
Questa sera dovevo semplicemente andare a trovare un’amica, senza missioni esistenziali, rivelazioni spirituali o intenzioni particolari di cambiare il mondo.
Ero uscita di casa come si esce tante volte, senza aspettarsi nulla di speciale, e invece la vita, ogni tanto, ha il vizio di sorprenderti proprio quando abbassi la guardia.
Mi sono ritrovata a un evento, Rosso Italia, circondata da donne, storie, volti ed energia. Tra loro c’era anche Jo Squillo e, soprattutto, c’era l’associazione Wall of Dolls.
Se me lo avessero detto qualche anno fa probabilmente mi sarei concentrata sul personaggio famoso, mentre oggi no, perché la cosa che mi porto a casa non è una fotografia, non è un autografo e non è il racconto di aver incontrato una persona nota, ma sono gli sguardi.
Ho preso coraggio e mi sono avvicinata, e per chi mi conosce davvero sa che non è una cosa scontata. Posso scrivere articoli lunghi chilometri, affrontare montagne di documenti, discutere con enti pubblici e burocrazie varie, ma quando si tratta di espormi davvero, di raccontare una parte di me, il coraggio non sempre arriva senza essere invitato.
Eppure questa sera è arrivato.
Ho raccontato la mia storia, ho raccontato la violenza, non tutti i dettagli, perché non serve. Chi certe cose le ha attraversate sa che esistono parole che spiegano e parole che ricordano, e a volte ricordare fa ancora male.
Mentre parlavo osservavo i loro occhi e lì è successo qualcosa.
Non ho trovato pietà, non ho trovato curiosità, non ho trovato quella strana attenzione che a volte le persone riservano alle tragedie altrui come se fossero documentari da guardare a distanza di sicurezza, ma ho trovato riconoscimento.
Ho trovato amore, mi sono sentita vista, ed è stato potente. Forse la parte più potente della serata è stata proprio questa: non dover spiegare tutto, non dover dimostrare nulla, non dover rendere il mio dolore credibile. Era lì, e qualcuno lo ha visto.
Ho trovato donne che sapevano, donne che conoscevano quel dolore, donne che avevano deciso di non voltarsi dall’altra parte.
Per un momento mi sono sentita parte di qualcosa che non era solo un’associazione e non era solo un evento, ma una forma di sorellanza.
Una parola che spesso viene usata troppo e capita troppo poco, perché la sorellanza non è essere tutte uguali, ma guardarsi e riconoscere le ferite senza doverle esibire, sapere che alcune battaglie non appartengono solo a chi le combatte e capire che la voce di una donna può aiutare un’altra donna a ritrovare la propria.
Questa sera ho conosciuto il lavoro che Wall of Dolls porta avanti ogni giorno e ho pensato a quanto sia necessario, perché la violenza non vive solo nei fatti, ma anche nel silenzio, nella vergogna, nella paura di non essere credute, nell’abitudine collettiva a minimizzare, nelle frasi che iniziano con “forse hai capito male”, nei “non sarà stato così grave”, nei “ormai è passato”.
No, non è passato finché una persona porta ancora dentro il peso di quello che ha vissuto.
Eppure questa sera non voglio scrivere solo del dolore, voglio scrivere della speranza, perché negli occhi di quelle donne ho visto qualcosa che negli ultimi anni avevo quasi dimenticato:
la possibilità di trasformare una ferita in una presenza per qualcun altro.
Voglio ringraziare Jo Squillo, Wall of Dolls e tutte le donne che dedicano tempo, energia e cuore a questo lavoro spesso invisibile.
Wall of Dolls è una di quelle realtà che andrebbero conosciute non solo quando la cronaca ci costringe a parlare di violenza, ma molto prima, quando possiamo ancora educarci al rispetto, all’ascolto e a una cultura capace di non voltarsi dall’altra parte.
Voglio ringraziare anche gli uomini che hanno scelto di esserci, quelli che non si sentono minacciati dal cambiamento, quelli che non confondono la forza con il dominio e quelli che hanno capito che il rispetto non toglie nulla a nessuno, ma restituisce dignità a tutti.
Perché questa non è una guerra tra donne e uomini, è una responsabilità collettiva, la responsabilità di costruire una cultura diversa, che insegni il rispetto prima del possesso, l’ascolto prima del giudizio e l’amore prima del controllo.
Forse è anche per questo che esiste Arte di Amarsi Male, perché dietro ogni storia di dolore, ogni relazione storta, ogni ferita che ci portiamo addosso, c’è sempre la stessa domanda:
possiamo imparare ad amarci meglio?
Questa sera, guardando negli occhi quelle donne, ho pensato che la risposta esiste e non passa attraverso la perfezione, ma passa attraverso il coraggio di vedere il dolore senza negarlo, di dare voce a ciò che ci ha feriti senza vergognarcene e di scegliere, ogni giorno, il rispetto al posto del dominio, l’ascolto al posto del giudizio e la cura al posto dell’indifferenza.
Forse imparare ad amarsi bene non riguarda soltanto il rapporto che abbiamo con noi stessi, forse riguarda anche il modo in cui impariamo a guardare gli altri, perché una cultura più umana nasce esattamente da lì:
dalla capacità di riconoscere la dignità di una persona, la sua storia e le sue ferite, senza usarle contro di lei.
E se c’è una cosa che questa sera mi porto a casa è proprio questa:
abbiamo tutti bisogno di imparare ad amarci meglio, noi stessi e gli altri.
Elena M
Rispondi