Quando l’inconscio è più lucido, più divertente e decisamente più selettivo della vita sentimentale

Ci sono donne che scrivono un diario.
Ci sono donne che fanno yoga.
Ci sono donne che riescono persino a “lasciare andare”.
E poi ci sono io, che vengo aggiornata direttamente dall’inconscio con una regia surreale, simboli neanche troppo discreti e una quantità di verità che, francamente, a volte trovo un po’ invadente.
Ultimamente i miei sogni sembrano avere tutti lo stesso tema di fondo: no, non mi manca lui. Mi manca semmai la versione di me che non doveva continuamente sopravvivere a qualcuno.
Che poi è diverso.
Molto diverso.
Per esempio, ho sognato un acquario.
Non un acquario qualunque: proprio quello che non ho restituito a un ex. Non per nostalgia. Non per attaccamento. Ma perché a un certo punto mi ero stancata di essere il deposito delle sue cose, del suo passaggio, della sua presenza comoda e della sua freddezza glaciale. Lui ha portato via tutto con una delicatezza emotiva paragonabile a un trasloco funebre. L’acquario è rimasto. Fine.
Nel sogno lo aprivo per pulirlo. Già questo basterebbe.
Perché ci sono cose che non butti, ma prima o poi devi pulire.
Non per salvare loro. Per smettere di respirarle tu.
A un certo punto mi giro e dentro c’è il gatto della vicina che nuota nell’acquario per prendersi i pesci. Scena che, se non fosse mia, definirei pure elegante: il predatore che entra nel tuo spazio intimo convinto che tutto ciò che è vivo gli appartenga.
E invece no.
I pesci erano tranquilli. Uno viene preso con la zampa, e lì succede la sola cosa sensata che dovrebbe accadere a certe dinamiche affettive: il pesce diventa farfalla e vola via.
Che sarebbe una maniera molto poetica per dire: prova pure a mettere le mani dove non dovresti, ma la parte più viva di me non la prendi. Al massimo la costringi a cambiare forma.
La cosa interessante è che poi il gatto l’ho tolto io.
Perché va bene l’analisi, il simbolo, il mistero del profondo, ma a una certa anche l’anima più sofisticata dice semplicemente:
“fuori dai c***lioni”
E dopo arrivano due farfalle. Grandi, quasi quanto la mia mano. Vive, ma non frizzanti. Non quelle farfalline isteriche da pubblicità del risveglio interiore. No. Vive, presenti, ma prudenti. Come certe parti di noi quando tornano dopo essere state trattate male: non fanno festa, prima controllano se l’ambiente è sicuro.
Il giorno dopo c’è stato il sogno di Alessandro Del Piero.
Che già scritto così sembra una punizione per chi crede nei sogni letterali, ma il punto non era lui come icona. Era lui come esperienza finalmente decente. E poi diciamolo: io Del Piero non lo pensavo dal 1996. Per trent’anni, il nulla. Il che rende il tutto ancora più offensivamente simbolico.
Passeggiavamo nel mio paese d’origine. Non a Parigi, non su uno yacht, non in qualche scenario ridicolo da fantasia riparativa con budget Netflix. Nel mio paese. Nelle mie strade. E lui parlava con me di qualcosa che gli avevo mandato. Se lo ricordava. Aveva dato importanza a un mio gesto.
Capite il livello di fantascienza emotiva?
Non il calciatore famoso.
Un uomo che si ricorda.
Un uomo che attribuisce valore.
Un uomo che è gentile senza avere la faccia da santino del narcisismo rieducato.
Un uomo riconosciuto da tutti, ma che con me non performa il proprio valore: lo incarna, e basta.
Io nel sogno ero felice, ma non perché lui fosse chi era. E questa, secondo me, è la parte più impietosa. Perché il sogno era chiarissimo: non voglio essere scelta da un uomo importante. Voglio essere trattata con importanza da un uomo capace di umanità.
Che è molto meno glamour da dire alle amiche, ma molto più utile per non rovinarsi la vita.
L’ultimo sogno, qualche notte dopo, aveva proprio l’eleganza perversa che solo l’inconscio quando è in forma sa permettersi.
Io ero debole. Un uomo bellissimo, con una macchina costosa, mi caricava e mi portava in una specie di ospedale. Poco dialogo, molto messaggio: lui c’era per me.
Lì dovevano farmi una flebo che sembrava succo di frutta.
Già meraviglioso: invece della solita retorica del “devi guarire”, il mio inconscio proponeva un restauro più realistico. Zuccheri, vitamine e supporto vitale.
Però la sacca non veniva collegata. E io pensavo: meglio così, perché devo andare, devo raggiungere un posto, non posso stare qui attaccata.
Che poi è la biografia emotiva di moltissime donne adulte: sto male, sì, ma con efficienza.
Allora facevo una cosa che non si dovrebbe fare: caricavo bene la sacca e cercavo di berla direttamente dal tubicino, così da nutrirmi da sola e continuare a camminare. Geniale. Indipendente. Ottimizzata. Peccato che insieme al liquido uscissero una quantità di micro-aghi.
Che è forse una delle immagini più precise che io abbia mai sognato: certe volte cerchiamo di prenderci da sole perfino ciò che ci servirebbe ricevere davvero, e nel farlo finiamo per ingerire insieme al nutrimento anche tutte le micro-ferite del sistema.
Volevo la cura, ma senza dipendere.
Volevo il sostegno, ma senza rallentare.
Volevo rimettermi in piedi, ma senza passare dal fatto, umiliante per il nostro ego performante, che a volte si guarisce anche lasciandosi aiutare.
Poi nel sogno arriva un’altra figura maschile. Mi abbraccia. Mi sento al sicuro, più forte, quasi ricaricata. C’è anche una tensione fisica, un gioco, un richiamo del corpo. E quando provo appena a sottrarmi, lui mi riporta dolcemente tra le sue braccia.
E lì ho pensato una cosa molto semplice:
forse il vero scandalo non è aver desiderato uomini sbagliati.
Forse il vero scandalo è quanto ci sembri ancora rivoluzionario immaginare una presenza che non invada, non sparisca, non usi, non raffreddi, ma resti.
Alla fine questi sogni, uno dietro l’altro, non mi stanno parlando di uomini in senso stretto. Mi stanno parlando di standard. Di confini. Di fame. Di quella parte di noi che, anche dopo essere stata ferita, conserva un gusto offensivo per la tenerezza vera.
L’acquario mi dice che non devo più ospitare ciò che mi svuota.
Le farfalle mi dicono che la parte viva, se protetta, cambia forma ma non muore.
Del Piero mi dice che essere viste con gentilezza non è un lusso da VIP: è igiene psichica.
La flebo mi dice che no, non tutto può essere risolto trasformando la cura in autosomministrazione ad alte prestazioni.
E soprattutto, tutti insieme, questi sogni mi dicono una cosa che da sveglia ogni tanto dimentico:
non mi manca lui. Mi manca la parte di me che, per sopravvivere, ho dovuto lasciare indietro.
La buona notizia è che certe parti tornano.
Non sempre allegre. Non sempre spettacolari.
A volte arrivano come due farfalle un po’ stanche e si appoggiano sulla mano come per vedere se finalmente hanno trovato un posto dove non devono difendersi.
E onestamente, dopo certi uomini, anche questo mi sembra già un inizio di lusso.
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