FACEBUG

Se pensi che il vero problema di Meta siano gli hacker, sei ancora ottimista. Il vero problema di Meta è Meta: una piattaforma che parla di sicurezza, standard della community e protezione degli utenti, poi non riconosce un accesso anomalo, ti restituisce un account sporco e riesce nel colpo di genio finale: punire te. Benvenuti in Facebug, cioè Facebook quando smette di essere un social e diventa un errore di sistema con complesso di superiorità.

Ci sono aziende che ti vendono un servizio, poi c’è Meta, che con un’ambizione quasi commovente ti vende una fantasia: l’idea che tu sia al sicuro, che esista un ordine, che ci siano regole, che da qualche parte, dietro la tendina blu degli Standard della community, viva un’intelligenza adulta capace di guardare i fatti, distinguerli, comprenderli, magari perfino collegarli tra loro senza dover essere portata a mano, come una zia stanca, da una schermata all’altra.

Poi qualcuno entra nel tuo account dall’altra parte del mondo, cambia password, si mette comodo, fa attività incompatibili con la tua vita normale, pubblica cose che con te c’entrano quanto una motosega in una lista nozze, e lì capisci che l’intelligenza adulta non c’è, non è in pausa, non è momentaneamente assente per aggiornamenti, proprio non esiste. C’è Facebug, che è diverso. Più solenne, più goffo, più convinto di sé, come tutte le strutture molto stupide che però si sentono profondamente autorevoli.

Il punto, infatti, non è nemmeno che il sistema sbagli, perché i sistemi sbagliano, succede, fa parte del gioco, persino la lavatrice ogni tanto decide che un calzino è un nemico da eliminare. Il punto è come sbaglia Meta, con quale postura, con quale tono, con quale insopportabile senso della propria superiorità. Meta non inciampa, Meta pontifica mentre cade. Non riconosce un accesso anomalo, non si accorge che qualcuno è entrato, ha preso possesso, ha sporcato il salotto digitale, ha rovesciato i cassetti, ha lasciato ovunque residui della propria sociopatia, e poi, nel momento in cui tu rientri e provi a buttare fuori la sporcizia che non hai prodotto tu, decide che il problema sei tu. È una forma molto contemporanea di ingiustizia: non fermare il ladro, ma sanzionare il proprietario perché il furto è avvenuto nel suo appartamento.

Ed è qui che il giocattolo smette di essere un social network e diventa una farsa amministrativa con manie di onnipotenza, una specie di ufficio pubblico gestito da un algoritmo con il tono di una preside repressa. Perché Meta non si limita a non proteggerti, che sarebbe già una discreta seccatura; Meta ti moralizza. Ti guarda da quell’altura lessicale fatta di sicurezza, integrità, protezione, verifica, revisione, parole che lette in fila sembrano scritte da una macchina che ha studiato diritto in un biscotto della fortuna e adesso vuole giudicare il mondo con la compostezza di un Sant’Uffizio in smart working.

Gli umani, poi, sono la parte più tenera, non perché aiutino, ma perché non possono. Hanno l’autorevolezza di un centralinista ostaggio e la libertà decisionale di una pianta di plastica in una hall aziendale, stanno lì con quell’aria dimessa di chi conosce il dolore ma non ha accesso alle chiavi del magazzino. Tu gli spieghi che c’è stato un accesso anomalo, un cambio password, attività incompatibili, contenuti mostruosi, blocchi a cascata, profilo restituito sporco, disabilitazione finale, e loro, con la voce bassa di chi deve interrogare una divinità lunatica, ti rispondono: vediamo cosa dice Meta. Non vediamo cosa è successo, non vediamo i log, non vediamo se c’è una compromissione, no, vediamo cosa dice Meta, come se Meta fosse un oracolo e non una macchina che ha appena confuso un furto con una colpa.

La cosa più oscena, in tutto questo, è il tono morale. Perché Meta non ti dice mai la verità semplice, umana, terrena, che sarebbe già quasi rivoluzionaria: abbiamo preso una cantonata, non sappiamo leggere questa complessità, stiamo scaricando su di te le conseguenze di un evento che ti ha danneggiata. No. Ti parla come se stesse educando la specie, come se il problema fosse la tua conformità etica e non la loro incapacità di distinguere una vittima da un intruso. È il fascino perverso delle grandi piattaforme, hanno i nervi di un tostapane, ma il linguaggio di un tribunale morale.

