente, dopo certi uomini, anche questo mi sembra già un inizio di lusso.
Perché ti idealizza oggi e ti elimina domani: dentro la dinamica dello scarto improvviso nelle relazioni tossiche.
Il giorno prima ti ama. Il giorno dopo non esisti più.
Non è una lite.
Non è passione.
Non è carattere difficile.
È una dinamica.
Lo scarto improvviso nelle relazioni tossiche non è un incidente emotivo, ma una modalità relazionale precisa. E quando impari a riconoscerla, smetti di chiamarla destino.
All’inizio ero diversa dalle altre. Non una delle tante, ma l’unica. La prima con cui si sentiva davvero libero, la prima davanti alla quale poteva mostrarsi vulnerabile, la prima che non lo giudicava. Io ero, a suo dire, l’eccezione alla sua lunga serie di relazioni brevi e interrotte sempre da lui. Una specie di svolta evolutiva con le gambe.
Quando qualcuno ti dice che con te è diverso, non ti sta solo facendo un complimento. Ti sta assegnando un ruolo. E i ruoli, si sa, hanno una durata.
Il giorno prima dello scarto c’erano cuoricini nei messaggi, organizzazione per il pranzo, normalità domestica. Abbiamo fatto l’amore senza presagi, senza tensioni drammatiche, senza quell’aria da “ultima volta”. Era tutto normale. Ed è forse proprio questo il dettaglio più destabilizzante: la normalità.
Con lui, però, la normalità aveva sempre una vibrazione di fondo. Una tensione leggera ma costante, come se l’equilibrio fosse sempre provvisorio. L’amore non era mai un terreno stabile, era una concessione. Bastava poco per sentire che qualcosa poteva incrinarsi. Un gesto autonomo, una parola fuori posto, un’espressione non perfettamente allineata.
Le triangolazioni erano sottili ma presenti. Racconti di ex, allusioni a donne interessate, riferimenti al fatto che non era certo uno che restava solo. Non abbastanza da poterlo accusare di qualcosa, abbastanza da ricordarti che eri sostituibile. Un promemoria costante: stai attenta.
E poi quelle frasi dette quasi con leggerezza, ma mai davvero casuali. “Se un giorno ci lasciamo, non andare in giro a diffamarmi.” Una tutela preventiva. Una messa in sicurezza dell’immagine prima ancora che il legame fosse davvero consolidato.
E c’era un’altra frase, ripetuta due volte in momenti di piccolo attrito, che all’epoca ho liquidato come ironia. “Adesso non posso lasciarti, sennò i miei amici che dicono? Un’altra volta?” Non era una dichiarazione d’amore. Era una dichiarazione di reputazione. La permanenza nella relazione non era legata a ciò che sentiva, ma a ciò che sarebbe stato visto.
Quando resti perché ami è una cosa.
Quando resti perché devi sostenere un’immagine è un’altra.
All’epoca non l’ho colta. O forse non ho voluto coglierla. Perché se la vedi, devi anche decidere cosa farne.
E c’era un altro dettaglio che all’epoca mi sembrava solo sincerità. Mi raccontava di come aveva lasciato le altre, di come da un giorno all’altro aveva chiuso storie di anni senza troppi attraversamenti.
Mi diceva spesso: “Io faccio così. Mi butto. Chiudo gli occhi e mi butto.” All’epoca lo interpretavo come coraggio. Come capacità di decidere. Oggi lo leggo per quello che era: un interruttore.
Chiudere gli occhi non è attraversare. È evitare. È saltare il processo, la complessità, la responsabilità del restare dentro un conflitto e lavorarci.
Quel “mi butto” non era slancio. Era disconnessione.
Chiudere gli occhi non è attraversare, è evitare. È saltare il processo, la complessità, la responsabilità del restare dentro un conflitto e lavorarci. Non era slancio, era disconnessione.
Il giorno dello scarto è stato solo il punto visibile di una dinamica già in corso. Prima una tensione creata dal nulla, un motivo qualsiasi messo sul tavolo per avere qualcosa da governare, poi il silenzio, quello che non è pausa ma punizione, quello che ti lascia lì a chiederti dove hai sbagliato mentre dall’altra parte si prepara la scena.
In certe dinamiche non conta ciò che è accaduto, conta la funzione che deve avere. Serviva un motivo.
Poi arriva il punto in cui la scena smette di essere solo emotiva e diventa corpo, paura, buio, distanza. Un gesto brusco, una frase definitiva, la sensazione netta di essere stata lasciata sola nel momento esatto in cui avresti avuto bisogno di sicurezza. Non era più una lite. Era il passaggio feroce da “ci sono” a “non esisti”.
Non è stata una lite. È stato uno scarto.
Ed è stata anche violenza. Non solo simbolica, non solo emotiva, violenza. Non c’è analisi che renda questo meno grave.
Ma quella sera non è stata un’esplosione isolata, è stata l’apice coerente di una modalità che funziona così. Lo scarto non è solo andarsene, è cambiare posizione all’altro senza attraversamento, è togliergli identità relazionale da un momento all’altro, è passare dall’intimità alla cancellazione come se bastasse spegnere un interruttore.
Per molto tempo ero stata dentro un linguaggio affettivo preciso, dentro un ruolo, dentro un modo di essere chiamata, vista, collocata. Poi, improvvisamente, tutto cambia. Non è il nome in sé che ferisce, non è la fine in sé, perché è ovvio che quando una relazione si rompe anche le parole cambiano. È il salto. L’assenza di passaggio. L’interruttore.
Per molto tempo ero stata dentro un linguaggio affettivo preciso, dentro un ruolo, dentro un modo di essere chiamata, vista, collocata. Poi, improvvisamente, tutto cambia. Non è il nome in sé che ferisce, non è la fine in sé, perché è ovvio che quando una relazione si rompe anche le parole cambiano. È il salto. L’assenza di passaggio. L’interruttore.
Quello che dovrebbe essere identità diventa espulsione.
Cancellazione.
Non c’è stato un attraversamento emotivo, non c’è stato un progressivo distacco. C’è stata una sostituzione di ruolo. Prima dentro. Poi fuori.
Nei giorni successivi ho provato a parlare, a spiegare che quel modo di comportarsi mi faceva male. Che era incoerente dichiararsi preoccupato davanti agli altri e riservarmi, in privato, un’indifferenza totale. Io quella preoccupazione non la vedevo. Vedevo solo assenza, freddezza, indifferenza totale.
Quando gli ho detto che mi sembrava ingiusto, che non capivo come potesse dire di essere preoccupato per me agli altri mentre mi trattava come se non esistessi più, la risposta è stata questa: “Dopo di te non ti deve interessare.”
Non era solo una frase. Era una sottrazione di esistenza.
“Dopo di te” presuppone che io fossi già nel passato. Non una persona con cui stava parlando, ma qualcosa di archiviato. Un prima chiuso. Un dopo già iniziato.
Non c’è stato un attraversamento. C’è stato un taglio.
Ieri c’ero.
Un’ora prima c’ero.
Poi ero già “dopo”.
Ed è questo che fa più male: non la fine, ma la cancellazione.
Ripensandoci oggi, il primo segnale non è stato il gesto finale. È stata quella tensione costante che avevo imparato a chiamare intensità. Un legame adulto attraversa il conflitto, ma quando questa capacità manca, la complessità viene eliminata invece che attraversata, e lo scarto diventa la soluzione più rapida.
Oggi bianco, domani nero non è una fatalità. È una modalità relazionale.
Non è l’amore che finisce. È l’incapacità di attraversare la complessità quando l’altro smette di essere funzionale all’immagine.
Lo scarto improvviso non è forza. È evitamento.
E chi funziona così dovrebbe avere almeno il coraggio di riconoscere una cosa semplice: si ferisce, si lascia un vuoto, si produce dolore reale.
Spegnere non è maturità. È sottrarsi alla responsabilità.
E quando riconosci la struttura, smetti di chiamarla destino. La chiami per quello che è:
Certe storie ti insegnano più di qualsiasi manuale… e senza nemmeno avvertirti.
Ho imparato a conoscere il vocabolario del narciso: quel lessico invisibile che non nasce in università né tra accademici, ma nei corridoi della vita reale, tra ego smisurati e cuori infranti, dove le parole “scusa” e “rispetto” semplicemente non esistono.
Ci trovi petaloso, apericena, perfino selfie. Ma scusa? Fantasma. Rispetto? Moneta che circola solo a senso unico.
Provi a dire qualcosa fuori dal manuale e subito diventi cattiva, provocatrice, esagerata… arrogante. “Non è successo niente.” “Stai drammatizzando.” “Se reagisco così è perché tu mi provochi.”
È come vivere in un mondo dove la gravità funziona solo quando conviene a qualcuno: la mela cade, sì, ma solo se può essere usata contro di te. Newton l’ha scoperta osservando una caduta. Io l’ho capita osservando come, in quella relazione, tutto ciò che precipitava finiva sempre dalla mia parte.
E mi chiedo ancora: quanto tempo si può guardare una mela cadere, sapendo che non atterrerà mai dove dovrebbe?
Quanto dura la pazienza prima che diventi un’illusione?
E, diciamolo, quante versioni di “sei troppo sensibile” ci vogliono prima di smettere di contare?
Anni dentro questo vocabolario mi hanno insegnato che mai una scusa arriva, mai un “mi dispiace”, nemmeno nelle notti in cui il male smetteva di essere una metafora e diventava corpo, strada, buio, ritorno a casa da sola. “Se non mi avessi fatto arrabbiare…” “Guarda cosa mi costringi a fare…” “Sei tu che mi porti a fare così, te lo meriti.”
Io guardavo la strada. Lui guardava se stesso.
Per assurdo, ero stata addomesticata a chiedere scusa, sempre io, fino quasi a sostituire un semplice “buongiorno” con la parola “scusa”. “Scusa… amore.” “Buongiorno.”
Dentro di me un cortocircuito: certo, buongiorno anche a te. Scusa per ieri. Scusa per oggi. Scusa in anticipo per domani.
Era diventato un riflesso condizionato. “Scusa se parlo.” “Scusa se ho capito male.” “Scusa se esisto.”
Ogni gesto, ogni parola mostrava l’assenza totale di responsabilità da parte sua. Il torto non era mai suo. Sempre mio.
E più io mi assumevo responsabilità che non mi appartenevano, più lui ne perdeva qualcuna delle sue, fino ad azzerarle del tutto.
Ho sperato, ingenuamente, che leggendo qualcosa potesse specchiarsi, riflettere, forse curarsi un po’.
Mi immaginavo una scena quasi cinematografica: “Ho capito.” “Ti ho ferita.” “Mi dispiace.” Silenzio. Catarsi. Evoluzione.
Invece no.
Perché non c’è specchio dentro chi non sa guardarsi.
C’è solo superficie lucidata a specchio per gli altri. L’immagine viene protetta come un’opera d’arte fragile e intoccabile, e tu sei soltanto il visitatore che ha osato avvicinarsi troppo.
