Categoria: Sotto la superficie

Nel panorama della scrittura digitale contemporanea, Elena Moriconi costruisce uno spazio raro: un osservatorio sull’affettività che rifiuta tanto la retorica quanto la semplificazione.
Nel suo progetto “Arte di Amarsi Male™”, l’esperienza personale non viene esibita né risolta, ma attraversata con uno sguardo lucido, spesso ironico, sempre disincantato.
La sua scrittura si muove sul confine tra narrazione e analisi, trasformando dinamiche intime in materia leggibile, riconoscibile, quasi inevitabile.
Non offre soluzioni, né consolazioni: mette a fuoco.
Ed è proprio in questa capacità di nominare ciò che normalmente resta confuso, il modo in cui le relazioni si costruiscono, si deformano e si fraintendono, che il suo lavoro trova una sua precisa identità.

Riflessioni su dinamiche, relazioni, stereotipi, violenza, confini e tutto ciò che impariamo a considerare normale finché non iniziamo a guardarlo davvero.

  • “Sei tu che me lo fai fare”: anatomia di una frase pericolosa

    A volte scrivo perché, nonostante tutto, una parte di me vorrebbe ancora educare. È forse la mia benedizione e la mia condanna:

    anche mentre vengo ferita, cerco il varco, la frase giusta, il punto esatto in cui l’altro possa finalmente vedersi. Vorrei che nella mia scrittura qualcuno si riconoscesse, vorrei che gli uomini abituati a chiamare amore il possesso, dolore l’aggressione, fragilità il controllo, riuscissero a fermarsi un secondo prima di colpire e dicessero: aspetta, questa cosa è mia, questa rabbia è mia, questa ferita è mia, non posso metterla addosso a una donna solo perché non mi sta rassicurando come vorrei.

    E vorrei che le donne, leggendo, riconoscessero quel momento preciso in cui smettono di fidarsi di sé e iniziano a fare da interpreti al dolore dell’altro, anche quando l’altro le sta ferendo. Quel momento in cui il corpo ha già capito tutto, ma la testa prova ancora a tradurre, giustificare, contestualizzare, trovare la versione più gentile di una cosa che gentile non è.

    Io questa frase l’ho vissuta sulla pelle. Ho detto “mi stai ferendo” e lui non si è fermato, ha continuato. In quel momento ho capito che non ero davanti a un uomo che soffriva soltanto, ma a un uomo che stava usando la sua sofferenza per sentirsi autorizzato a colpire. Ed è una cosa che, quando la vedi, non puoi più chiamarla amore ferito. Devi chiamarla con il suo nome.

    Perché la frase “sei tu che me lo fai fare” non è una frase qualunque. È piccola, domestica, apparentemente detta nella rabbia, ma dentro ha già tutta la struttura della violenza.

    Io colpisco, ma la responsabilità è tua.

    Io urlo, ma mi ci hai portato tu.

    Io insulto, ma sei tu che mi fai diventare così.

    Io perdo il controllo, ma il problema non è mio: sei tu che mi hai provocato.

    Questa è la diseducazione maschile nel suo punto più nudo: l’incapacità di stare dentro una ferita senza trasformarla in accusa, l’incapacità di reggere il limite di una donna senza viverlo come umiliazione, l’incapacità di dire “mi fa male” senza convertirlo in “tu mi fai male, quindi adesso posso farti male anch’io”.

    E bisogna dirlo in modo semplice, comprensibile a tutti: nessuno ci fa colpire.

    Si può soffrire senza devastare, si può essere feriti senza insultare, si può amare senza pretendere, si può perdere senza punire, si può sentire rabbia senza usarla come una licenza di distruzione.

    Questo dovremmo insegnarlo ai maschi da bambini, prima ancora delle grandi parole sull’amore. Dovremmo insegnare loro che una donna non è responsabile della loro tenuta emotiva, che il suo silenzio non è un reato, che il suo dubbio non è una provocazione, che il suo corpo non è un territorio assegnato, che il suo tempo non è una proprietà, che se visualizza e non risponde subito non sta commettendo un tradimento, sta semplicemente esistendo dentro una vita che non ruota sempre intorno al loro bisogno.

    Perché è lì che molte dinamiche si rivelano: non quando una donna fa qualcosa di terribile, ma quando smette di essere disponibile. Quando non consola, non risponde, non rassicura, non contiene, non fa da madre, da amante, da psicologa, da casa, da pronto soccorso emotivo. Quando ha paura lei, quando è stanca lei, quando ha un controllo medico che la destabilizza, una giornata piena, una testa che non ce la fa, e dall’altra parte il suo stato reale viene cancellato perché l’unica cosa che conta è che lui si sente ferito.

