Ci sono momenti in cui le parole diventano troppo pesanti per restare dentro. Ci sono frasi che ti trafiggono e ti ricordano tutto quello che hai dato, tutto quello che hai creduto vero, e che oggi sembra non contare più nulla. Oggi scrivo perché devo dare voce a questo dolore, perché devo urlare su carta quello che il cuore non riesce a contenere. Non cerco consolazione, non voglio spiegazioni. Voglio solo liberarmi del vuoto che mi divora.

Oggi la ferita si riapre.
Non si è mai davvero chiusa, ma oggi brucia come se fosse fresca. È una di quelle giornate in cui il dolore non accenna a farsi lieve, in cui i ricordi non consolano, ma colpiscono come lame. Oggi mi manchi. Mi manchi terribilmente. Perché io ero davvero innamorata. Io tenevo a noi, io ci credevo fino in fondo. Ogni gesto, ogni parola, ogni tuo abbraccio aveva per me un valore assoluto. Non era un gioco, non era un passatempo, era vita. Era la mia vita intrecciata alla tua.
E invece adesso mi ritrovo qui, sommersa da domande che non hanno risposta.
Due giorni fa ci siamo rivisti. Abbiamo parlato a lungo. Ma una tua frase mi risuona dentro senza tregua:
“Cosa sono, in fondo, un anno e nove mesi?”
Un anno e nove mesi. Per te, solo un numero. Per me, un universo.
Non erano giorni da contare, erano respiri condivisi. Erano notti in cui bastava voltarmi e sapere che c’eri. Erano mani intrecciate, sorrisi che scioglievano i miei silenzi, sguardi che non avevano bisogno di parole.
Come puoi ridurre tutto questo a un tempo trascorso? Come puoi dire che non è niente?
Non è il tempo, è quanto ti ho amato. È come ti ho amato. E oggi non riesco a riconciliarlo con la freddezza che porti nelle tue parole. Chi sei diventato? Chi è quest’uomo capace di guardarmi senza tremare, di pronunciare frasi che pesano come colpi? Quanto valore hai dato al mio cuore, se adesso lo lasci in frantumi senza voltarti indietro?
Eppure tu c’eri. Tu mi stringevi, tu mi scaldavi, tu mi facevi credere che fossi la tua casa, il tuo rifugio. Non me lo sono inventato: l’ho vissuto. Ti ho visto, ti ho sentito, ti ho amato. Io non ero sola. Ed è proprio questo a straziarmi: sapere che quell’uomo che allora mi amava adesso non c’è più. O forse c’è ancora, ma lo hai sepolto sotto strati di freddezza e distanza. Sono incredula.
Non ti riconosco.
E non riconosco neanche più me stessa. Le lacrime non si fermano. Ogni ricordo che dovrebbe accarezzarmi diventa invece un coltello. Mi manca tutto: la tua voce, le tue mani, la normalità di un “noi” che mi sembrava eterno. Mi manca persino la certezza che, al di là del mondo, ci fossi tu. E allora mi domando: se è stato amore, perché oggi non resta nulla? Se era vero, perché è finito così? E se era vero per me, lo era anche per te? O sei stato tu a cambiare, a lasciar cadere tutto come se fosse solo sabbia tra le dita?
Nietzsche diceva: “La memoria dice: ho fatto questo. Il cuore dice: non posso averlo fatto.” Ed è lì che vivo adesso, sospesa tra la memoria che mi parla di un amore vivo, reale, tangibile, e il presente che mi sbatte in faccia la sua assenza. Oggi non c’è speranza. Non c’è pace. Non c’è respiro. Oggi ci sei solo tu che manchi.
E io che non smetto di chiedermi come sia possibile.