Ecco la prima lezione: non puoi fare da specchio a chi non vuole guardarsi, nemmeno con la luce più forte.
Il dizionario del narciso, uomo o donna che sia, ha regole semplici e spietate:
responsabilità solo tua, colpa mai sua, rispetto solo se gli conviene, scuse mai, empatia optional mai installato. “Mi hai mancato di rispetto.” “In che modo?” “Così.”
Così. Una parola elastica che si adatta a ogni sua esigenza.
Vivere accanto a un narciso significa imparare a leggere tra le righe, comprendere il codice implicito. Tu sei sempre responsabile dei suoi fallimenti emotivi; lui non sbaglia mai. Se ti ferisce, sei troppo sensibile. Se reagisci, sei aggressiva. Se taci, sei fredda. Se parli, sei eccessiva. È un teatro dell’assurdo dove il copione cambia ogni giorno, ma il finale resta identico: colpevole tu.
E la cosa più sottile, la più pericolosa, non è nemmeno l’assenza di scuse. È l’assenza di consapevolezza. Perché chiedere scusa presuppone una cosa semplice e rivoluzionaria: riconoscere di aver ferito. E riconoscerlo implica assumersi una responsabilità.
Qui, invece, tutto viene proiettato fuori. “Mi fai sentire così.” “Mi costringi a reagire.” “Mi provochi.”
Io, nel frattempo, imparavo qualcosa di molto più importante: che il mio errore non era sperare in una scusa, ma credere di poter educare qualcuno alla responsabilità emotiva.
Non funziona così.
Non si può smuovere una coscienza che non vuole sentire, né pretendere rispetto da chi vive il rispetto come un privilegio personale, non come un principio reciproco.
E allora ho smesso di leggere il manuale che non esisteva, di aspettare un’epifania impossibile. Ho iniziato a leggere me stessa, il mio corpo, la mia rabbia, le mie paure. Ho iniziato a segnare i confini invisibili con attenzione chirurgica, senza aspettative, senza speranze illusorie.
Alla fine, guardare il vocabolario del narciso è diventata un’arte di sopravvivenza. Non si tratta più di trasformare l’altro, ma di restare lucidi dentro, di riconoscere le proprie aspettative illusorie e accettare il fallimento di quelle fantasie salvifiche in cui io, con abbastanza amore e abbastanza parole, avrei potuto smuovere qualcosa.
La verità è più semplice. E più crudele.
Scusa’ è una parola. ‘Rispetto’ è un principio. Entrambi appartengono a chi sa guardarsi. Chi non li pronuncia o non li mostra non è forte, non è superiore, non è misterioso:
È semplicemente fermo.
Raccontare i fatti, finalmente, non serve a cambiare lui. Serve a restituire a me la responsabilità che è mia, e solo quella.
Perché chiedere scusa quando si ferisce non abbassa nessuno. Eleva chi lo fa. Non l’immagine. La persona.
Le red flag silenziose di chi scarta senza sporcarsi
Si dice che quando ami lo senti. Io l’ho sentito quasi subito. Non l’amore, i gusci d’uovo.
Dopo pochi mesi dall’inizio della relazione avevo già quella sensazione precisa, fisica, costante: camminavo su qualcosa che poteva rompersi da un momento all’altro, le parole pesavano il doppio, i silenzi il triplo. Ogni frase andava calibrata, ogni emozione filtrata. Non era ancora successo niente di “grave”, almeno non nel senso teatrale del termine, ma dentro di me si era già attivato un radar sottile: attenzione, qui il terreno non è stabile.
Gliel’ho detto: “Mi sento come se camminassi sui gusci d’uovo.”
Lui ha sorriso, minimizzato, spiegato, razionalizzato. Io ho dubitato.
La prima red flag, se proprio vogliamo darle un nome, è questa: quando il tuo corpo capisce prima della tua testa, quando sei in allerta in una relazione che dovrebbe essere un porto e invece assomiglia più a un campo minato.
Col tempo ho iniziato a notare altro. Piccole cose, apparentemente insignificanti. Custodiva il passato sentimentale come un archivio ordinato, quasi intoccabile. Ogni relazione sembrava diventare, nel suo racconto, un capitolo chiuso con precisione: lui sempre lucido, sempre corretto, sempre in qualche modo assolto; le altre, invece, trasformate in personaggi difettosi, eccessivi, sbagliati. Io ascoltavo e sentivo qualcosa muoversi dentro: non gelosia, intuizione. Quando qualcuno racconta sempre il proprio passato da innocente, forse non sta ricordando, forse sta costruendo un museo di autoassoluzioni.
Siamo stati insieme per un po’. I gusci d’uovo non sono mai spariti, si sono solo raffinati.
Dopo molto tempo è venuto a stare da me. Doveva essere una cosa temporanea, una parentesi pratica, una soluzione di passaggio. O almeno così sembrava all’inizio.
Poi, poco alla volta, ha portato dentro casa mia pezzi della sua vita. Oggetti, abitudini, necessità, presenze sparse. Il suo mondo si è appoggiato al mio, occupando angoli, superfici, silenzi, come se fosse naturale, inevitabile, quasi dovuto.
Lo guardavo muoversi nel mio spazio con la sicurezza di chi non si chiede troppo se sta entrando davvero o se sta solo prendendo posto. Una parte di me pensava: che bello, forse stiamo costruendo qualcosa. L’altra, più onesta e più stanca, contava mentalmente gli spazi che non erano più solo miei.
Non erano gli oggetti il problema. Non era la convivenza improvvisata, non era il disordine, non era la presenza fisica.
Era la dinamica invisibile che si crea quando qualcuno occupa il tuo spazio senza occupare davvero la responsabilità emotiva di ciò che sta facendo.
Continuavo a camminare sui gusci d’uovo, anche con la sua presenza dentro casa, anche con lui accanto a me, anche mentre facevo spazio nella mia vita per qualcosa che, in teoria, avrebbe dovuto somigliare a un noi.
Poi è arrivato lo scarto, violento, netto, freddo.
Ed è lì che ho visto la dinamica completa.
C’è un talento particolare in chi vuole uscire sempre “pulito”. Lo scarto arriva quando hanno già sistemato dentro di sé la narrazione: tu sei diventata difficile, complicata, pesante, arrogante; loro hanno fatto il possibile, hanno provato, hanno amato. Quando chiudono lo fanno con una sicurezza quasi morale, convinti di aver agito correttamente. Nessuna crepa visibile, nessuna responsabilità reale, solo una versione dei fatti pronta per essere raccontata altrove.
Il giorno dopo ha portato via quasi tutto con efficienza, con rapidità, come se stesse chiudendo una pratica amministrativa. Io soffrivo come un cane, letteralmente, mi piegavo in due dal dolore mentre lui caricava scatole.
E qui arriva un’altra red flag travestita da maturità emotiva: il tentativo di restare amici.
Ha provato a rendersi disponibile, a mantenere un rapporto “civile”, a passare ogni tanto per riprendere le ultime cose. Io ero ancora sanguinante ma dovevo essere composta, razionale, evoluta.
Restare amici è perfetto quando vuoi rimanere pulito. Ti permette di dire che non c’è rancore, che sei una brava persona, che sei disponibile. Ti consente di continuare ad avere accesso senza assumerti il peso del dolore che hai lasciato.
La verità è che ogni volta che tornava a casa mia per recuperare qualcosa riapriva una ferita e insieme riattivava il ruolo che avevo ricoperto per mesi: deposito emotivo, base logistica, spazio di appoggio.
Io soffrivo, lui aveva ancora accesso.
Finché un giorno ho sentito qualcosa cambiare. Non era rabbia, era lucidità.
Ho detto basta.
Alcune cose sono rimaste da me. Dettagli pratici, residui materiali di una storia che emotivamente era già finita ma continuava a occupare spazio.
E lì ho capito che non era più una questione di oggetti. Era una questione di confini.
Quello che era rimasto non era più una cosa da restituire o trattenere, non era un ricordo, non era un dispetto, non era un trofeo. Era un simbolo.
Era il momento in cui ho smesso di essere un magazzino emotivo, il momento in cui ho capito che la disponibilità non è amore e che la comprensione infinita non è maturità: è auto-abbandono.
Un’altra red flag? Quando inizi a giustificare sistematicamente ciò che ti fa stare male, ti convinci che è solo un periodo, solo stress, solo carattere. Quando normalizzi il fatto di sentirti sempre un passo indietro, sempre in difetto, sempre un po’ sbagliata.
E poi c’è la narrativa, quella pulita, ordinata, perfetta.
Ci sono persone che attraversano le relazioni lasciandosi dietro versioni di sé immacolate. Questa volta non ho collaborato: ho raccontato, scritto, messo in fila i fatti, le sensazioni, le contraddizioni; non per distruggere, ma per non distorcere.
Perché rimanere “puliti” spesso significa lasciare qualcun altro sporco di colpe che non gli appartengono.
La red flag più subdola è quando inizi a dubitare della tua percezione, quando ti chiedi se sei esagerata, sensibile, drammatica, quando cammini sui gusci d’uovo e ti convinci che forse il problema è il tuo peso.
No.
Se cammini sui gusci d’uovo il pavimento non è stabile. Se ti senti sempre in allerta non è amore. Se dopo uno scarto violento ti viene chiesto di essere “amica” non è maturità, è controllo travestito da equilibrio.
Oggi sto bene non perché lui soffra o rimugini, non perché abbia perso qualcosa, ma perché ho smesso di perdermi.
Ho imparato che l’amore non ti fa rimpicciolire, non ti fa pesare ogni parola, non ti fa vivere in uno stato costante di cautela emotiva. E soprattutto ho imparato questo: quando inizi a camminare sui gusci d’uovo fermati, non aspettare che il pavimento crolli.
Io ho aspettato, ma alla fine ho costruito un pavimento mio, solido, mio davvero.
E l’ oggetto? è ancora lì, non come ricordo, non come dispetto, non come trofeo.
È lì come prova.
Prova che non ero fragile, ero lucida. Che non ero esagerata, ero in allerta. Che non ero difficile, stavo solo chiedendo rispetto.
E mentre lui forse rimugina sulle sue cose o su una narrativa da ripulire, io penso una cosa sola: quanto è potente una donna che smette di camminare in punta di piedi nella propria vita.
I gusci d’uovo non li raccolgo più. Ci cammino sopra con le scarpe.
Chi esce sempre pulito non è innocente, è allenato. Se resta immacolato, qualcuno sta pagando il conto. E quando devi camminare piano per non disturbare, non è amore: è addestramento.
Come riconoscere il controllo quando si traveste da stabilità economica
Ci sono persone che non ti chiedono mai soldi. Ti chiedono qualcosa di più sottile: di essere sempre abbastanza ricca da non costringerle mai a rinunciare a nulla.
