
Esco dal bar, il mio solito caffè americano da asporto in mano, quello che mi illudo mi renda più americana e meno immersa nel folklore urbano italiano. Apro la macchina, salgo, accendo, mi immetto nella stradina stretta, una via a senso unico dove il massimo brivido dovrebbe essere evitare i bidoni della differenziata.
Poi, dal nulla, dietro di me compare lui: il ciclista agonistico della domenica, ma in versione mercoledì mattina. Circa 60 anni…o su o giù di lì. Tenuta tecnica, sguardo fiammeggiante, VO₂ max probabilmente più alto del suo quoziente empatico.
Non parla: spruzza testosterone acustico.
“Non sai guidare!”
“Alle donne andrebbe tolta la patente!”
“Le donne non capiscono niente!”
Interessante come certi uomini riescano a produrre più fiato per insultare che per pedalare.
Io procedo a trenta, perché quello è il limite, e soprattutto perché non sono candidata al Giro d’Italia, ma lui si agita come se stessi sabotando la sua carriera olimpica immaginaria. Sorpassa invadendo tutta la carreggiata, già stretta, e a quel punto abbasso il finestrino e gli regalo un elegantissimo, lucidissimo:
«Buongiorno a lei.»
Che, in linguaggio urbano, è l’equivalente di srotolare un tappeto rosso e invitarlo a inciampare da solo.
Lui esplode.
Mi urla che ho comprato la patente. Che devo “togliermi di mezzo”.
Io, con la calma zen di chi ha visto già abbastanza uomini del genere per tre vite, rispondo:
«Cafone.»
E lì si apre il reparto insulti a tema ginecologico, quelli che certi uomini microscopici tirano fuori quando finiscono il vocabolario:
“Puttan*!” “Troi*!”
Tutto questo mentre pedala al centro della strada, convinto che la sua virilità sia un mezzo di trasporto prioritario.
E mi ritrovo a pensare:
secondo lui avrei dovuto… cosa?
Evaporare?
Sparire nel nulla come un miraggio femminile fuori posto nella sua corsia immaginaria?
Teletrasportarmi dietro a un lampione per lasciargli strada alla sua bici costosa e alla sua frustrazione emancipata?
Ma mentre si allontanava sbraitando, ho avuto un pensiero molto semplice:
quanti uomini pedalano sopra il patriarcato senza neanche accorgersene, convinti che sia solo asfalto?
Perché in Italia basta un mercoledì, un caffè da asporto e una strada a senso unico per ricordarti che il sessismo non è un concetto astratto: è un ciclista che ti urla contro, sicuro di avere ragione perché sei donna.
E mentre lui spariva, ho sorriso.
Amaro, certo. Cinico, ovvio. Ma pur sempre un sorriso.
Perché alla fine, essere donna significa due cose:
schivare i colpi e avere abbastanza ironia per riderci sopra.
Noi, solo un “cafone” detto bene,
Loro, un intero mondo che ancora permette a certi deliri di sentirsi legittimi.
E il vero problema non è nemmeno il ciclista in sé, ma tutto ciò che gli consente di credere che quella rabbia, quel maschilismo, quella minuscola arroganza abbiano ancora diritto di cittadinanza sulle nostre strade, nelle nostre orecchie e nei nostri mercoledì mattina.
Ma, probabilmente, in fondo…molto in fondo, diciamo in basso, aveva solo bisogno di sfogarsi. Succede, quando l’unica cosa che riesci a superare… è una donna che va a trenta all’ora.