Relazione tossica e amore per sé stesse: quello che resta quando smetti di farti male

Ieri sera ho fatto una cosa che, in genere, una donna sana di mente non dovrebbe fare: ho riguardato le foto vecchie.

Quelle di prima.

Quelle di quando sorridevo con una naturalezza che oggi mi commuove quasi più di quanto mi convinca. Quelle in cui sembravo dentro una storia, mentre adesso, a guardarle bene, mi viene da pensare che più che dentro una storia fossi dentro una lunga trattativa con la realtà. Una di quelle trattative in cui continui a concedere proroghe a qualcosa che, in fondo, era già scaduto da un pezzo.

Le guardavo e sapevo benissimo che ero io. Non ho avuto quel tipo di straniamento cinematografico da dire “oddio, chi è questa”. No. Lo sapevo. Ero io. Solo che non mi ci rivedevo più.

Ed è una sensazione strana, perché non è odio, non è disprezzo, non è nemmeno quella rabbia pulita che ogni tanto ci piacerebbe provare per mettere ordine nelle cose. È qualcosa di più ambiguo, più adulto, più difficile da nominare. Una specie di tenerezza attraversata dal lutto. Come se stessi guardando una donna che conosco benissimo, a cui voglio bene, ma che non abita più qui nello stesso modo.

A un certo punto mi sono accorta che la guardavo quasi come si guarda qualcuno a cui hai già fatto il funerale dentro di te. Non in modo tragico. Non con quelle scene da vedova in controluce che piacciono tanto ai film e un po’ meno alla vita vera. Più con quella lucidità silenziosa con cui si accetta che una versione di te abbia finito il suo lavoro.

E infatti il pensiero che mi è venuto non era “mi manchi, torna”.

Era: “ti vedo, ti riconosco, ma il tuo percorso finisce qui”.

Che poi è una frase molto elegante per dire una cosa abbastanza brutale: io non voglio più essere quella.

Non voglio più essere la donna che si faceva fare tutto quel male. Non voglio più essere quella che resisteva oltre il ragionevole, quella che chiamava profondità quello che spesso era solo caos, quella che vedeva possibilità anche dove ormai c’erano solo segnali d’allarme con le luci intermittenti. Una protezione civile interiore, praticamente, e io lì a dire: no, secondo me si può sistemare.

Quella donna aveva una qualità bellissima, ma pericolosa: sapeva restare.

Il problema è che restava anche dove, forse, avrebbe dovuto andarsene.

Restava per amore, per speranza, per ostinazione, per ferite scambiate per romanticismo, che è una delle specialità più tossiche del menù relazionale contemporaneo.

E no, quella parte lì non la rivoglio.

Non ho nessuna nostalgia dell’ingenuità che mi ha esposta, della disponibilità che mi ha svuotata, della bontà buttata nei posti sbagliati come se bastasse amare bene per non essere trattate male. Non funziona così. E a un certo punto bisogna smetterla di raccontarsi che la pazienza, la dedizione o l’amore possano trasformare chi non è disposto a guardarsi davvero.

Però.

C’è sempre un però, ed è lì che le cose diventano interessanti.

Perché se è vero che quella versione di me non la voglio più, è anche vero che non tutto di lei meritava di sparire. E questa, secondo me, è la parte più difficile da ammettere.

Di lei mi manca la leggerezza.

Mi manca quella forma di fiducia non ancora ferita fino all’osso.

Mi manca quel modo di stare nelle cose senza dover sempre tenere un pezzo di coscienza acceso a sorvegliare le uscite di emergenza.

Mi manca la capacità di credere senza dover verificare, incrociare dati, rileggere chat, analizzare incongruenze, sentire il corpo che ti avvisa e poi aprire comunque Excel emotivo per capire dove non tornano i conti. Che poi è anche stancante, diciamolo. Essere diventata lucida va benissimo. Essere diventata una specie di auditor interno dell’anima, a volte, un po’ meno.

Quello che mi manca non è la fragilità.

È la vitalità.

Non la parte di me che sopportava.

La parte di me che sognava.

E quando l’ho pensato, mi sono messa a piangere. Perché lì ho capito che il dolore non era per la donna che ero in blocco. Era per quella piccola quota di luce che viveva dentro di lei e che adesso, per forza di cose, non si presenta più così facilmente. Non perché sia sparita. Ma perché ha imparato che il mondo, a volte, entra con le scarpe sporche anche nei posti sacri.