Questo articolo nasce da un’esperienza personale, sì. Ma non parla solo di me. Parla di una forma di controllo che si traveste da stabilità economica e che, proprio perché sembra ragionevole, è spesso la più difficile da riconoscere.
C’è un tipo di controllo che non urla, non minaccia, non si presenta come violenza esplicita. Anzi, spesso viene scambiato per maturità, per equilibrio, per amore adulto. È il controllo che passa dal denaro. Non da quanto guadagni, ma da come dovresti spenderlo. Non da chi paga cosa, ma da chi decide cosa è legittimo desiderare.
Lo chiarisco subito, prima che qualcuno si metta comodo con la storia sbagliata. Quest’uomo è stato narcisistico con me in molti altri modi. Ci sono stati episodi gravi, uno scarto violento, un’indifferenza finale agghiacciante, una frattura che non lascia spazio a interpretazioni romantiche. Ma questa non è quella storia. Qui mi fermo su un dettaglio meno rumoroso, meno cinematografico e proprio per questo più subdolo: il controllo economico. Quello che non lascia lividi, ma crea assuefazione. Quello che sembra persino ragionevole.
Dentro quella dinamica, una delle frasi che tornava spesso era: “Non farmi mancare niente.” Non era una promessa. Era un avvertimento. Non “ci penso io”, ma “tu devi garantirmi che la mia vita resti comoda”. Io avevo già una vita piena: responsabilità, lavoro, spese, una quotidianità strutturata. Lui aveva soprattutto una priorità: il divertimento. Viaggi, cene, esperienze. Il messaggio era chiaro: la tua vita non deve diventare un limite per la mia.
La sua filosofia sembrava moderna e inattaccabile: “io pago per me e tu paghi per te”. Parità. Autonomia. Evoluzione. Peccato che, tradotta, significasse questo: se tu non puoi permetterti ciò che voglio fare io, io devo rinunciare. E io non rinuncio. Non mi chiedeva di mantenerlo. Mi chiedeva di essere abbastanza economicamente solida da rendere sempre praticabili i suoi desideri. Una donna non come compagna, ma come infrastruttura emotivo-finanziaria. Tipo autostrada immaginaria: gratuita, sempre aperta, e guai se trovi traffico.
Se decideva per un ristorante stellato, io dovevo potermelo permettere. Se gli veniva voglia di una vacanza costosa, io dovevo avere la mia quota pronta. Non perché pagassi per lui, ma perché, se io non potevo pagarmi me stessa, lui avrebbe dovuto rinunciare. E rinunciare, per lui, era vissuto come una grave ingiustizia esistenziale.
A rendere tutto ancora più chiaro c’era un’abitudine costante: commentava tutti attraverso il filtro dei soldi. Amici, parenti, passanti, sconosciuti. Nessuno era escluso. Analizzava, giudicava, faceva ipotesi, traeva conclusioni. Lo condivideva solo con me. Ogni persona diventava un caso studio economico, ogni situazione una lezione non richiesta. Io oggi lo riconosco per quello che era: un confronto permanente con il mondo, giocato sempre sul piano economico. Come se ogni persona fosse una tabella Excel vivente. Quando hai bisogno di misurare continuamente gli altri, in realtà stai cercando di misurare te stesso.
Dentro questo sguardo entravo ovviamente anche io. A un certo punto iniziano le domande: quanto guadagni, quanto hai da parte, cosa c’è sul conto. Parlava di trasparenza, io sentivo perquisizione. Diventavo vaga apposta. Non per nascondere, ma per difendere uno spazio che mi sembrava legittimo. Quella vaghezza, però, diventava un problema morale: “non sei limpida”. Traduzione: non ho accesso ai tuoi numeri.
A un certo punto arriva l’episodio di una spesa personale. Faccio un acquisto per me, con i miei soldi, nella mia vita. Glielo racconto e lui si arrabbia. Non perché fosse una spesa folle, ma perché non l’ho consultato. Secondo lui avevo speso male. Quei soldi potevano servire per “noi”. Nessuna struttura comune. Nessun bilancio condiviso. Nessun progetto economico da amministrare insieme. Eppure parlava come se fossimo sposati da dieci anni, con il bilancio familiare da discutere tra primo e secondo.
Stessa dinamica con la formazione. Studio, corsi, università. Ogni investimento su di me veniva sminuito. “Non abbiamo gli stessi valori,” diceva. “Tu spendi per studiare, io per divertirmi.” Detta così sembra una differenza. In realtà è una gerarchia: ciò che serve a me è essenziale, ciò che serve a te è un capriccio. E su questa gerarchia costruiva un messaggio costante: le mie priorità non coincidevano con le sue, quindi io non ero fatta per stare con lui. Non come constatazione, ma come avvertimento. Un modo elegante per minare la relazione dall’interno e costringermi a piegarmi, ad adattarmi, a rinunciare, pur di non perderlo. Una tecnica che non usava solo sul piano economico, ma che attraversava molti altri aspetti della nostra relazione.
Il paradosso è che io, finanziariamente, sono sempre stata molto brava. Metto da parte, pianifico, riesco a fare tutto. Lui invece faceva il grande teorico della finanza, ma era soprattutto un chiacchierone. Uno che si mangiava tutto. Mi faceva prediche come se fosse un’autorità, con la differenza che l’algebra la conosceva solo come ricordo traumatico delle medie. Uno che non sa fare i conti, ma li fa agli altri. Con una sicurezza disarmante.
Ogni uscita diventava una verifica mascherata da leggerezza: “te lo puoi permettere?” Non come premura, ma come indicatore di valore. L’amore non era una relazione: era una valutazione continua di idoneità economica.
Anche nei racconti sulle relazioni precedenti, il disegno diventava evidente. In una storia passata aveva imposto una logica precisa: se stai qui, devi pagare. Non una semplice divisione delle spese, ma una quota fissa, perché “se fossi andata in affitto avresti pagato comunque”. Non era condivisione: era far pagare il diritto di esistere nello spazio. E il giudizio finale era memorabile: lei era tirchia perché non aveva contribuito abbastanza alla sua casa. Il valore affettivo di una donna misurato in accessori d’arredo. Ikea come oracolo morale.
E poi c’è la parte più chiara. Quella che chiarisce tutto, senza bisogno di commenti.
In una fase in cui aveva bisogno di appoggiarsi altrove, finisce dentro la mia quotidianità. Per un tempo non irrilevante entra nella mia casa, nella mia vita, nei miei spazi. La spesa qualche volta la faceva anche, ma per tutto quel periodo non ha mai messo un centesimo per le bollette. Nelle relazioni precedenti pretendeva contributi con precisione notarile. A casa mia, silenzio. Un silenzio molto confortevole.
Durante quel periodo mi chiede di anticipare una somma per un acquisto importante che riguardava la sua vita, non la mia. Io esito e dico di no. Lui allora spiega che non è per i soldi: è una prova. Vuole vedere se mi fido, se sono abbastanza aperta da mettergli in mano il mio bancomat. Un test di intimità bancaria che neanche la banca centrale.
Subito dopo mi coinvolge nella scelta di quell’acquisto. Dettagli, preferenze, decisioni condivise. Il senso era chiaro: scegli anche tu, tanto poi quella vita la vivrai anche tu.
Due giorni dopo arriva lo scarto. Freddo. Violento. Definitivo.
E prima del sipario, l’ultimo fuoco d’artificio: cena con amici. Il conto lo pago io. Tutto. Io mi vergogno ancora. Ma non per me.
Questo è il controllo economico narcisistico: non ti ruba i soldi. Ti ruba la libertà di usarli per te. Ti convince che essere autonoma significhi essere sempre disponibile. Ti educa a finanziare una vita che non è la tua.
Io non gli ho fatto mancare niente. Il problema è che lui era un vaso senza fondo, con l’aria di uno che ti spiega la vita mentre non sa fare una sottrazione senza usare le dita sotto al tavolo.
La vera bomba, però, è questa: io poi ho iniziato a respirare. Perché sono sempre stata un genio della finanza, ma quei soldi, a un certo punto, sono tornati dalla mia parte. Mi vizio. Mi diverto. Investo dove voglio. E la cosa più ironica di tutte è che a me non è più mancato niente.
C’è un momento, dopo certe relazioni, in cui non provi più dolore. E nemmeno rabbia. Non sei indifferente, non sei illuminata, non sei “andata oltre”.
Sei solo lì che ti chiedi, con un misto di stupore e imbarazzo: ma davvero io sono stata con quella persona?
Questo articolo non parla di come si supera un ex. Parla di quella fase strana e poco raccontata in cui non lo odi… ma ti vergogni di averlo scelto.
E sì, fa anche ridere. Perché a un certo punto l’unica cosa sensata da fare è guardarsi indietro e dire: ok Elena, prendiamola sul ridere. Ma sul serio, mai più.
C’è una teoria che mi è stata servita con l’aria di una grande verità universale, una di quelle frasi che chi le pronuncia pensa di aver capito tutto dell’amore, della vita e pure degli altri.
Secondo una certa teoria sentimentale, servita con l’aria di una grande verità universale, funziona così: quando vieni lasciata stai male, poi odi, poi capisci, poi diventi indifferente. Una specie di percorso obbligato, lineare, ordinato. Quasi elegante. Un lutto con le istruzioni.
Peccato che la mia esperienza non abbia minimamente collaborato.
Sì, all’inizio ho sofferto. E come potevo non farlo? Quando ami davvero, quando ti fidi, quando consegni le chiavi di casa emotiva a qualcuno che ti guarda negli occhi e giura di non fare danni, il dolore non è un’opzione: è una conseguenza naturale. Non è debolezza, è coerenza affettiva.
Ma poi… niente odio. Nessuna fase furiosa, nessuna voglia di vendetta, nessun monologo drammatico sotto la pioggia.
E nemmeno quella famosa “indifferenza zen” che dovrebbe arrivare come un badge di maturità emotiva.
Al suo posto è arrivata un’altra cosa. Molto meno poetica. Molto più… imbarazzante.
Perché a un certo punto ti rendi conto che hai vissuto qualcosa che, a posteriori, ti fa dire:
“Ma davvero ho firmato la liberatoria per partecipare a questo circo?”
Sì. Quella è la sensazione.
Non un “non mi importa più”. Non un “va tutto bene”.
Ma una vergogna reale, quasi fisica, come se stessi confessando una cosa imbarazzante. Come quando racconti una storia e a metà frase ti fermi perché realizzi che l’altra persona sta pensando: no vabbè, dimmi che non è vero.
È la vergogna di aver preso sul serio qualcuno che, col senno di poi, sembra uscito da una sitcom scritta male. È la vergogna di aver investito tempo, parole, corpo e pensieri in una dinamica che oggi ti appare… ridicola.
E la cosa più assurda è che questa vergogna non è triste. È quasi comica.
Ti guardi indietro e pensi: Ma come ho fatto? Dove avevo la testa? Chi mi ha autorizzata a partecipare a questo teatro dell’assurdo?
