Quattro euro e una briochina: istruzioni per essere libere

Libertà. Una parola grande, ma a volte basta una briochina e quattro euro per sentirla vicina.

Oggi ho incontrato una donna che per la burocrazia resta una mia utente, ma per la vita è diventata un’amica. Stavamo parlando delle sue solite fatiche e, puntuale come una tassa, è arrivato il tema dei soldi.

Per lei il denaro è una sorta di meteorologia emotiva: “Quando tornerò a lavorare non avrò più problemi. Non salterò più una bolletta. Non vivrò più con questa paura di non farcela.”

È un pensiero che capisco, ma che conosco benissimo: l’idea che la libertà arriverà quando la vita fuori sarà finalmente in ordine.

Un piccolo inganno della psiche, raffinato quanto inutile.

Per sdrammatizzare, e forse anche per farle vedere la crepa nel ragionamento, le ho raccontato la mia:

“Guarda che i problemi non scadono quando arriva la busta paga. Questo mese ho sbagliato i conti… e mi sono ritrovata con quattro euro sul conto. Quattro. Non quaranta, quattro! Stasera la mia cena è una briochina.”

Una di quelle briochine che, quando la scarti, ti chiedi se sia lei ad essere piccola o sei tu ad avere troppe aspettative.

Non lo racconto per fare tragedie gastronomiche, né per fare filosofia col portafoglio.

Anzi, il contrario: era per farle capire che anche quando sei libera, la vita non smette di essere imperfetta.

La differenza è che non dipendi più dal fuori per respirare.

È quella libertà sottile: sapere che te la cavi comunque, che il mondo non ti crolla addosso se il conto è leggero, che non serve aspettare che tutto sia perfetto per fare il primo passo.

Perché, alla fine, non era una conversazione sui soldi. Era una conversazione sulle scuse. Sulle microscopiche barriere che costruiamo per non muoverci: “Non lavoro”, “Non sono autonoma”, “Non posso finché non ho abbastanza”, “Non ce la faccio”.

Piccoli altari su cui sacrifichiamo la possibilità del cambiamento. E lo capisco, perché tutte, prima o poi, ci siamo sedute lì: in quel limbo familiare, fatto di paure travestite da logica, di comodità travestite da impossibilità.

Il punto è smettere di aspettare il momento ideale e riconoscere che possiamo fare oggi ciò che vogliamo davvero fare. Quel primo passo minuscolo, ridicolo, che però sposta l’asse interno più di qualsiasi miracolo esterno.

Abbiamo riso, molto. Ho tirato fuori il sacchetto con la mia briochina, ci siamo guardate con gli occhi lucidi dalle risate.

Poi le ho chiesto:

“Qual è la cosa che desideri davvero per te stessa?”

Ci ha messo un attimo a rispondere:

“La libertà.”

Ecco. Lì c’è tutto.

La libertà non arriva quando avrai abbastanza. Arriva quando smetti di raccontarti che senza quel ‘abbastanza’ non puoi cominciare.

Lei questo movimento lo sta facendo, piano, come succede quando la verità arriva bussando invece che sfondando la porta. E forse la sua libertà inizia proprio così: da un piccolo scarto interno, quasi impercettibile, ma decisivo. Da quell’istante in cui ti accorgi che la scelta può iniziare oggi, anche con quattro euro, anche con una briochina, anche con un filo di paura.

E che non c’è nulla di meno libero che aspettare di non averne più.


La libertà non arriva quando tutto è perfetto. Non arriva quando i conti tornano, quando le scuse finiscono o quando il mondo sembra finalmente allineato… pianeti, costellazioni, unicorni e tutto il resto. Arriva quando smetti di raccontarti storie e decidi di fare quel piccolo passo, anche se fa paura. Arriva quando capisci che l’unica persona di cui puoi davvero fidarti sei tu… e che aspettare il momento perfetto è solo un modo elegante per restare ferma a guardare il cielo sperando che gli astri si mettano d’accordo.

Arriva quando smetti di aspettare e decidi che oggi, imperfetta, ridicola o disastrosa che sia, sei tu a guidare lo spettacolo.

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