Quando una donna dice no: patriarcato quotidiano, stereotipi di genere e il diritto di occupare il proprio spazio.

Ieri sono andata a vedere uno spettacolo. Uno di quegli eventi pieni di gente, con gli spalti che si riempiono piano piano, le persone che arrivano alla spicciolata, qualcuno in anticipo, qualcuno con calma, qualcuno evidentemente convinto che il tempo degli altri sia un dettaglio accessorio.
Io ero arrivata prima. C’erano ancora molti posti vuoti, quindi ne scelgo uno e mi siedo. Tempo trenta secondi e un uomo mi dice che tutti quei posti sono occupati.
Mi guardo intorno, vedo file intere ancora libere, sedie senza giacche, senza borse, senza corpi, senza anime, e gli chiedo: «E dove sono queste persone?».
Lui mi risponde con la naturalezza di chi non sta spiegando una prepotenza, ma una legge universale: «Sono a casa. Arriveranno».
In quel momento scopro che, come avevano fatto molti altri, chi era arrivato prima aveva pensato bene di occupare posti per decine di persone che avevano deciso di arrivare con calma. Una specie di colonizzazione preventiva dello spazio pubblico: tu arrivi tardi, ma il tuo posto è già in salvo, perché qualcuno ha steso idealmente la bandierina sulla sedia.
La mia natura da ribelle nata, quella che non mi ha mai permesso di stare zitta davanti a una cosa che sento ingiusta, ha preso parola prima ancora che io potessi addestrarla alla diplomazia.
«I posti si occupano personalmente».
Lui insiste: «Lo fanno tutti».
E lì, per me, si apre sempre un universo. Perché questa frase, “lo fanno tutti”, è una delle più grandi assoluzioni morali inventate dall’umanità. Come se una cosa diventasse giusta solo perché ripetuta in massa. Come se l’abitudine potesse trasformare automaticamente la scorrettezza in regola, la furbizia in diritto, la prepotenza in normalità.
Gli rispondo che una cosa non diventa moralmente corretta solo perché la fanno tutti e aggiungo, con la raffinatezza istituzionale che mi contraddistingue nei momenti migliori, che i posti si occupano con il proprio culetto.
A quel punto una signora davanti a me si gira, mi guarda e mi dice: «Lascia stare, vieni qui». Mi fa spazio accanto a lei. Un gesto piccolo, ma in quel momento gigantesco, perché mentre un uomo stava cercando di farmi sentire fuori posto, una donna mi stava letteralmente facendo posto.
L’uomo, però, non la prende bene. Si irrigidisce, si spalleggia con un amichetto seduto vicino e, sghignazzando, dice:
«È arrivato Berlinguer».
Ora, io non so se nelle sue intenzioni dovesse essere un’offesa, ma se il riferimento era a Enrico Berlinguer, uomo associato alla questione morale, al rigore, all’idea che le regole valgano anche quando conviene fare finta di niente, devo dire che come insulto poteva andargli peggio. In pratica mi stava accusando di pretendere un minimo di giustizia distributiva sugli spalti.
Grave, lo so.
E siccome la parte di me poco confezionata con il silenzio non era ancora pronta a rientrare nei ranghi, mi giro e dico:
«Che bella scenetta di patriarcato moderno».
Silenzio.
Per un attimo sembra finita lì. Lui telefona a casa e dice ai parenti di sbrigarsi, perché “qui ci si lamenta che ho occupato i posti”. Io resto seduta, guardo avanti, provo a godermi il motivo per cui ero lì e penso che forse la cosa si chiuderà così, con un piccolo fastidio e una piccola vittoria di principio.
Invece no.
Quando arriva la prima persona del suo gruppo, lui riparte. «Vieni, siediti qui, che qui dicono che i posti si occupano con il culetto».
A quel punto mi giro di nuovo e gli chiedo se riesce a smettere di prendermi in giro, perché sembra un teatrino da prima elementare.
Ed è lì che dentro di me iniziano a muoversi pensieri più grandi della scena. Perché il problema, a quel punto, non erano più i posti. Non era nemmeno la frase sul culetto, che ammetto resterà forse il mio contributo più alto alla filosofia politica degli spalti. Il problema era la reazione.
La reazione di un uomo che non tollerava di essere stato ripreso da una donna.