E qui entra in scena uno degli episodi che oggi mi fa ridere e, allo stesso tempo, mi provoca quella specie di cringe retroattivo.
Stiamo parlando. Momento apparentemente confidenziale. Dove ci si racconta, si condivide. E lui, serissimo, mi chiede che voto gli do. Un numero. Una valutazione.
Io provo a spiegare che non funziono così. Che le persone non sono una scala numerica. Che quando amo qualcuno non lo quantifico: per me è tutto, è intero, è presenza, è gioia. Non è un punteggio.
Insiste. Vuole “oggettività”. Dice che un numero, in fondo, lo abbiamo tutti in testa.
E allora lo tira fuori lui, questo numero magico.
Otto.
Otto perché sono una bella donna. Ma non dieci, ovviamente. Perché, attenzione alla perla di saggezza, “se in futuro dovessi stare con una più bella, che voto dovrei darle?“
Ecco. Già qui. Se avessi avuto un minimo di lucidità avrei dovuto alzarmi, prendere la borsa e sparire lasciandogli il suo algoritmo sentimentale sul tavolo.
E invece no. Sono rimasta.
Oggi questa scena non mi fa male. Mi fa vergognare. Ma quella vergogna che ti viene quando racconti una figuraccia e scoppi a ridere prima ancora di arrivare alla fine.
Perché non è umiliante essere stata ferita. È umiliante aver accettato per anche solo un secondo una logica così povera, così piccola, così tristemente performativa.
Ed è qui che la sua teoria cade a pezzi.
Non sono diventata indifferente. Sono diventata lucida.
E la lucidità non sempre è nobile, composta, spirituale. A volte è una risata secca. A volte è un “ma che cavolo stavo facendo”. A volte è quel senso di vergogna che non ti schiaccia, ma ti sveglia.
Perché quando smetti di idealizzare, non resta l’odio. Resta il ridicolo.
E il ridicolo, alla fine, è una forma potentissima di guarigione.
C’è stato un tempo in cui le cose non si buttavano. Si aggiustavano.
Le sedie traballanti venivano rinforzate. I maglioni rattoppati.
Gli oggetti avevano una vita lunga, segnata da graffi, riparazioni, mani diverse. Erano imperfetti, ma duravano.
Poi è arrivato il consumismo. Non solo nei negozi, ma nelle teste.
Se non funziona più, cambia.
Se richiede manutenzione, sostituisci.
Se costa fatica, non vale la pena.
E senza quasi rendercene conto abbiamo applicato lo stesso principio alle relazioni. Oggi molte persone non vivono l’amore: lo consumano. Entrano, prendono, usano, se ne vanno. Non perché manchi l’occasione giusta, ma perché manca la capacità emotiva di creare un legame. Chi vive così non ama. Non nel senso profondo del termine. Non perché sia cattivo, ma perché non sa provare cura, continuità, responsabilità affettiva. Scambia il desiderio per sentimento e l’intensità per profondità. Dal punto di vista psicologico, questo non è progresso. È evitamento.
Riparare una relazione richiede presenza, ascolto, coinvolgimento emotivo.
Sostituirla è più semplice: ti preserva dal confronto, dal limite, dalla possibilità di sentire davvero.
Ed è qui che entra in gioco anche la cultura che abitiamo.
Perché questo comportamento, quando appartiene a un uomo, raramente viene messo in discussione.
Anzi, spesso viene celebrato.
L’uomo che passa da una donna all’altra viene chiamato cacciatore.
Libero.
Esperto.
Come se l’accumulo fosse un valore.
Come se il continuo passaggio fosse una prova di forza.
Lo stesso comportamento, in una donna, cambia nome.
E cambia giudizio.
Questo doppio standard non è solo ingiusto: è pericoloso.
Perché legittima una povertà emotiva mascherandola da autonomia.
E normalizza l’idea che le persone siano esperienze, non esseri umani.
Dal punto di vista junghiano, è una scissione profonda: un “IO” che agisce e un sentire che resta fuori.
Chi consuma le relazioni non è libero, è disconnesso.
Da sé, prima ancora che dall’altro.
Dal punto di vista gestaltico, l’amore è contatto.
E il contatto vero implica presenza emotiva, non solo disponibilità fisica o narrativa.
Chi non sa sentire, non può prendersi cura.
E chi non si prende cura, non ama: utilizza.
Il consumismo emotivo: evita, sostituisce, accumula.
Lascia dietro di sé legami non elaborati e persone costrette a ricostruire senso e fiducia.
E il paradosso è questo: chi non aggiusta nulla, non costruisce nulla.
Chi cambia sempre, non approfondisce mai.
Chi consuma l’amore, resta affamato.
Forse non abbiamo bisogno di relazioni nuove.
Forse abbiamo solo dimenticato un gesto antico: fermarsi davanti a qualcosa che conta e chiedersi se si è capaci di prendersene cura. Perché l’amore non è un oggetto difettoso da buttare.
È una cosa viva.
E le cose vive richiedono presenza, emozione, responsabilità.
Ciò che non sappiamo custodire fuori, lo perdiamo dentro.
E la fuga dagli altri è sempre una fuga da se stessi.
Chi non sa prendersi cura non ama, non sente, non si commuove, non comprende. Può cambiare partner, accumulare esperienze, apparire leggero e libero. Ma dentro resta vuoto, incompleto, incapace di costruire qualcosa che valga davvero. La libertà senza cura è illusione. La superficialità mascherata da autonomia non è forza, è fuga. E chi sceglie la fuga dall’altro, prima o poi, scopre di essere fuggito solo da sé stesso.
Libertà. Una parola grande, ma a volte basta una briochina e quattro euro per sentirla vicina.
Oggi ho incontrato una donna che per la burocrazia resta una mia utente, ma per la vita è diventata un’amica. Stavamo parlando delle sue solite fatiche e, puntuale come una tassa, è arrivato il tema dei soldi.
Per lei il denaro è una sorta di meteorologia emotiva: “Quando tornerò a lavorare non avrò più problemi. Non salterò più una bolletta. Non vivrò più con questa paura di non farcela.”
È un pensiero che capisco, ma che conosco benissimo: l’idea che la libertà arriverà quando la vita fuori sarà finalmente in ordine.
Un piccolo inganno della psiche, raffinato quanto inutile.
Per sdrammatizzare, e forse anche per farle vedere la crepa nel ragionamento, le ho raccontato la mia:
“Guarda che i problemi non scadono quando arriva la busta paga. Questo mese ho sbagliato i conti… e mi sono ritrovata con quattro euro sul conto. Quattro. Non quaranta, quattro! Stasera la mia cena è una briochina.”
Una di quelle briochine che, quando la scarti, ti chiedi se sia lei ad essere piccola o sei tu ad avere troppe aspettative.
Non lo racconto per fare tragedie gastronomiche, né per fare filosofia col portafoglio.
Anzi, il contrario: era per farle capire che anche quando sei libera, la vita non smette di essere imperfetta.
La differenza è che non dipendi più dal fuori per respirare.
È quella libertà sottile: sapere che te la cavi comunque, che il mondo non ti crolla addosso se il conto è leggero, che non serve aspettare che tutto sia perfetto per fare il primo passo.
Perché, alla fine, non era una conversazione sui soldi. Era una conversazione sulle scuse. Sulle microscopiche barriere che costruiamo per non muoverci: “Non lavoro”, “Non sono autonoma”, “Non posso finché non ho abbastanza”, “Non ce la faccio”.
Piccoli altari su cui sacrifichiamo la possibilità del cambiamento. E lo capisco, perché tutte, prima o poi, ci siamo sedute lì: in quel limbo familiare, fatto di paure travestite da logica, di comodità travestite da impossibilità.
Il punto è smettere di aspettare il momento ideale e riconoscere che possiamo fare oggi ciò che vogliamo davvero fare. Quel primo passo minuscolo, ridicolo, che però sposta l’asse interno più di qualsiasi miracolo esterno.
Abbiamo riso, molto. Ho tirato fuori il sacchetto con la mia briochina, ci siamo guardate con gli occhi lucidi dalle risate.
Poi le ho chiesto:
“Qual è la cosa che desideri davvero per te stessa?”
Ci ha messo un attimo a rispondere:
“La libertà.”
Ecco. Lì c’è tutto.
La libertà non arriva quando avrai abbastanza. Arriva quando smetti di raccontarti che senza quel ‘abbastanza’ non puoi cominciare.
Lei questo movimento lo sta facendo, piano, come succede quando la verità arriva bussando invece che sfondando la porta. E forse la sua libertà inizia proprio così: da un piccolo scarto interno, quasi impercettibile, ma decisivo. Da quell’istante in cui ti accorgi che la scelta può iniziare oggi, anche con quattro euro, anche con una briochina, anche con un filo di paura.
E che non c’è nulla di meno libero che aspettare di non averne più.
La libertà non arriva quando tutto è perfetto. Non arriva quando i conti tornano, quando le scuse finiscono o quando il mondo sembra finalmente allineato… pianeti, costellazioni, unicorni e tutto il resto. Arriva quando smetti di raccontarti storie e decidi di fare quel piccolo passo, anche se fa paura. Arriva quando capisci che l’unica persona di cui puoi davvero fidarti sei tu… e che aspettare il momento perfetto è solo un modo elegante per restare ferma a guardare il cielo sperando che gli astri si mettano d’accordo.
Arriva quando smetti di aspettare e decidi che oggi, imperfetta, ridicola o disastrosa che sia, sei tu a guidare lo spettacolo.
Se la vita fosse una serie TV, negli ultimi mesi avrei preteso di parlare col produttore: troppe trame assurde, zero coerenza narrativa e un accanimento quasi sospetto verso il personaggio principale, cioè me. Eppure eccomi qui, senza effetti speciali né colpi di scena salvifici, solo con una verità semplice e un po’ cinica: a volte sopravvivere è già una forma avanzata di crescita personale.
Negli ultimi mesi la vita ha deciso di mettermi alla prova con lo stesso entusiasmo con cui l’universo lancia meteoriti sui dinosauri. Prima un amore travestito da pecora (che pecora non era affatto). Poi la macchina rotta. Poi la macchina nuova rotta. Poi i social hackerati.
Proprio mentre cercavo di restituire al mondo un pezzo della mia voce, qualcuno ha deciso di spegnerla di nuovo.
Silenzio. Buio. Reset.
Anni fa avrei reagito come facevo sempre: distruggendomi, ferendomi, trasformando la rabbia in armi rivolte contro me stessa. Ma stavolta no.
Stavolta ho fatto qualcosa che per molti sembra piccolo, ma per me è stato titanico: ho lasciato che il dolore mi attraversasse senza distruggermi.
Ci ho messo coraggio. Ci ho messo resilienza. Ci ho messo anche un po’ di sano cinismo, perché a un certo punto, se non ci ridi sopra, ti sciogli come una cialda nel cappuccino.