    Ecco il punto chirurgico: se il tuo dolore sparisce davanti alla sua ferita, fermati a guardare bene.

    Perché lì non sei più dentro una relazione, sei dentro una gerarchia. Il suo bisogno sopra il tuo stato, la sua ansia sopra il tuo corpo, la sua ferita sopra la tua paura, la sua richiesta di rassicurazione sopra il tuo diritto di non riuscire, di non potere, di non sapere.

    E se provi a dirlo lui non ascolta, ma accusa, se dici “mi stai ferendo” lui non si ferma, se chiedi rispetto lui rilancia il colpo, allora non sei più davanti a un uomo semplicemente sofferente. Sei davanti a una dinamica pericolosa.

    Non bisogna aspettare il sangue per riconoscere il pericolo.

    In questi giorni la cronaca ci sbatte addosso femminicidi, donne uccise da uomini che non hanno retto un no, una fine, una separazione, una libertà. Ma prima dell’ultimo gesto c’è quasi sempre una cultura che ha permesso a quell’uomo di pensare che il suo dolore valesse più del limite di lei. Prima dell’orrore riconosciuto da tutti c’è spesso una frase minimizzata da molti: “ero geloso”, “ero ferito”, “mi ha provocato”, “mi ha fatto impazzire”, “me lo ha fatto fare lei”.

    No. Questa frase va disinnescata prima.

    Va tolta dalla bocca degli uomini e anche dalla testa delle donne, perché troppe volte siamo noi le prime a crederci. Ci chiediamo cosa abbiamo sbagliato, se abbiamo risposto male, se abbiamo tardato troppo, se abbiamo dato segnali ambigui, se dovevamo essere più chiare, più dolci, più coerenti, più attente alla sua fragilità. Facciamo l’autopsia della nostra presunta colpa mentre lui non si assume nemmeno la responsabilità del modo in cui ci ha parlato.

    E qui entra la parte più difficile, quella che non sta nei manuali e nemmeno nelle frasi motivazionali con lo sfondo beige: noi donne siamo spesso educate a restare eleganti anche mentre qualcuno ci ferisce. A spiegare con grazia, a non diventare dure, a non sembrare cattive, a non chiudere troppo presto, a cercare il bambino ferito dietro l’uomo aggressivo, come se la nostra capacità di comprendere dovesse diventare una barella permanente per l’immaturità emotiva altrui.

    Ma comprendere non significa restare.

    Comprendere non significa farsi attraversare.

    Comprendere non significa offrire il proprio corpo emotivo come sala prove per la rabbia di qualcuno.

    Questa è la parte da educare anche nelle donne: smettere di cercare attenuanti dove c’è un segnale.

    Un uomo che ti dice “mi fa male” sta parlando di sé; un uomo che ti dice “me lo fai fare tu” ti sta consegnando la colpa del suo colpo.

    Un uomo che dice “ho paura di perderti” sta mostrando una ferita; un uomo che dice “se non rispondi subito mi incazzo” sta mostrando controllo.

    Un uomo che, quando gli dici “mi stai ferendo”, si ferma, può essere un uomo ferito; un uomo che continua sta scegliendo di colpire.

    E allora sì, bisogna educare gli uomini, ma non accarezzando la loro diseducazione. Bisogna educarli alla responsabilità, al limite, alla perdita, alla frustrazione, al fatto che una donna può deluderli senza diventare una nemica, può non amarli più senza diventare una carnefice, può essere confusa senza essere pazza, può avere dubbi senza essere manipolatrice, può non rispondere subito senza dover essere punita.

    E bisogna educare le donne a non restare lì a spiegare la propria umanità a chi ha già scelto di non ascoltarla.

    Questa, per me, è la funzione del racconto: non vendetta, non esposizione, non sfogo. Raccontare è portare alla luce.

    È togliere alla tossicità il suo nascondiglio preferito, quello delle stanze private, delle telefonate chiuse, delle frasi dette “solo perché ero arrabbiato”.

    È dire: guardate che succede così, spesso comincia così, con una donna che prova a essere calma e un uomo che interpreta la calma come un’autorizzazione a continuare, con una donna che dice “mi fai male” e un uomo che risponde “me lo fai fare tu”.