Il vero problema, infatti, non è nemmeno l’hacker, perché l’hacker, per assurdo, almeno mostra iniziativa, creatività, una forma di intenzione, persino un’etica criminale da discount. Il vero problema è Meta, che pretende di amministrare miliardi di identità senza possedere il minimo sindacale di intelligenza situazionale. Non capisce il contesto, non distingue la vittima dall’autore, non legge una sequenza, legge un residuo, non guarda il film, trova un fermo immagine e decide che quello basta, e quando finalmente interviene non ripristina quasi mai, archivia, male, con quella pigrizia automatizzata che oggi chiamiamo sistema per non dover ammettere che spesso somiglia più a un incidente con ufficio stampa.

A quel punto, inevitabilmente, viene da pensare a chi sta sopra il teatro, al grande visionario della connessione universale, al profeta in felpa dell’umanità aumentata.

“Zucky, amore, ascoltami.

Tu hai investito miliardi per convincerci che il futuro è un omino senza gambe nel metaverso, poi il tuo sistema non distingue un accesso anomalo da una libera espressione dell’utente. Hai costruito un impero della connessione e non sai riconoscere quando qualcuno entra in un account dall’altra parte del mondo, cambia password, devasta tutto e poi lascia che a pagare sia il proprietario. Hai preso un palo epistemologico di dimensioni quasi mitologiche. È come fondare la NASA e poi inciampare nel tappeto del garage.

Con la differenza, va detto, che la NASA il bottone rosso ce l’ha, sì, ma sa usare anche il resto della plancia. Voi no. Voi il bottone rosso lo trovate subito. Su quello siete dei mistici, dei medianici, dei virtuosi del clic terminale. Sul contesto siete una zucchina lessa con i server.”

E infatti la parte più comica, alla fine, siamo noi. Perché noi ci fidavamo davvero. Abbiamo consegnato a un’azienda privata foto, contatti, ricordi, lavoro, reputazione, nomi, relazioni, memoria, piccoli archivi emotivi, dettagli ridicoli e dettagli enormi, e già che c’eravamo, perché fermarsi, diamogli pure i passi, le calorie, l’umore, il sonno, il pranzo, la faccia del lunedì, il crollo nervoso del martedì, la bozza che non dovevamo pubblicare, il reel idiota, il lutto, il flirt, l’ansia, la promozione del blog, magari pure la convinzione di essere persone libere e modernissime, tutte lì, ordinate, nei nostri adorabili ecosistemi digitali. Convinti che ci stessero dando visibilità, futuro, presenza, magari perfino potere. In realtà stavamo solo depositando esistenza in un magazzino con pulsante rosso.

La parte più grottesca è che ci siamo pure sentiti intelligenti. Strategici. Evoluti. “Bisogna esserci”, “bisogna presidiare”, “bisogna costruire la propria presenza online”, certo, e nel frattempo una piattaforma con la profondità etica di una fotocopiatrice in burnout decide se esisti, se sei autentica, se la tua faccia coincide ancora con la tua faccia, se il tuo profilo merita di respirare o di essere chiuso come un bar fuori stagione, e tu resti lì a chiedere spiegazioni a un centralino teologico che ti risponde con la grazia di un sacerdote stanco: vediamo cosa dice Meta.

E allora forse la morale è questa, che fa anche un po’ ridere, ma solo perché nel frattempo ci ha già preso a schiaffi: non siamo moderni, siamo dipendenti ben vestiti. Abbiamo chiamato presenza digitale il fatto di consegnare ogni giorno pezzi della nostra vita a un sistema che può decidere, in qualunque momento, cosa lasciare in piedi, cosa buttare giù, cosa attribuirti, cosa no, cosa rendere visibile, cosa farti pagare. Pensavamo di usare un servizio, invece stavamo addestrandoci a vivere in affitto dentro la nostra stessa identità.

E così sì, Facebug è il nome giusto, perché non è solo un errore tecnico, è un bug morale, un sistema che si crede tribunale, si presenta come comunità e funziona come un incidente con ufficio stampa. Noi gli affidiamo ogni giorno pezzi della nostra esistenza, e lui, con tutta la serietà di un idiota convinto di essere un genio, continua a premere l’unico tasto che conosce.

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