La verità è che ho un passato che non fa sconti: disturbi alimentari, un tumore, una separazione, e una vita che ho ricominciato a ricostruire con le mani che tremavano.
Poi è arrivata una relazione che ha cercato di buttarmi giù di nuovo. E ci è quasi riuscita.
Quasi.
Perché c’è stata una cosa che non ho concesso: non ho permesso alla rabbia di comandare la mia storia.
Non l’ho lanciata addosso a nessuno. Non l’ho diretta contro di me.
L’ho lasciata lì, come un animale selvatico che osservi da lontano finché capisci che non è lì per sbranarti, ma per avvisarti che devi cambiare strada.
E allora ho scritto. Ho scritto per non sparire. Ho scritto per restare intera. Ho scritto per trasformare quella rabbia in qualcosa che non fosse più veleno, ma carburante.
L’hackeraggio ha cercato di fermare tutto questo.
Ha provato a farmi tacere proprio quando stavo trovando la mia voce più sincera. Ma eccomi qui. Nonostante tutto. Grazie a tutto.
Ed è qui che arriva la parola di oggi: empowerment. Che non è una foto perfetta su Instagram, non è un mantra da palestra, non è l’idea che “se vuoi puoi”.
Per me empowerment è molto meno glamour e molto più vero:
È rialzarsi anche quando non hai nessuno che ti applaude. È continuare a parlare quando qualcuno ti silenzia. È ricominciare da zero, anche quando non hai scelto tu di perdere tutto. È restare fedele a te stessa dopo che il mondo ti ha fatto a pezzi.
È capire che la porta non è chiusa: è solo pesante.
E tu hai ancora la forza per spingerla.
E quando si apre anche solo di un centimetro, quello è empowerment. Non un fascio di luce perfetto, ma la scelta di non richiuderla.
Perché, diciamolo, la vita non suona mai la fanfara quando rialzi la testa. Non ti manda un mazzo di rose. Al massimo ti manda un’altra scocciatura, giusto per controllare se sei davvero pronta. E tu, con il mascara mezzo colato e la dignità rimessa insieme con lo scotch, vai avanti lo stesso.
Quello è empowerment.
È guardarti allo specchio dopo l’ennesima tempesta e pensare:
“Okay, Universo, non so se volevi distruggermi o rendermi più brillante, ma ti informo che mi hai solo resa più ostinata.”
È aprire quella maledetta porta pesante e renderti conto che sì, cigola, fa resistenza, ti lascia pure un livido… ma si apre.
E alla fine capisci che non serviva un sole grande. Bastava uno spiraglio. Bastavi tu.
“Se oggi ti sembra tutto troppo, ricordati che anch’io mi sono rimessa insieme. A colla e ironia. Funziona.”
Cronache di una donna che ha smesso di aspettare il lieto fine e ha iniziato a cucinarlo
C’è un momento, di solito attorno alle tre di notte, quando la città assomiglia a un enorme respiro e tu non riesci a fare il tuo, in cui ti chiedi perché ci incasiniamo così tanto per amore. Non per l’Amore da manuale, quello sano e centrato, ma per quell’amore da giostra emotiva, quello che ti fa credere che l’altro sia il pezzo mancante del tuo puzzle, l’incastro perfetto destinato a completarti.
Siamo stati educati così: alla mitologia della “metà giusta”, dell’anima gemella, del se solo trovassi quella persona lì allora sì che…. E invece no: la realtà arriva e ci mostra pezzi che non entrano, bordi che non combaciano, incastri che sembrano sempre un po’ storti. E noi, come brave apprendiste della favola romantica, ci chiediamo se siamo difettose.
Per noi donne, poi, il copione è ancora più surreale: emancipate ma sempre disponibili, forti ma per niente spigolose, sensuali ma non troppo, brillanti ma non invadenti. La società ci vuole come certe vetrine: perfette, luminose, ordinate… e sempre aperte.
E sullo sfondo, eccole: le favole. Principesse che aspettano, cavalieri che salvano, donne fragili che vengono riscattate dal gesto eroico di un altro. Favole che, senza cattiveria, ci hanno educato al bisogno di una mano esterna che ci sollevi, ci redima, ci definisca.
Fino a quando, una notte, o un pomeriggio qualunque, a dire il vero, ti arriva una piccola illuminazione: forse non è l’altro che deve salvarti. Forse quella mano che aspetti può essere la tua. Forse dentro di te vivono già la principessa, il cavaliere, la parte che cade e quella che rialza.
Ed è lì che ti viene un’idea un po’ folle, un po’ liberatoria:
vi invito a mangiarle, le favole. Sì, proprio così. Mangiatene, fatele vostre, masticatele bene. E poi digeritele lentamente, con tutto il tempo che serve.
Perché solo quando le digeriamo possiamo trasformarle. Possiamo smettere di interpretare un ruolo e iniziare a scrivere il copione. Possiamo diventare non la metà, non la parte “buona”, non la protagonista passiva… ma la favola intera.
Essere la favola intera significa accettare che dentro di noi convivono parti diverse: la fragile e la forte, la luminosa e la ombrosa, quella che vuole scappare e quella che vuole restare. Significa permettere a queste parti di parlarsi, ascoltarsi, incontrarsi, invece di eleggere una sola come quella “giusta”.
È un lavoro buffo, poetico, potentissimo: scoprire che a volte una parte di te piange e un’altra la consola; una teme e l’altra osa; una cade e un’altra la solleva. E in quell’incontro, così domestico, così intimo, succede la magia.
Succede che smetti di aspettare qualcuno che ti completi. Succede che non hai più bisogno di un cavaliere che ti sollevi dal pantano emotivo. Succede che puoi guardare l’altro non per ciò che ti manca, ma per ciò che puoi condividere.
Perché quando sei la favola intera, non cerchi chi ti salva: cerchi chi ti accompagna. Non cerchi chi ti completa: cerchi chi ti vede. E soprattutto, smetti di stare con qualcuno per paura di cadere: ci stai perché insieme si cresce, non perché soli si muore.
Mangiate le favole. Masticatele. Digeritele finché non ne sarete nutrite, non schiave.
E quando avrete fatto vostro ogni pezzo, quando avrete trasformato la storia… sarà allora che scoprirete di non essere più una principessa in attesa né un cavaliere in affanno. Sarete voi, tutte voi, dalla prima pagina all’ultima.
La favola intera.
Alla fine l’unica cosa davvero utile da fare con le favole è mangiarle. Masticale, digeriscile, e lascia che ti nutrano. Perché l’incastro perfetto non esiste. Chi lo cerca vuole solo un oggetto docile, non una persona intera.
Quando smetti di aspettare chi ti completa, inizi a vedere chi ti rispecchia. E scopri che l’amore più potente non è quello che ti salva, ma quello che ti permette di stare intera anche quando sei fatta a pezzi. Tutte le tue parti, quella ferita, quella arrabbiata, quella coraggiosa, devono poter stare insieme. Solo così puoi diventare la tua favola intera, senza chiedere il permesso a nessuno.
Quando il percorso principale è bloccato, inventane uno laterale!
Negli ultimi anni ho vissuto cose che non avevo previsto, che non avevo scelto e che mi hanno lasciata senza fiato. Ho affrontato una relazione che mi ha spezzata nel profondo, una violenza che ha fatto crollare tutte le certezze che credevo di avere. Da quel dolore, però, è nato qualcosa di inaspettato: la mia voce. Una voce che credevo perduta e che invece ha iniziato a farsi sentire proprio quando tutto sembrava finire. Così è nato il mio blog: un luogo sicuro, autentico, mio. E quando finalmente ho avuto il coraggio di condividere quegli articoli, di esporre la mia verità… tutto è stato oscurato di nuovo. Un hackeraggio improvviso, assurdo, come una mano che cercava ancora una volta di zittirmi.
E per un po’, lo ammetto, quella mano ci era riuscita.
A volte la vita ti mette davanti a ostacoli che non avevi chiesto, cadute che non avevi previsto e silenzi in cui nessuno dovrebbe mai ritrovarsi. Io li ho attraversati tutti. Ma oggi, mentre tenevo in mano il mio nuovo telefono, ancora sigillato, ancora pieno di possibilità, ho sentito qualcosa che non provavo da mesi: entusiasmo.
Non un entusiasmo qualunque. Quello che ti vibra nelle ossa. Quello che ti dice: “Ok, è successo tutto questo… e allora? Guarda dove sei ora.” Nei mesi passati ho visto la mia voce spegnersi e riaccendersi, il mio spazio online prima diventare casa e poi scomparire nel nulla, come se qualcuno avesse deciso di premere “mute” proprio quando stavo iniziando a parlare davvero. E sì, per un po’ ci sono cascata: mi sono sentita sconfitta, stanca, fuori combattimento.
Poi, ieri, click. Non so dire esattamente cosa sia scattato. Forse ero esausta dalla frustrazione. Forse era semplicemente ora. Ma all’improvviso ho capito che stavo combattendo con l’energia sbagliata, bussando sempre alla stessa porta come una donna ostinata sotto la pioggia che continua a citofonare nel posto sbagliato. E se il palazzo ha cento porte? E se il trucco non è aspettare che ti aprano, ma girare l’angolo e scoprire un ingresso laterale che non avevi visto?
Così oggi mi sono svegliata diversa. Con una consapevolezza nuova: io non voglio solo riconquistare ciò che era mio. Io voglio evolvermi. Tornare dentro, sì… ma come la versione migliore di me stessa.
E quel telefono nuovo? Non è un acquisto. È una dichiarazione d’intenti. È il mio “sto tornando”, senza scuse, senza paura, senza bisogno di permesso. Ho deciso che non importa quante volte qualcuno proverà a spegnere la mia voce. Io, quella voce, la alzerò. La amplificherò. La renderò impossibile da ignorare.
Oggi ricomincio. Con leggerezza. Con lucidità. E con una forza che, sinceramente, non pensavo di avere.
E se c’è una cosa che ho imparato è questa: quando il mondo ti chiude una porta… prova a bussare a quella accanto. Magari è proprio lì che ti aspetta la versione più potente di te stessa.
Ci sono notti in cui sembra che l’universo ti stia zittendo di nuovo. Notti in cui la vita si ripresenta con lo stesso ghigno di quella violenza che credevi di aver lasciato indietro, e ti toglie ancora una volta la voce. Ti toglie la luce. Ti toglie la speranza di aver finalmente imparato a respirare.
Ho iniziato a scrivere questo blog come si inizia una cura. Non con la pretesa di guarire, ma con la necessità disperata di non morire dentro. Scrivere è stato il mio modo di gridare quando nessuno ascoltava, di mettere ordine tra le macerie, di dare forma a quel silenzio che troppo spesso viene imposto alle donne, con le mani, con la paura, con la vergogna, con l’indifferenza.