    E lì, se siamo oneste, si apre un teatro antichissimo. Lui diventa l’uomo ferito, quindi autorizzato. Lei diventa la donna che deve capire, quindi disponibile. Lui porta la rabbia, lei deve portare il senso. Lui porta il colpo, lei deve portare la spiegazione.

    Sembra quasi una divisione domestica dei ruoli: a lui l’esplosione, a lei le pulizie.

    E invece no. Anche basta.

    Non siamo nate per bonificare stanze che altri continuano a incendiare. Non siamo nate per trasformare ogni aggressione in un laboratorio di empatia. Non siamo nate per essere il luogo in cui un uomo deposita il peggio di sé e poi pretende pure una relazione scritta bene.

    Noi dobbiamo imparare a non discutere con quella frase. Dobbiamo riconoscerla.

    Perché “sei tu che me lo fai fare” non è amore ferito. È scarico di responsabilità. È pericolo. È la radice culturale di un maschile che non sa ancora perdere senza distruggere qualcosa, fosse anche solo la lucidità della donna che ha davanti.

    E allora il manifesto è semplice, quasi elementare, proprio per questo necessario:

    se ti dice che sei tu a farlo diventare così, allontanati; se non si ferma quando gli dici che ti sta ferendo, allontanati; se il suo dolore cancella il tuo, allontanati; se il suo amore ha bisogno di colpirti per sentirsi vero, allontanati.

    Non devi educarlo mentre ti ferisce.

    Puoi scrivere, puoi nominare, puoi portare alla luce, puoi trasformare quello che hai vissuto in una frase che arriva ad altre donne e, forse, anche a qualche uomo capace di guardarsi davvero.

    Ma dentro la relazione, davanti al colpo, la prima educazione è per te stessa: non restare dove qualcuno ti sta insegnando a dubitare del tuo diritto di non essere ferita.

    “Sei tu che me lo fai fare” è la frase madre della violenza perché cancella l’unica cosa che può fermarla: la responsabilità.

    E allora la risposta deve essere semplice, quasi fredda, quasi scortese nella sua pulizia.

    No, non te lo faccio fare io.

    Tu lo fai.

    E io mi allontano.

    Elena M

  • Le cose che impariamo a chiamare normali

    Due persone possono lasciarsi. La violenza, invece, ha già un nome.

    Sono in ufficio. Dovrei lavorare, chiudere qualcosa di minimamente decente, produrre una di quelle prestazioni adulte che ti fanno sentire integrata nel sistema, e invece il sonno sembra avere un progetto politico tutto suo: prendermi, stendermi e ricordarmi che anche il corpo, ogni tanto, vota contro.

    Arriva la pausa pranzo e mi trovo davanti a due possibilità: tentare un piccolo burnout organizzato, appoggiare la testa da qualche parte e recuperare una parvenza di energia, oppure tornare qui, in questo spazio virtuale che negli ultimi tempi è diventato una specie di metaverso personale, ma senza avatar milionari, senza promesse futuristiche e soprattutto senza padroni che decidono le regole del gioco.

    Qui non comando nessuno, non obbligo nessuno a restare. La gente può entrare, leggere, ignorarmi serenamente oppure inciampare in una frase e riconoscersi, può chiudere la pagina, condividerla, detestarmi, capirmi a metà o non capirmi affatto. Va bene così.

    Questo spazio non nasce per spiegare il mondo, non distribuisce dogmi, non offre manuali di salvezza e non pretende di insegnare agli altri come vivere. Semmai fa una cosa molto più semplice e molto più scomoda: guarda.

    E io, a un certo punto, ho dovuto guardarmi.

    Ho sofferto molto nella mia vita, ho amato molto, ho giustificato molto, ho tenuto insieme cose che forse non meritavano tutta quella fatica. Ho vissuto esperienze di violenza che, ancora oggi, se vengono raccontate nel modo più asciutto possibile, trovano sempre qualcuno pronto a dire che sono cose che succedono quando ci si arrabbia, quando si litiga, quando le relazioni diventano complicate.

    La cosa curiosa è che quando di cose brutte te ne capitano abbastanza, quell’abbastanza rischia di diventare abitudine. Il dolore, se lo frequenti troppo, comincia ad arredarti casa: non lo vedi più come un’invasione, lo scambi per mobilio, ti ci muovi intorno, lo giustifichi, lo chiami carattere, momento difficile, litigio, incomprensione, amore complicato, e lo normalizzi fino al punto in cui la parte più assurda della storia non è più quello che ti è successo, ma il fatto che tu abbia cercato dentro di te una colpa abbastanza grande da renderlo comprensibile.