Ho vissuto la maggior parte della mia vita accanto a uomini che non accettavano in alcun modo di essere contraddetti da una donna. Uomini che non sopportavano le ribelli, uomini convinti che la buona educazione femminile coincidesse con il silenzio, uomini che davanti a un limite non vedevano un confine, ma un affronto personale.
E ho vissuto, come molte, dentro una società in cui una donna che fa valere un diritto sacrosanto diventa facilmente isterica, acida, esagerata, pesante. E poi, quando non si sa più come ridurla, arriva sempre quella parola antica e miserabile: zitella. Come se una donna che dice NO dovesse per forza essere spiegata attraverso una mancanza. Le manca un uomo, le manca sesso, le manca dolcezza, le manca equilibrio, le manca qualcosa. Mai che le manchi solo la voglia di farsi mettere i piedi in testa.
Non facciamo finta di non sapere di cosa parliamo.
La parola isteria viene da hystéra, utero, e per secoli il disagio, la rabbia, l’insofferenza e la voce delle donne sono stati ricondotti al loro corpo, alla loro sessualità, alla loro presunta incapacità di stare al mondo senza essere corrette, curate, contenute. C’è un’intera storia culturale che ha insegnato a patologizzare il dissenso femminile invece di ascoltarlo. Se una donna protesta, non sta segnalando un’ingiustizia: è nervosa. Se mette un limite, è frustrata. Se non sorride, è acida. Se non cede, è problematica.
E mentre pensavo a tutto questo, mi sembrava di vedere su quegli spalti una miniatura perfetta del mondo. Da una parte l’uomo che occupa spazio anche per chi non c’è, che considera normale allargarsi, prenotare, decidere, sistemare le cose secondo il proprio comodo. Dall’altra una donna che dice semplicemente: NO, questa cosa non è corretta.
E quel no diventa subito un problema.
Il punto è sempre lì.
Abbiamo cresciuto generazioni di uomini e donne dentro una cultura sbilanciata. Ai maschi abbiamo spesso insegnato che il desiderio è una spinta da seguire, che l’insistenza è determinazione, che conquistare è virile, che se una donna dice no forse bisogna solo trovare il modo giusto per farle cambiare idea. Alle femmine, invece, abbiamo insegnato la mediazione, la grazia, l’accoglienza, il non disturbare, il non esagerare, il non sembrare aggressive, il non sembrare difficili.
E poi ci stupiamo se alcune donne si scusano anche quando chiedono rispetto, mentre alcuni uomini si offendono anche quando viene chiesto loro solo di rispettare una regola.
Il NO di una donna continua a essere, per alcuni, qualcosa di insopportabile. Un no piccolo, quotidiano, apparentemente banale, può bastare a far saltare la maschera.
NO, non puoi occupare dieci posti per persone che non sono qui.
NO, non puoi prendermi in giro perché ti ho contraddetto.
NO, non devi trasformare il mio limite in una caricatura.
NO, non sono obbligata a sorridere per rendere più digeribile la tua maleducazione.
Quel NO, nella vita di certe donne, ha assunto forme molto più gravi. È diventato il no a un controllo, a una manipolazione, a un’ossessione, a una relazione che pretendeva obbedienza travestendola da amore. È il NO che alcuni uomini trasformano in vendetta, in derisione, in punizione, in silenzio punitivo, in svalutazione. E nei casi più feroci, lo sappiamo, in violenza.
Non tutte le scene sono uguali, certo. Non tutti gli uomini sono uguali, certo. Ma ogni volta che una donna viene ridicolizzata perché osa dire una cosa giusta, ogni volta che il suo limite viene trasformato in capriccio, ogni volta che il suo no viene accolto come una provocazione invece che come un confine, siamo dentro la stessa radice culturale.
Ieri, alla fine, io un posto l’ho trovato.
E non grazie a chi pretendeva di occupare spazio per assenza altrui, ma grazie a una donna che ha fatto una cosa semplice e rivoluzionaria: mi ha fatto spazio.
Forse è da lì che si riparte. Dal non lasciare sole le donne che parlano. Dal non dire sempre “lascia stare” come resa, ma dal trasformarlo in “vieni qui, siediti accanto a me”. Dal riconoscere che la libertà femminile non è fatta solo di grandi manifesti, ma anche di minuscole scene quotidiane in cui una donna decide di non ingoiare l’ennesima prepotenza per quieto vivere.
Perché il problema non erano i posti.
Il problema era il mio no.
E io, quel NO, me lo tengo stretto.
Con il mio culetto seduto dove ho diritto di stare.
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