Ho vissuto una relazione tossica, e la parola “tossica” non basta a contenerne la portata. C’è stato un gesto violento. C’è stato un abbandono, in una notte che non ha avuto nulla di romantico e molto di definitivo, come se all’improvviso fossi diventata qualcosa da lasciare lì.
Eppure, il dolore di chi ama e riceve in cambio il male non ha nome. Ti trapassa le ossa. Ti brucia l’anima. Ti scava dentro fino a non lasciarti più distinguere dove finisce la colpa e dove inizia la sopravvivenza.
Scrivere è stato il mio modo di rimettere insieme i pezzi di quell’anima frantumata. Un viaggio dentro l’inconscio, come direbbe Jung: lì dove vivono le ombre, ma anche la possibilità di trasformarle in luce. Perché la guarigione non è dimenticare, è integrare. È accettare che anche il dolore, l’orrore, la paura, facciano parte della nostra storia. È sedersi accanto al proprio dolore e dirgli: “Ti vedo. Ma non mi definisci più.”
Così questo blog è diventato una cura, per me e forse anche per chi mi leggeva. Una piccola costellazione di anime che, nel buio, riconoscevano la stessa ferita e la stessa forza. Uno specchio in cui finalmente ci si guarda negli occhi e si può dire a se stessi: “Non è colpa mia.”
Ma il male ha molti volti, e a volte indossa una maschera digitale. I miei canali social, le mie parole, la mia voce, sono stati violati.
Scomparsi sotto i miei occhi. Un furto che non è solo informatico: è simbolico. È la ripetizione di un gesto antico, il tentativo di mettere di nuovo una mano sulla bocca di una donna che osa parlare.
E allora mi chiedo: forse non siamo ancora pronti ad ascoltare davvero la voce delle donne. Forse la verità delle nostre ferite è ancora troppo luminosa per chi vive di ombre. Forse la forza di chi si rialza, di chi trasforma il dolore in parola, in arte, in cura, è ancora troppo scomoda per un mondo che preferisce le donne silenziose, decenti, docili.
Sì, troppo scomoda. Perché una donna che ritrova la propria voce è una rivoluzione. È la prova vivente che il controllo è un’illusione, che la paura non vince, che il male non ha l’ultima parola. È la Fenice che brucia tutto, anche le gabbie mentali e culturali, e dalle sue ceneri genera nuova vita. E il mondo, forse, non è ancora pronto a reggere tanto splendore.
Questa notte sento di nuovo quella mano invisibile sulla bocca. Quella che ti sussurra “stai zitta”, quella che ti fa dubitare del tuo valore, quella che ti fa sentire di nuovo sola, dentro una strada buia che non è solo un luogo, ma una memoria del corpo. Ma c’è una differenza, stanotte. Adesso so che il silenzio non mi distrugge: mi prepara. Mi costringe a tornare dentro, a riaccendere il fuoco, a ricordare chi sono.
E allora, tra le lacrime che ancora scendono, mi dico: “Supererai anche questo.” E lo so, perché l’ho già fatto. Perché la mia voce, anche se spenta fuori, dentro continua a cantare. Perché ogni volta che qualcuno prova a spegnerla, diventa più forte.
E sì, sono arrabbiata. Ma questa rabbia è sacra. È l’energia primordiale di chi rifiuta di essere vittima, di chi trasforma la ferita in conoscenza, la caduta in forza. È la mia Anima che torna a parlarmi, e io la ascolto. Non la lascerò mai più zittire.
Perché la verità è questa: Puoi hackerare i miei profili, ma non la mia voce. Puoi cancellare i miei post, ma non la mia storia. Puoi provare a spegnere la mia luce, ma non la mia fiamma.
E allora scrivo. Scrivo ancora. Scrivo per me, per le donne che non riescono ancora a farlo, per quelle che stanno cercando il coraggio di dire “basta”. Scrivo perché tra le parole ritrovo la mia voce, e con lei la forza di sentirmi viva. E mentre scrivo, sento di nuovo il cuore battere.
E capisco che sì, sarò voce. Anche stavolta.
Il male esiste, e a volte sembra onnipotente. Prova a spegnere la voce, a piegare la volontà, a lasciare solo paura e ombre. Ma chi lo affronta, chi lo osserva negli occhi senza farsi definire da esso, scopre che il male può diventare testimonianza, conoscenza, energia per resistere. Non è consolazione, non è giustizia: è la consapevolezza che, anche quando il male colpisce, c’è chi rifiuta di lasciarsi cancellare, chi trova dentro sé stesso la forza per continuare, per proteggere ciò che resta, per non consegnarsi al suo dominio.
E io ve lo dico, dal mio piccolo spazio nel mondo: con tutto quello che ho, con ogni parola che riesco a scrivere, vi mando un pezzo di cuore. Perché, alla fine, sopravvivere significa anche questo, continuare a sentirsi vivi, insieme, un passo alla volta.
C’è un momento, dopo anni di dolore, in cui ricominci a respirare. Non come prima, perché dopo certi amori non si torna più uguali, ma abbastanza da sentire che qualcosa dentro di te si è rimesso in moto. È quel momento fragile e prezioso in cui cominci a rivedere la luce in fondo al tunnel, quando capisci che la sopravvivenza non è più l’unico obiettivo, ma l’inizio di una nuova vita. E proprio lì, quando stavo finalmente imparando a camminare di nuovo, è arrivato il silenzio.
Un silenzio imposto, digitale ma profondo. Un giorno i miei profili social, quelli dove condividevo i miei articoli, le mie riflessioni e le mie cicatrici trasformate in parole, sono scomparsi. Disattivati. Cancellati. Spariti nel nulla, come se non fossero mai esistiti. Nessuna spiegazione, nessuna mail, nessun preavviso. Solo quel vuoto familiare che conosce bene chi ha già sperimentato la manipolazione: la sensazione di essere di nuovo cancellata, questa volta non da un uomo, ma da un sistema.
Forse è stato un caso. O forse no. Forse, ancora una volta, qualcuno ha deciso che la mia voce dava fastidio. Che i miei racconti erano troppo veri, troppo scomodi, troppo simili a una confessione che qualcuno non voleva leggere.
Non ho mai fatto nomi. Non ho mai puntato il dito. Mi sono limitata a raccontare me stessa, la mia esperienza, le ferite e la lenta rinascita di una donna che aveva creduto in amori sbagliati. Ma in un mondo dove tutto deve restare patinato e muto, la verità è rivoluzionaria. E le rivoluzioni fanno paura.
Scrivere, per me, non è mai stato solo un atto creativo. È stata la mia terapia, la mia ribellione, la mia salvezza. Ho scritto per sopravvivere, per non dimenticare, per dare un nome a quel dolore invisibile che nessuno vedeva. Ho scritto per ricomporre i pezzi di me che sono stati sparpagliati, e per trasformare la rabbia in consapevolezza.
E poi, improvvisamente, qualcuno ha cercato di spegnere la mia voce. Ma se c’è una cosa che la violenza insegna, è che il silenzio non guarisce. Il silenzio uccide.
Siamo nel 2025, e ancora oggi una donna che parla di violenza, di manipolazione o di abusi emotivi viene vista come una minaccia. Si dubita di lei, si minimizza, si ride, si cambia discorso. Ma non si ascolta. Si preferisce zittirla piuttosto che guardare in faccia la realtà: che la violenza non è solo un pugno, ma anche una parola, un silenzio, un controllo, una cancellazione.
Il mio blog, artediamarsimale.blog, non è un diario di vendetta, ma un laboratorio di guarigione. Un luogo dove il dolore si trasforma in arte, dove la vulnerabilità diventa forza, e dove l’ironia serve a respirare tra una verità e l’altra. Scrivo con il cinismo dolce di chi ha amato troppo e ha imparato a ridere anche delle proprie ferite. Scrivo perché credo che il racconto possa salvare: me e chi legge.
Quando ho visto i miei profili sparire, ho sentito la stessa impotenza di quando sono stata ignorata, di quando mi hanno fatto dubitare di me stessa, di quando mi hanno fatto sentire invisibile. Ma poi ho ricordato una cosa: che questa volta non ho bisogno del consenso di nessuno. Soprattutto del consenso di chi non vuole sentire.
Perché il mio spazio, le mie parole e la mia verità non possono essere eliminate con un clic. Possono chiudermi gli account, ma non possono fermare la mia rinascita. Possono tentare di cancellare la mia voce, ma non il messaggio che porto dentro.
Scrivere di dolore è un atto di coraggio. Pubblicarlo è un atto politico. E in un mondo dove la verità femminile è ancora disturbante, continuare a scrivere è la mia forma di resistenza più radicale.
A chi ha provato a zittirmi, rispondo con la calma feroce di chi ha smesso di avere paura: io continuerò a parlare. Per me, per le altre, per chi non ha ancora trovato le parole.
Perché ogni volta che una donna racconta la sua ferita, guarisce un pezzo di mondo. E anche se mi hanno silenziata, non mi hanno fermata. Anzi, mi hanno dato un motivo in più per continuare.
A tutte le donne che stanno leggendo queste righe, voglio dire una cosa semplice: non lasciate che vi zittiscano. Non importa chi prova a farlo: un uomo, un sistema, o una piattaforma che preferisce l’apparenza alla verità. Ogni volta che scegliete di parlare, di raccontare, di denunciare anche solo con un post, un disegno, una frase, state costruendo un ponte verso la libertà.
Non serve essere eroine, serve solo essere vere. E la verità, quando è detta con il cuore, è la forma più potente di rivoluzione.
Io continuerò a scrivere, e continuerò a pretendere che Meta risponda di quello che è accaduto. Perché lasciare che un hacker, o chiunque altro, possa mettere a tacere una voce femminile significa dare la vittoria a tutto ciò che vogliamo combattere: la violenza, l’abuso, la paura.
Se una donna non può più raccontare la propria storia senza essere censurata, allora abbiamo fallito come società.
Ma io non ci sto. Ho smesso di farlo il giorno in cui ho capito che tacere non mi avrebbe mai salvata.
Continuerò a parlare, anche se la mia voce dovesse essere solo un sussurro tra mille urla digitali. Perché certe verità non hanno bisogno di megafoni: basta dirle, e già cambiano l’aria.
E a tutte le donne che mi leggono, quelle che hanno amato male, creduto troppo, o semplicemente dato tutto a chi non sapeva cosa farsene, voglio dire questo: non smettete di parlare. Scrivete, raccontate, urlate o ridete di tutto quel dolore finché non smette di farvi paura.
Perché il silenzio è l’arma di chi teme la verità. E la parola, beh… la parola è la nostra libertà più grande.
Ci sono momenti nella vita che ti strappano il respiro. Momenti in cui scopri che chi diceva di amarti può ferirti più profondamente di chiunque altro. Momenti in cui il cuore si frantuma in silenzio, e ogni lacrima sembra dissolversi nel nulla. Questa è la storia di un dolore che spezza, e di come da quelle crepe sia possibile nascere più forti. Questa è la storia di come, dalle ceneri di chi eri, può nascere una Regina.