    L’episodio che più di tutti mi ha costretta a guardare la realtà è stato l’ultimo. Essere lasciata contro la mia volontà in mezzo a una strada, di notte, dopo che questa persona ha pensato bene di allontanarmi con le mani e con un calcio pur di non farmi salire, avrebbe dovuto interrompere immediatamente qualsiasi tentativo di giustificazione. E invece io me la sono presa con me stessa.

    Ho passato giorni a dirmi che lo avevo fatto arrabbiare, che avevamo litigato, che forse avevo insistito troppo, che forse se fossi stata più calma, più morbida, più accomodante, non sarebbe successo. In quel ragionamento malato non contavano la paura, il pericolo, lo shock, la violenza, ma contava solo quel vecchio copione che molte donne conoscono bene: se lui perde il controllo, tu cerca bene dove hai sbagliato.

    E io ho cercato, ho cercato dentro di me una spiegazione abbastanza rassicurante da permettermi di continuare a vedere la persona che amavo e non quella che avevo davanti. Perché a volte è meno doloroso pensarsi sbagliate che ammettere di essere state ferite da qualcuno che si ama.

    Poi ho iniziato a scrivere.

    All’inizio era rabbia, dolore, confusione. Scrivevo perché non sapevo dove mettere tutto quello che sentivo e perché, quando una storia viene riscritta da chi ti ha fatto male, rischi di dubitare perfino della tua memoria. Poi, piano piano, la scrittura ha smesso di essere soltanto una ferita aperta ed è diventata osservazione.

    Ed è qui che è successo qualcosa di interessante.

    Non sono diventata una femminista impazzita, non ho iniziato a odiare gli uomini, non mi sveglio la mattina con il manifesto ideologico sotto il cuscino e una tazza con scritto “abbasso il patriarcato”. Sono madre di un futuro uomo e ne sono profondamente fiera.

    Il punto è che ho smesso di fare la traduttrice simultanea della realtà.

    Per anni sono stata bravissima a tradurre la violenza in “momento difficile”, la manipolazione in “carattere complicato”, il controllo in “troppo amore”, la paura in “forse ho esagerato”.

    Ero molto brava, davvero. Avrei potuto aprire uno studio professionale: “Moriconi Traduzioni Emotive. Specializzata nel trasformare fatti scomodi in problemi di autostima femminile.”

    Perché il problema non sono gli uomini in quanto uomini e le donne in quanto donne. Il problema sono i copioni che molti uomini e molte donne continuano a recitare chiamandoli amore, famiglia, carattere, gelosia, normalità.

    Io ero anche dall’altra parte: ero tra quelle che giustificavano, tra quelle che cercavano il contesto, l’attenuante, la spiegazione, tra quelle che davanti a una violenza provavano ancora a domandarsi: “Sì, ma io cosa ho fatto?”

    Non mi sono svegliata illuminata e migliore degli altri. Ho solo iniziato, molto lentamente e con molta fatica, a rimettere i pezzi del puzzle al loro posto.

    Non ho cambiato bandiera, ho cambiato nome alle cose.

    Ho iniziato a chiamare violenza la violenza, manipolazione la manipolazione, paura la paura, controllo il controllo, confine il confine. Sembra semplice, ma non lo è affatto quando sei stata abituata a tradurre tutto in una lingua più comoda per chi ti ha ferita.

    Forse crescere non significa smettere di amare, forse significa smettere di usare l’amore come anestetico contro ciò che vediamo chiaramente.

    Per anni ho pensato che capire significasse giustificare, che comprendere la sofferenza dell’altro mi obbligasse a farmi carico anche della sua parte peggiore. Poi ho capito che comprendere una dinamica non significa assolverla e che l’empatia, quando viene usata per cancellare se stessi, smette di essere una virtù e diventa una forma molto elegante di autoabbandono.

    Il confine non è cattiveria, non è freddezza, non è egoismo. Il confine è il punto esatto in cui una persona decide di non abbandonarsi più.

    E forse è proprio questo che ancora disturba, perché una donna che smette di abbandonarsi diventa improvvisamente meno gestibile, meno accomodante, meno disposta a fare pace con ciò che la ferisce.

    La società non è ancora pronta ai confini femminili, non tutta, non ancora. E la parte più scomoda da ammettere è che non ero pronta neanche io. Non li vedevo, giustificavo sempre, giustificavo perché amavo, certo, ma anche perché ero stata educata a farlo. Molte donne imparano molto presto che tenere insieme le cose è più importante che chiedersi se quelle cose meritino davvero di restare insieme.