Poi ho guardato la foto di oggi. Quella di adesso. Quella che ieri qualcuno ha commentato scrivendomi che la mia immagine lo aveva “incenerito”. E ho pensato che forse sì, è vero. Ma non per i motivi per cui di solito si dice una cosa del genere.

Non è che quella foto colpisca perché è bella.

Colpisce perché non chiede niente.

Non c’è più la donna che tende la mano per essere capita più in fretta.

Non c’è più quella che cerca di risultare rassicurante.

Non c’è più quella che spera di essere letta bene da chi non ha gli strumenti, la sensibilità o semplicemente la volontà per farlo.

C’è una faccia che non sta più trattando.

E questo, piaccia o no, si vede.

Se guardi bene, in quel viso ci sono due movimenti insieme. Da una parte sembra quasi che stia per sorridere. Dall’altra no. Da una parte c’è ancora quella che potrebbe credere nelle cose belle. Dall’altra c’è quella che ha imparato a riconoscere il pericolo anche quando si presenta con le buone maniere. Una parte è rimasta viva. L’altra ha imparato a difenderla.

Forse è questo che si vede davvero.

Non una rinascita, che detta così fa molto fenice, molto Pinterest, molto “trasforma le ferite in fiori”, e francamente abbiamo già dato. È qualcosa di meno estetico e più vero.

È quello che resta quando smetti di farti male pur di restare.

Ed è anche quello che resta quando capisci che non tutto ciò che hai perso lo hai perso perché era sbagliato. Alcune cose le perdi perché, per sopravvivere, non puoi più permetterti di tenerle così come erano. Poi magari un giorno tornano. Ma non nello stesso modo. Non nude, non ingenue, non consegnate a chiunque.

Tornano con dei confini. Tornano con una dignità nuova.

Tornano adulte.

Forse, alla fine, per molte di noi diventare donna è anche questo: smettere di voler salvare tutto. Smettere di identificarsi con la propria capacità di sopportare. Smettere di credere che amare significhi restare anche quando restare ti spegne.

A farmi male non è stata solo la violenza degli altri.

A farmi male, a un certo punto, è stato anche il modo in cui continuavo a lasciare che quella violenza ridefinisse me, il mio valore, il mio posto, il mio corpo, la mia voce.

Ed è lì che si capisce una cosa scomoda: ci sono uomini che ti insegnano a dubitare di te. Ma poi, se non stai attenta, il lavoro sporco continuano a farlo anche quando non ci sono più. Lo fai tu, al posto loro, ogni volta che ti riduci, che ti tradisci, che chiami amore la tua sparizione.

Forse Arte di Amarsi Male, alla fine, è anche questo.

Accorgersi di tutte le volte in cui non siamo state amate male soltanto dagli altri, ma anche da noi stesse. Di tutte le volte in cui abbiamo chiesto il permesso per esistere, addolcito la nostra verità per non disturbare, scambiato la fame d’amore per destino.

E allora no, il punto non è tornare quelle di prima.

Il punto è riprenderci quello che era nostro e che nessuno aveva il diritto di portarci via: la femminilità, sì, ma non quella addomesticata per piacere. Quella piena. Quella viva. Quella che non si inginocchia per essere scelta. Quella che non confonde la dolcezza con la resa. Quella che sa amare senza consegnarsi al massacro.

Il rispetto per noi stesse, a volte, non arriva come una carezza.

Arriva come una decisione.

Come un confine.

Come una porta chiusa nel punto esatto in cui, un tempo, avremmo lasciato entrare ancora.

E forse guarire comincia proprio lì:

nel momento in cui smettiamo di offrirci in sacrificio pur di non essere lasciate, e ricominciamo a guardarci come si guarda qualcosa di prezioso. Non perfetto. Non intatto. Ma prezioso sì.

Perché amare male gli altri è una disgrazia.

Ma amare male se stesse è una condanna.

E da certe condanne, prima o poi, bisogna assolutamente liberarsi.

Elena M

Commenti

Una risposta a “Relazione tossica e amore per sé stesse: quello che resta quando smetti di farti male”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Non perfetta ma intatta, è giusto volerti così.

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