Ci sono estati in cui torni abbronzata, con la pelle dorata e il sorriso rilassato delle riviste patinate. E poi ci sono estati come la mia, in cui torni pallida, gonfia di lacrime e con il cuore ridotto in macerie.
Ho passato le mie ferie estive a contorcermi nel letto, prigioniera di un dolore che non dà tregua. Non il dolore di una caduta, non quello di una febbre alta: il dolore inflitto da chi diceva di amarmi. La persona con cui stavo mi ha riservato il peggior trattamento che una mente innamorata possa concepire: abbandono e indifferenza assoluta.
Se n’è andato in una calda notte, insensibile alle mie lacrime e alla mia disperazione. Nei giorni successivi, il silenzio: nessuna telefonata, nessun messaggio, neppure un “come stai?”. L’indifferenza vera ti fa a pezzi più delle urla; gela il sangue più delle cattiverie dette a caldo. Con la stessa freddezza con cui si abbandona un cane in autostrada, senza la minima traccia di rimorso.
Così ho conosciuto un dolore che non si descrive: si sopravvive. Una valanga che travolge, schiaccia, frantuma. Ho sentito le viscere strapparsi, la testa esplodere in un colpo secco, il respiro mancare. Solo Dio sa quante lacrime ho versato e quante volte ho creduto di non rialzarmi.
Eppure, qualcosa si è spezzato. E insieme a quella rottura, qualcosa è nato.
Per tutta la vita ho avuto la sindrome della crocerossina: empatica, indulgente, pronta a giustificare chiunque. “Lui è così perché il padre aveva tratti istrionici… lui è così perché la madre non era accogliente… lui è così perché i genitori lo hanno abbandonato troppo presto”. Un elenco infinito di attenuanti che nella mia testa suonavano come scuse. Ho giustificato tradimenti, freddezze, abbandoni. Io, con il bicchiere sempre mezzo pieno, pronta a vedere il lato positivo anche mentre mi caricavo addosso i dolori non miei.
Oggi so che era una colossale stronzata.
Le persone scelgono chi vogliono essere. E se scegli di ferire, hai scelto di essere qualcuno che ferisce. Punto.
Non c’è psicoanalisi che tenga, non c’è “non sono stato amato abbastanza” che assolve chi ti calpesta. La responsabilità di amarsi, di amare e di non distruggere gli altri è personale.
Io, invece, sceglievo male. Mi innamoravo di cuori agonizzanti nascosti dentro ego smisurati, convinta che il mio amore potesse salvarli. Non era amore: era una trappola.
Poi, due notti fa, Elena è morta.
Ho celebrato il suo funerale in silenzio. L’ho ringraziata per la dedizione con cui ha amato, per la sua ingenuità luminosa, per la sua ostinazione nel credere ancora nel bene. L’ho abbracciata un’ultima volta e l’ho lasciata andare.
Dalle sue ceneri è nata una Regina.
Una Regina, una donna che ha imparato a difendere se stessa e il proprio cuore.
Le Regine non si accontentano delle briciole. Difendono confini, tempo, corpo, parola. Custodiscono la loro energia come fosse oro e non la sprecano per chi non sa cosa farsene. Tendono la mano solo a chi chiede aiuto davvero e conosce il rispetto; non hanno pietà per i furbi, per i vigliacchi, per chi rifiuta di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Non sono crocerossine in cerca di casi umani, né vittime sacrificali di un amore tossico.
Eppure, proprio perché hanno conosciuto il dolore, possiedono una capacità di amore smisurata. Un amore che non si piega alla disperazione, che non mendica, che non elemosina attenzioni. Le Regine sanno essere misericordiose: sanno perdonare chi si avvicina con umiltà, accogliere chi desidera crescere, donare calore a chi ha il coraggio di chiedere. La loro grandezza non sta solo nella forza con cui tengono lontani gli impostori, ma nell’immensità con cui abbracciano chi merita il loro regno.
Camminano a testa alta, senza chiedere permesso, eppure portano nel cuore la capacità di riempire il mondo di amore. Non più l’amore disperato e sacrificato di una crocerossina, ma un amore saldo, rispettoso, eterno: l’amore per se stesse.
Non è odio a renderle austere. Non è rabbia a forgiare la loro corazza. È l’amore più grande che esista, quello che basta da solo e che, quando incontra chi lo merita, si espande fino a illuminare il mondo.
Non sono qui per salvare nessuno. Il mio regno, da oggi, accoglie solo chi merita il mio rispetto.
È da questa scelta, da questa chiarezza di cuore e mente, che nascono le Regine.
Così nasce una Regina.
La vera forza non nasce dalla vendetta, né dalla rabbia, ma dall’amore incondizionato che sai dare a te stessa. Chi diventa Regina non aspetta permessi, non elemosina rispetto, non si piega davanti a chi ferisce: costruisce il proprio regno e decide chi può entrarvi.
A volte basta una notte qualunque, un po’ di silenzio, e nessuna distrazione all’orizzonte. Niente messaggi da rileggere, niente playlist malinconiche in sottofondo. Solo me, i miei pensieri… e quel vecchio vizio di volerci capire qualcosa. Non ho trovato risposte. Ma ho trovato me. E il modo più onesto che conosco per starmi accanto: scrivere.
Ci sono dolori che non lasciano neppure la forza di parlare. Quelli che ti attraversano come una tempesta, e dopo non sei più la stessa. Li conosco. Ci sono passata, senza clamore, senza presunzione.
Ma oggi voglio soffermarmi su un altro tipo di dolore. Quello che arriva quando una storia d’amore finisce. E con lei se ne va anche un pezzo della nostra identità, dei nostri riti quotidiani, della nostra idea di futuro.
È di questo che scrivo qui. È il tema del mio blog. Il mio piccolo osservatorio emotivo sul cuore umano. E, come sempre, parto da me.
Ho scritto molto, e spesso senza punteggiatura emotiva, su ciò che mi è frullato nella testa e nel cuore dopo la rottura. Rottura: che parola delicata per dire “ti lascio, arrangiati”. Il mio compagno ha fatto i bagagli. E no, non per portarmi a Parigi. Né a Bali. Ha fatto i bagagli per andarsene. Punto.
Mi sono trovata da sola, in salotto, con la tazza della tisana ancora calda e l’anima completamente ghiacciata. E allora ho fatto quello che molte fanno: Ho pianto. Tanto. Poi ho immaginato il suo ritorno trionfale, tipo una scena hollywoodiana da manuale, con la pioggia, un mazzo di fiori e un discorso da Oscar. E ho aspettato. E lui? Niente. Neanche uno “scusa, ho dimenticato il caricabatterie”.
Mi aveva detto: “Adesso starai male, poi mi odierai, poi ti passerà.” Il Bignami del dolore romantico. Manuale d’istruzioni per relazioni usa e getta. Un vero guru delle emozioni, versione IKEA: tutto schematico, tutto smontabile.
Il cervello umano, forse, lo conosceva anche bene. Ma il cuore? Quello sembrava averlo lasciato in una vecchia relazione del 2009.
Aveva una collezione di storie sentimentali come certe fashion blogger hanno quella di borse: tutte belle, nessuna davvero necessaria. E una teoria infallibile: Stiamo insieme, poi io ti lascio, tu soffri, mi odi, mi dimentichi. Una catena di montaggio del distacco. Peccato che io non ho trovato l’ingresso a questa catena.
A me non è mai successo. Non ho una sfilza di ex da elencare come trofei. E forse, come diceva lui con aria da saggio zen: “Devi fare esperienza.” Peccato che io ho quasi mezza età. Come lui. Ma lui evidentemente si sente ancora in “fase tirocinio affettivo”.
Se crescere significa collezionare una decina di relazioni fallimentari, mi spiace: non mi interessaaccumulare bollini per vincere il peluche dell’illuminazione.
Eppure, oggi posso dirlo: non lo odio. Non ci riesco. Non è una parte che mi viene naturale recitare. Quello che mi viene naturale, invece, è provare dolore. Dolore vero, nudo, senza filtri. Dolore misto a incredulità. Come se mi fossi svegliata su un pianeta sbagliato. Uno che non è la Terra. Uno che non ha nemmeno l’opzione “torna a casa”.
E lì, proprio lì, ho capito che davanti al dolore ci sono solo due scelte:
Cadere nella disperazione e lasciarlo vincere.
O Usarlo.
Sì, usarlo. Perché quando ti si spezzano le viscere e ti ritrovi col cuore in mano, e non è una metafora, ti viene spontaneo chiederti: Che diavolo me ne faccio adesso di tutta questa sofferenza? E l’unica risposta sensata che mi è venuta è stata: la uso.
Uso il dolore per scrivere. Per danzare dentro i miei pensieri. Per fare l’unica cosa che può riportarmi a galla: esplorarmi.
E così ho iniziato il mio personale viaggio dantesco. Senza Virgilio, senza guida turistica. Ma l’Inferno l’ho trovato. Altroché. Ho iniziato da lì. Dal buio. Dal fondo.
Il cammino sarà lungo, e spesso mi sembra di avere le scarpe sbagliate per affrontarlo, ma l’importante è iniziare a camminare.
Ho preso tutte le mie parti interiori, quelle in lacrime, quelle arrabbiate, quelle che avevano solo voglia di sparire, e le ho messe attorno a un tavolo. Sedetevi, ho detto. Parlate. E ho ascoltato. Una per una. Senza zittire nessuno. Ho fatto da psicologa, da madre, da giudice imparziale. Non sapevo neanche di avere tutte quelle voci dentro di me. Siamo un esercito. Piccolo, ma rumoroso.
E lì ho capito che siamo tutti dotati di risorse straordinarie. Siamo come macchine con mille optional. Solo che a volte nessuno ci insegna a usarli. Li abbiamo chiusi in qualche stanza interiore con l’etichetta “da sistemare”. Eppure, sono lì. Pronti. Intatti.
La sofferenza, a ben guardarla, arriva proprio per questo: per svegliarci. Non per distruggerci. Ma per bussare forte. A volte con la gentilezza di un pugno.
Ma non sveglia tutti. Dipende da come scegliamo di rispondere. Possiamo usarla per inaridire il cuore, chiuderlo, irrigidirlo. Oppure possiamo lasciarla fiorire, trasformarla in qualcosa di nuovo. Lui, evidentemente, ha scelto la prima strada.
E sì, se avessi potuto scegliere il Paese dei Balocchi, lo avrei fatto. Senza esitazione. Avrei firmato. Avrei chiesto pure il Wi-Fi.
Ma siamo qui. Sul pianeta Terra. Nel caos, nel dolore, nel disordine magnifico delle nostre emozioni.
E allora, cosa possiamo fare? Scegliere.