    Ci ho messo lacrime e dolore per riuscire a dire a me stessa che non era colpa mia, e ce ne ho messe ancora di più per aggiungere che quello che avevo subito non poteva essere sminuito, nemmeno da me.

    Perché due persone possono lasciarsi, possono non scegliersi più, smettere di amarsi, prendere strade diverse. Succede, fa parte della vita.

    Ma la violenza no.

    La violenza non può essere chiamata litigio, carattere, esasperazione, reazione, stanchezza o amore finito male.

    La violenza è violenza.

    E non ha bisogno di finire in tragedia per meritare il suo nome. Non deve diventare un lutto, una notizia, un fascicolo più pesante, una fotografia su un giornale per essere riconosciuta. Anche ciò che non uccide può spezzare, spaventare, deformare la percezione di sé, insegnare a una persona a dubitare della propria memoria, del proprio corpo, della propria paura.

    Forse è proprio per questo che va raccontata prima, quando qualcuno prova ancora a chiamarla litigio, carattere, rabbia, momento difficile. Perché ogni volta che sminuiamo un gesto violento solo perché “poteva andare peggio”, stiamo già preparando il terreno perché vada peggio davvero.

    E il primo atto di onestà, forse, è smettere di cambiarle nome solo perché il nome giusto mette in discussione le narrazioni con cui abbiamo imparato a convivere e costringe chi l’ha subita a guardare davvero quello che è successo.

    C’è poi chi, davanti ai fatti, sceglie la strada più creativa: riscriverli, cambiare le luci, spostare i mobili, sistemare la scenografia e sperare che basti raccontare un’altra versione per trasformare la realtà in un incidente di percezione.

    È quasi tenero, se non fosse tragico, questo bisogno di proteggere l’immagine come se l’immagine fosse la sostanza, come se bastasse pronunciare parole grosse, agitare minacce o evocare conseguenze per far tornare una donna al suo posto: zitta, intimidita, magari pure grata del permesso di respirare.

    Peccato: io quel posto non lo occupo più.

    Ho avuto paura, certo, quella vera. Ma quella paura è passata e al suo posto è rimasta una cosa molto meno comoda da gestire: lucidità.

    La lucidità è antipatica, lo so. Non fa scenate, non lancia piatti, non si mette il mascara waterproof per piangere con dignità cinematografica. Sta lì, osserva, collega i pezzi e a un certo punto dice: “Ah. Quindi era questo.”

    Io non scrivo per vendicarmi, scrivo perché ho smesso di partecipare alla cancellazione ordinata della mia esperienza. E se qualcuno pensa che basti agitare parole grosse per farmi tornare zitta, forse ha semplicemente sopravvalutato il proprio potere e sottovalutato la mia memoria.

    Non ho tutte le risposte e diffido moltissimo di chi arriva con il pacchetto completo di illuminazione interiore, saldo estivo e spedizione gratuita. Però una cosa l’ho capita: non si diventa donne libere odiando qualcuno, si diventa un po’ più libere quando si smette di mentire a se stesse.

    E per certe donne, credetemi, questa è già una rivoluzione.

    Elena M

  • Ma davvero è questa la domanda?

    Ma davvero è questa la domanda?

    Ieri ho letto la notizia dell’ennesimo femminicidio.

    E prima di qualunque riflessione viene lei: una donna uccisa, una vita spezzata, una persona che non dovrebbe diventare materiale da commento, teoria o discussione da tastiera. Io non so cosa abbia vissuto, non conosco la sua storia e non ho nessuna intenzione di usarla per spiegare la mia. Posso solo fermarmi davanti alla sua morte con rispetto e dolore, e poi osservare quello che quella morte, purtroppo, fa emergere intorno.

    Come spesso accade quando pensi di avere già abbastanza fiducia compromessa nell’umanità, ho fatto quella cosa sconsigliatissima che andrebbe vietata dopo una certa ora: ho letto i commenti.

    Tra messaggi di dolore, rabbia, incredulità e condoglianze, mi sono trovata davanti a una frase che mi ha fatto accapponare la pelle. Qualcuno si chiedeva, con una sicurezza che aveva il fascino discreto del bar sport applicato alla tragedia, perché una donna con quattro figli decidesse di separarsi “come niente fosse” e per andare dove.

    Mi sono fermata.

