Per anni abbiamo scambiato il caos per passione e il dubbio per profondità. Ma se l’amore vero non fosse quello che ti mette in crisi, bensì quello che ti fa sentire finalmente naturale?

Ci pensavo l’altro giorno, e già questo dovrebbe preoccuparmi, perché quando una donna dice “ci pensavo l’altro giorno” di solito non sta aprendo una riflessione: sta aprendo una crepa.
Per anni abbiamo chiesto all’amore di farci sentire che stava succedendo qualcosa di enorme. Volevamo il batticuore, certo, ma anche il dubbio, l’insonnia, la rilettura dei messaggi, il tono ambiguo, il “che avrà voluto dire?”, quel leggero dissesto psichico che, per qualche motivo, abbiamo continuato a chiamare passione. Se uno ci agitava, allora era importante. Se ci lasciava instabili, allora ci sembrava profondo. Se ci faceva sentire calme, invece, ci pareva quasi poco.
E se fosse proprio qui il grande equivoco? E se il vero amore ci sembrasse noioso solo perché ci hanno educato a riconoscere il caos molto meglio della pace?
Perché diciamocelo: il caos sa vendersi benissimo. Entra in scena, si veste meglio della serenità e si spaccia per intensità. La pace, invece, ha sempre avuto pessimo marketing. Ci è sembrata povera, quasi dimessa, come quelle scarpe molto comode che all’inizio snobbi e poi, quando cresci, capisci che erano l’unica scelta sensata.
Io, a un certo punto, ho iniziato a sospettare che non avessimo capito niente.
Forse il vero amore non è quello che ti costringe a diventare una medium, una profiler, una traduttrice simultanea del non detto maschile. Non quello che ti fa passare dal “che bello” al “oddio” nell’arco di sette minuti e mezzo, ma quello che, in sua presenza, ti toglie improvvisamente il bisogno di interpretare.
E allora la domanda mi è venuta da sola: quand’è stata l’ultima volta che mi sono sentita davvero me con qualcuno?
Me, nel senso più semplice e più raro del termine. Non versione skincare e bicarbonato dell’anima, ma me perché non devo recitare, non devo trovare la versione più brillante, più seducente, più intelligente o più trattenuta per restare desiderabile. Me perché, per una volta, non sto cercando di piacere: sto solo esistendo.
E il problema vero è che quando questa cosa succede, all’inizio quasi non ci credi. Ti viene spontaneo pensare: tutto qui? Davvero l’amore potrebbe avere più a che fare con il sollievo che con l’allarme? Potrebbe essere che il cuore, invece di impazzire, a volte semplicemente si riconosca?
Perché ci sono persone con cui il mondo non sparisce, ma si abbassa. Le vite restano complicate, le rotture di scatole pure, i contesti fanno comunque il loro sporco lavoro, ma il rumore cala. E restate lì. Tu e lui. Senza maschere, senza performance, senza quella stanchezza sottile del dover essere sempre all’altezza di qualcosa. E quando succede, non pensi: oddio, che mi sta succedendo. Pensi quasi il contrario. Pensi: ah, ecco, era questo.
Lo dico perché a volte certe intese si vedono anche da fuori. Non sai come, ma si vedono. Un tavolo qualsiasi diventa improvvisamente il più bello della serata e tu capisci che, purtroppo, il mondo ogni tanto nota cose che avresti preferito tenere più discrete.
Poi naturalmente non basta. Non basta sentirsi se stesse per sapere già tutto, non basta stare bene per trasformare una cosa vera in una cosa facile, non basta la complicità per risolvere i tempi storti, le vite già avviate, i nodi irrisolti, le strutture mancanti. Io non sto dicendo questo. Sto dicendo una cosa più scomoda: che una donna, quando incontra qualcuno con cui non sente il bisogno di controllarsi, se ne accorge.
E da quel momento in poi non riesce più a fare finta di non conoscere la differenza.
Perché sì, il quotidiano è un’altra faccenda: la pasta, i ritardi, il lavoro, la stanchezza, i caratteri nei giorni brutti, il dentifricio, le scarpe in mezzo. Tutto vero. Ma prima di tutto questo c’è una domanda più nuda: accanto a questa persona mi sento più me o meno me?
E se la risposta, per una volta, fosse: mi sento semplicemente me?
Forse è questo che ci manda in crisi. Non il disordine, ma il suo contrario. Forse il vero amore non ci sembra noioso perché sia tiepido, ma perché non assomiglia abbastanza al casino che abbiamo sempre chiamato passione. Forse l’amore vero, prima di essere epico, è semplice.
E siccome noi alla semplicità abbiamo sempre preferito il teatro, ci ritroviamo adulte, sveglie e pure discretamente intelligenti, a scoprire con un certo imbarazzo che la serenità non era noia. Era solo una lingua che non parlavamo più.
Io una risposta definitiva non ce l’ho. Però una cosa la so. Ci sono persone con cui non devo diventare niente: non più bella, non più leggera, non più brava, non più saggia, non più accomodante, non più misteriosa. Posso solo esserci. E in un mondo che ti chiede continuamente di migliorarti per meritarti un posto, questa non è una sensazione banale. È quasi una forma di salvezza.
Forse, alla fine, l’amore vero non è quello che ti lascia con mille domande. Forse è quello che te ne lascia una sola, molto più onesta e molto più pericolosa: ma com’è possibile che io abbia chiamato amore tutto il resto?
Elena M
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