Io non ho grandi verità universali da offrire. Non conosco la mappa del destino, né i segreti del subconscio. Ma conosco me stessa, un pochino. E so che ogni volta che ho trasformato il dolore in qualcosa, un gesto, un testo, una risata, ho fatto un passo fuori dall’Inferno.
Create. Cantate. Ballate.
Prendete quel dolore, ascoltatelo, ascoltatevi. E fatene benzina. Non per dimenticare. Ma per ricordare chi siete.
Non so se questo vi salverà dal soffrire. Ma so che ci sono delle strade. Strade che portano avanti, altrove, o semplicemente più vicino a voi stesse.
E a volte, è tutto ciò che serve.
Con amore, Elena
Morale della favola? Il dolore non si evita, il vino finisce, e le valigie a volte se le portano davvero via. Ma restare con sé stesse, anche solo per una notte, può essere l’inizio di una storia d’amore che non si lascia più.
The moral of the story? You can’t avoid the pain, the wine runs out, and sometimes they really do take the bags with them. But staying with yourself, even if just for one night, can be the beginning of a love story that never lets go.
Ci dicono continuamente di amarci. Di amarci prima, amarci meglio, amarci sempre.
L’amore per se stesse è diventato una specie di must, una parola d’ordine da ripetere come un mantra davanti allo specchio, tra un sorso di centrifuga verde e una maschera detox.
Ce lo insegnano i libri, i podcast, le storie su Instagram che si alternano a foto di gatti, tramonti e frasi motivate su uno sfondo beige.
“Ama te stessa.” “Sei abbastanza.” “Nessuno può darti ciò che non ti dai da sola.”
E allora ci proviamo. Amati profondamente. Amati prima di amare gli altri. Come brave allieve della nuova scuola del benessere emotivo.
Amati mentre lavi i piatti, mentre fai yoga con le braccia tremanti, mentre ascolti podcast di donne che si sono ritrovate dentro un ritiro spirituale in Toscana.
E ok, ci sto. Sul serio. Ma a volte, anche con tutta la mia buona volontà, anche dopo essermi fatta lo scrub corpo e aver ripetuto “self-love is my birthright” per tre minuti davanti allo specchio
mi viene solo da guardare la luna e chiedermi: “C’è qualcuno, da qualche parte, che mi sta pensando con amore?”
E non intendo pensare tipo “Sarà viva?”, ma proprio con amore. Quel pensiero che ti fa sentire meno sola anche se sei sul divano con una coperta e Netflix che ti chiede per la terza volta se stai ancora guardando.
Facciamo yoga, ascoltiamo playlist che si chiamano “self love vibes”, ci regaliamo giornate detox con la scritta “me time” evidenziata sul calendario.
A volte ci concediamo quei piccoli rituali che sembrano scritti in una sceneggiatura romantica: un bagno caldo con sali rosa dell’Himalaya, l’incenso al sandalo acceso con la cura di un rito giapponese, jazz francese in sottofondo, luce soffusa e il telefono lontano, lontanissimo.
Eppure, anche in quel momento perfetto, in quell’istantanea da rivista, può arrivare la fitta.
Quella fessura nell’anima che ci ricorda che sì, è bello amarci, ma è anche bello — immensamente bello — sapere che qualcuno, da qualche parte, ci sta pensando.
Magari non lo ammettiamo. Magari lo nascondiamo sotto pile di mindfulness, meditazione, obiettivi di carriera e solitudini ben organizzate.
Ma la verità è che, sotto tutto, in fondo al fondo, resta quel desiderio antico: sentirci amati.
Non necessariamente da un partner, ma da qualcuno. Sentire che siamo nella testa e nel cuore di qualcun altro. Che siamo abbastanza importanti da occupare uno spazio in una giornata. Che ci sia qualcuno che guarda la luna nello stesso momento e, anche solo per un attimo, pensa: “Chissà come sta.”
E in quel pensiero ci sentiamo più forti. Più leggere. Più vive.
Perché amarsi è bellissimo, ma sapere che qualcuno, da qualche parte, ti ha pensata… beh, quella roba lì ti rianima anche il cuore più chiuso. Ti rimette in moto.
Come girelle impazzite al primo colpo di vento, vorticose e colorate, con l’energia esplosiva di chi si sente visto, scelto, considerato.
Abbiamo provato a sostituire questo bisogno con mille attività.
C’è chi si butta a capofitto nel lavoro, chi diventa la regina degli hobby creativi, chi si allena compulsivamente, chi cura le piante come fossero neonati.
Altri si rifugiano nei figli, amandoli con una dedizione così totale da dimenticare perfino di passarsi il filo interdentale prima di dormire.
Altri ancora riversano tutto l’amore possibile sugli animali, parlando con il cane: “Giornata lunga anche per te, eh?” Che poverino ci guarda mentre gli spieghiamo i nostri traumi familiari e noi lo umanizziamo così tanto da chiedergli se anche lui si sente trascurato.
Cerchiamo sbocchi, direzioni, contenitori dove versare l’amore che ci esplode dentro. Perché sì, ne abbiamo tanto. Ne abbiamo da vendere. Abbiamo così tanto amore dentro che non sappiamo dove metterlo.
Un altro aspetto di cui nessuno parla abbastanza: quanto amore abbiamo dentro da dare.
Siamo pieni. Colmi. Strabordanti.
E quando non troviamo dove metterlo, quell’amore cerca una via d’uscita.
Allora lo diamo ai figli. Li sommergiamo di attenzioni, affetto, zucchero e ansie. Oppure lo diamo ai nostri animali domestici, umanizzandoli fino all’esaurimento: parliamo con loro, chiediamo consigli, pretendiamo empatia.
Altri lo versano nel lavoro, con dedizione e fuoco, sperando che il successo restituisca almeno un po’ di calore.
E poi ci sono quelli che amano a caso. A tentoni. Che buttano amore nel mondo sperando che qualcosa torni indietro. Anche solo un messaggio, una canzone, uno sguardo.
Perché non ce la facciamo a tenere tutto dentro. L’amore è una valigia senza chiusura. La portiamo sempre dietro strapiena di sentimenti: rossa, scomoda, traboccante, con la zip che cede, e ogni tanto ci scappa qualcosa fuori: una lacrima, un pensiero, un bisogno.
E mi sono chiesta: ma non sarà che il vero atto d’amore è lasciarsi amare?
Fidarsi. Aprirsi. Dire “ok, entra pure”, anche con tutte le paure del caso.
Forse l’amor proprio è solo il punto di partenza. Serve. È fondamentale. È la base.
Ma il salto, quello che ti fa sentire viva, piena, intera, succede quando capisci che puoi essere amata davvero. Senza performance. Senza filtri. Solo perché sei tu. Esattamente così.
E allora ho pensato che forse non dobbiamo per forza bastarci. Che non è un fallimento sentire il bisogno di qualcuno. Che non è una debolezza chiedere di essere amati.
Magari è solo umanità.
Abbiamo riversato fiumi di emozioni nei libri, nei film, nella musica.
Abbiamo scritto romanzi, saggi, poesie, diari segreti, lettere d’amore mai spedite.
Platone ci ha raccontato, nel Simposio, che siamo anime divise, e che amiamo per ricomporci. Freud ci ha spiegato che l’amore nasce dalla mancanza. Erich Fromm, in L’arte di amare, ci ha insegnato che l’amore è un atto di volontà, non un colpo di fortuna. E bell hooks ha scritto che l’amore non è un sentimento: è un’azione. Un impegno.
Abbiamo letto tutto. Abbiamo sottolineato. Abbiamo anche fatto i compiti a casa.
Eppure eccoci qui. Davanti alla luna, ancora con quella domanda in sospeso sulle labbra.
Perché il punto è questo: sentirsi amati è una rivoluzione silenziosa.
Da Platone a Fromm, da Sartre a bell hooks, l’amore è sempre stato indagato, sezionato, messo sotto la lente.
È desiderio. È mancanza. È fusione. È rispecchiamento. È abisso e salvezza. È il nostro specchio più feroce.
Eppure non ci stanchiamo mai di raccontarlo.
Il cinema, poi, ci ha cresciute a colpi di baci sotto la pioggia e messaggi scritti a mano. Ci ha fatto piangere con Titanic, sperare con Notting Hill, illuderci con La La Land, sognare con Before Sunrise, ridere con Harry ti presento Sally.
L’amore è ovunque, ci dicono. Ed è vero.
È nei piccoli gesti. Nei silenzi che parlano. Nelle attese.
È in quella lettera che arriva dopo mesi, che leggiamo sedute sul letto con il cuore che batte come quello di una ragazzina al suo primo appuntamento.
È in un buongiorno ricevuto mentre si è in pigiama e con i capelli disordinati, eppure si sente di avere qualcosa da offrire al mondo.
Ma poi, quando ci fermiamo, davvero, e torniamo dentro di noi, ci accorgiamo che, nonostante tutta la letteratura, tutta la filosofia, tutta la psicologia, una sola domanda resta intatta nel cuore: c’è qualcuno che mi ama?
Non nel senso romantico da film smielato, ma in quel modo radicale in cui qualcuno ci vede davvero, ci sente, ci considera.
Perché è in quel momento che ci sentiamo parte. Che ci sentiamo al centro di qualcosa, anche solo per pochi istanti.
E quei pochi istanti bastano a farci girare, vibrare, vivere.
Ho conosciuto persone che hanno trasformato la loro assenza d’amore in carburante. Hanno fatto carriera. Hanno creato imperi. Hanno decorato le loro case con una cura maniacale, come se potessero trasformare il vuoto in bellezza.
Eppure bastava poco per farli crollare: un silenzio, una porta chiusa, una sera in cui nessuno chiedeva “Come stai davvero?”.
Non sono un’ esperta d’amore. E di certo non sono la persona giusta per dispensare consigli relazionali.
La mia vita sentimentale ha più disastri della filmografia di Woody Allen, eppure qualcosa l’ho capito.
Quando qualcuno ci ama, davvero, qualcosa in noi si riaccende.
E se quell’amore viene a mancare, si spegne una luce.
Forse non del tutto. Ma quel piccolo interruttore in fondo allo stomaco, quello che ci fa brillare, si offusca.
La vita continua, certo. Ma ha meno sapore.
È come mangiare pasta in bianco quando sai che in frigo c’era il ragù.
Basta una persona. Una sola, che ci veda, ci pensi, ci scelga.
Ci possiamo riempire di incensi, di sali, di libri e di frasi ispirate, ma il cuore chiede una sola cosa: essere riconosciuto.
Visto. Amato. Anche solo per un attimo.
Perché quando qualcuno ci ama, anche il bagno con le candele diventa un rito sacro, e anche la solitudine si trasforma in spazio sacro.
E allora sì, continuiamo ad amarci. Ma smettiamola di farlo con la pretesa che ci basti per sempre.
Perché forse, l’amor proprio non è altro che prepararsi bene, con oli, incensi e musica dolce, per essere pronti, quando l’amore vero bussa.