    Non tanto per la frase in sé, che già basterebbe a far venire voglia di spegnere internet e tornare ai piccioni viaggiatori, quanto per tutto quello che quella frase portava con sé. Perché non era solo una domanda mal posta. Era una visione del mondo.

    Una donna ha perso la vita e, in mezzo al dolore, qualcuno è riuscito comunque a trovare il modo di spostare lo sguardo su di lei, sulla sua scelta, sulla sua separazione, sul suo presunto dovere di restare. Come se il punto fosse capire perché una donna se ne va e non perché qualcuno arrivi a pensare di avere il diritto di non lasciarla andare.

    Poi un’altra persona gli ha risposto, chiedendo perché una donna non dovrebbe essere libera di divorziare e cambiare vita, soprattutto se quella scelta, vista la fine, forse aveva delle ragioni profonde. A quel punto è arrivata la replica, ancora più chiara, ancora più rivelatrice, quella che toglie qualsiasi dubbio sulla direzione del pensiero: “Usate gli uomini finché non vi servono più, per fortuna anche gli uomini si sono svegliati e fanno la stessa cosa”.

    Ecco.

    Qui non siamo più davanti a una domanda ingenua, né a una riflessione goffa sulla famiglia, sui figli o sulle separazioni. Qui siamo davanti a un copione culturale in tutta la sua grazia da elefante in cristalleria: le donne se ne vanno perché usano, perché abbandonano, perché smettono di servire il ruolo che qualcuno aveva immaginato per loro. E se un uomo reagisce male, se non accetta, se distrugge, se punisce, se arriva all’irreparabile, c’è comunque una parte di mondo che sente il bisogno di tornare lì, alla domanda più vecchia e più comoda:

    lei perché se n’è andata?

    Capite perché dico che non stiamo parlando di fantascienza?

    Non sono teorie elaborate in qualche salotto intellettuale con candele profumate, tisana depurativa e citazione motivazionale appesa al muro. Sono frasi pubbliche, scritte da persone reali, sotto notizie reali, in mezzo a lutti reali. Sono quel materiale grezzo di cui è fatta la cultura quando si toglie il vestito buono e resta in ciabatte davanti alla tastiera.

    E, paradossalmente, proprio lì si vede meglio.

    Si vede che, anche davanti al caso massimo dell’assurdità, anche davanti alla morte di una donna, una parte del pensiero collettivo non riesce a partire dalla violenza, ma torna alla libertà femminile come se fosse un’anomalia da spiegare. Come se separarsi fosse un gesto sospetto. Come se una donna con figli dovesse produrre una perizia esistenziale per dimostrare di avere il diritto di dire:

    questa vita non la voglio più.

    La cosa più inquietante è che questo ragionamento non vive solo nei casi estremi. Lì esplode, certo, diventa scandaloso, indecente, quasi caricaturale nella sua brutalità, ma le sue radici sono molto più quotidiane e molto più educate. Vivono nelle frasi dette a mezza voce, nei:

    “però anche lei”

    “avrà esagerato”

    “magari era solo un momento”

    “con i figli si stringono i denti”

    “certe donne vogliono tutto”

    “gli uomini ormai non possono più dire niente”, che è una frase meravigliosa perché di solito viene pronunciata dopo ventisette minuti consecutivi in cui un uomo sta dicendo tutto.

    Ecco, questa è la parte che mi interessa.

    Non l’odio tra uomini e donne, che francamente mi annoia e mi sembra pure una pessima sceneggiatura, ma il modo in cui certi copioni continuano a passare per buon senso. Il modo in cui la sopportazione femminile viene ancora scambiata per maturità, mentre il confine femminile viene letto come egoismo, leggerezza, ingratitudine o tradimento.

    Perché una donna che resta troppo a lungo viene guardata con pietà o giudizio, ma una donna che se ne va viene guardata con sospetto. Se resta, perché resta. Se se ne va, dove va. Se denuncia, perché denuncia. Se tace, allora forse non era così grave. Se muore, qualcuno trova comunque il modo di discutere le sue scelte con la tranquillità di chi sta commentando il finale di una serie tv.

    E no, non sto dicendo che ogni separazione nasconda violenza, né che le donne siano creature angeliche con certificato di purezza emotiva allegato alla nascita. Le relazioni possono essere complicate, le persone possono ferirsi, usarsi, deludersi, manipolarsi, indipendentemente dal genere. Lo sappiamo, grazie, possiamo anche evitare di incidere questa ovvietà sul marmo del tempio della parità.

    Il punto è un altro.

    Il punto è che, davanti alla violenza, continuare a cercare la colpa nella libertà della vittima non è analisi, è rimozione. È quel trucco mentale che ci permette di non guardare la cosa più spaventosa: il fatto che alcune persone vivano il NO dell’altro non come un limite legittimo, ma come un affronto da correggere, una ferita narcisistica da punire, una perdita di controllo da riparare con il dominio.

    E qui, volendo fare le persone serie ma senza indossare il tailleur della conferenza, bisognerebbe dirlo chiaramente:

    nessuno appartiene a nessuno.

    Neanche dopo anni, neanche dopo una casa, neanche dopo quattro figli, neanche dopo promesse, sacrifici, fotografie al mare, cene dai parenti e tutto l’album completo della rispettabilità familiare.

    Forse il problema è che continuiamo a guardare solo la punta dell’iceberg: ci indigniamo davanti all’omicidio, ed è giusto farlo, ci fermiamo per qualche giorno, condividiamo articoli, proviamo dolore, poi lentamente torniamo alla normalità, e insieme alla normalità tornano anche tutte quelle cose che stavano lì prima, sotto la superficie.

    Forse sotto quella punta dell’iceberg c’era già molto altro, oppure no. Io non posso saperlo, e proprio per questo non voglio raccontare la sua storia al posto suo. Quello che posso osservare è il modo in cui, anche davanti alla sua morte, qualcuno ha sentito il bisogno di giudicare la sua scelta invece di interrogarsi sulla violenza.

    Tornano i commenti minimizzanti, le battute, il controllo scambiato per amore, la svalutazione chiamata carattere, la punizione emotiva travestita da litigio, la difficoltà ad accettare un no o un confine, come se il problema iniziasse solo quando diventa irreparabile.

    E invece il femminicidio è spesso il punto finale di qualcosa che esiste già molto prima. È la parte dell’iceberg che emerge dall’acqua e ci costringe a guardare, mentre sotto resta una massa enorme fatta di stereotipi, misoginia, possesso, disprezzo per la libertà femminile e copioni culturali che continuiamo a considerare normali.

    Forse è questo che dovremmo iniziare a osservare con più onestà: non solo ciò che ci sconvolge quando ormai è troppo tardi, ma tutto ciò che, molto prima, abbiamo imparato a non vedere.

    Ma non voglio fingere che sotto quel post ci fosse solo il buio, perché non è vero.

    C’erano tantissimi commenti di donne, indignate, addolorate, lucide, stanche di vedere la stessa scena ripetersi con copioni appena modificati. E c’erano anche uomini. Pochi, certo, almeno in quella piccola statistica improvvisata dei commenti social, ma c’erano. Uomini che hanno contestato quella narrazione, che hanno scritto chiaramente che una donna è libera di separarsi, che il problema non è lei che se ne va ma chi non accetta che possa farlo.

    E questa cosa mi ha fatto bene.

    Perché quella piccola percentuale mi ha ricordato che la misoginia non è il destino biologico del maschile, ma una cultura, e proprio perché è cultura può essere vista, nominata, rifiutata. Mi ha ricordato che esistono uomini che non hanno bisogno di sentirsi sminuiti dalla libertà di una donna, uomini che non confondono il rifiuto con un’umiliazione, uomini che non cercano nel dolore maschile una scusa per cancellare la responsabilità.

    E forse sono proprio loro a farmi sperare di più.

    Non perché “salvano” le donne, per carità, che abbiamo già abbastanza lavoro senza aggiungere anche il casting del principe eticamente aggiornato. Ma perché mostrano che un altro modo di essere uomini esiste, e quando un uomo contesta pubblicamente certi discorsi, non sta facendo un favore alle donne: sta ripulendo anche il proprio genere da una caricatura miserabile.

    Perché questa non è una guerra delle donne contro gli uomini. È una guerra contro idee che fanno male a tutti.

    Fa male agli uomini l’idea che il loro valore dipenda dal possesso. Fa male alle donne l’idea che la loro libertà debba essere continuamente autorizzata. Fa male a tutti l’idea che l’amore sia controllo, che la fine sia umiliazione, che il no sia una provocazione, che la separazione sia una colpa da spiegare davanti al tribunale permanente dell’opinione altrui.

    Forse è per questo che certi commenti mi fanno così paura. Non perché siano eccezioni mostruose, ma perché somigliano troppo a frasi che abbiamo già sentito in forme più educate, più accettabili, più presentabili. Il mostro, spesso, non arriva vestito da mostro. A volte arriva travestito da buon senso, da difesa della famiglia, da “io faccio solo una domanda”, che poi di solito è la frase con cui iniziano le peggiori discese agli inferi argomentativi.

    E allora sì, bisogna parlarne.

    Bisogna parlare di queste frasi, non per mettere alla gogna chi le scrive, ma per smettere di considerarle normali. Bisogna guardarle con la stessa lucidità con cui si guarda una crepa nel muro: non per fare tragedia, ma perché se continui a coprirla con un quadro prima o poi ti cade la casa addosso, e poi tutti lì a dire che nessuno poteva immaginare.

    Io non ho tutte le risposte e diffido sempre di chi le ha, soprattutto se le vende con font elegante e promessa di rinascita personale in dieci mosse. Però una cosa mi sembra chiara: il modo in cui commentiamo la libertà di una donna dice moltissimo sul modo in cui siamo stati educati a immaginare l’amore.

    E se davanti a una donna uccisa la domanda che ci viene in mente è ancora “perché se ne voleva andare?”, forse il problema non è solo la domanda.

    È tutto il mondo che quella domanda si porta dietro.

    Elena M.

  • L’iceberg della violenza: la parte che tutti difendono

    Mi sono fermata davanti a questo poster e, con mia sorpresa, non ho guardato la cima. Non il femminicidio, non lo stupro, non lo stalking. Quelli li vediamo tutti. Ci indigniamo bene davanti alle tragedie concluse, siamo eccellenti nel riconoscere il sangue quando ormai ha raggiunto il pavimento. Sulla punta dell’iceberg abbiamo sviluppato persino una certa sensibilità collettiva: condividiamo post, scriviamo frasi, abbassiamo lo sguardo e diciamo che è terribile.

    Poi però ho guardato sotto.

    Molto sotto.

    Quasi nascosta, come se fosse una nota a piè pagina della storia, c’era una parola che trovo infinitamente più inquietante: colpevolizzazione delle vittime di violenza.

    Ed è curioso, perché forse è proprio lì che comincia tutto.

    Perché una società che domanda a una persona “perché ci sei tornata?”, “perché hai aspettato?”, “perché ne parli adesso?”, “sei sicura che sia andata così?” ha già spostato il peso. Con un movimento elegante, quasi invisibile, prende gli occhi da chi compie un gesto e li posa su chi lo racconta.

    Trovo sempre straordinario il talento che abbiamo nel processare la voce invece di ascoltare il contenuto. Improvvisamente non si discute più del dolore, della paura, della libertà violata o dell’umiliazione; si discute del tono, delle parole usate, del momento scelto per parlare. Come se esistesse un galateo del dolore. Come se una persona dovesse soffrire con discrezione, raccontare con misura e, soprattutto, disturbare il meno possibile.

    Forse è per questo che molte persone non tacciono perché non hanno niente da dire. Tacciono perché a un certo punto imparano che il prezzo del racconto rischia di diventare più pesante del racconto stesso.

    Eppure c’è una cosa che continua a sembrarmi profondamente sbagliata: l’idea che la verità debba sempre sedersi sul banco degli imputati mentre certe dinamiche continuano a passeggiare tranquille, vestite da carattere, fragilità, amore o semplice fraintendimento.

    E forse il punto è proprio questo: una donna su tre in Italia subisce violenza nel corso della propria vita. Una su tre. Non stiamo parlando di un’anomalia statistica, di un incidente raro, di qualche caso isolato da relegare alle pagine di cronaca. Stiamo parlando di qualcosa di così esteso da essere quasi strutturale.

    Forse questo iceberg non è invisibile.

    Forse siamo noi che non vogliamo guardarlo davvero.

    Perché guardarlo significherebbe ammettere che il problema non è soltanto la punta che emerge dall’acqua. Il problema è tutto ciò che la sostiene sotto: il controllo chiamato premura, la manipolazione chiamata amore, la paura chiamata esagerazione, il silenzio chiamato buon senso.

    Il problema degli iceberg è che tutti guardano la punta. Quello che dimenticano è che le navi non affondano per la parte che vedono. Affondano perché hanno colpito la parte che nessuno ha voluto osservare.

    C’è però una cosa che questo iceberg non dice. O forse la dice e bisogna averci vissuto dentro per accorgersene: a un certo punto qualcuno si aspetta che tu faccia una cosa molto precisa. Che abbassi lo sguardo, che limi gli angoli, che renda il dolore più educato, più digeribile, più comodo per chi ascolta.

    È una dinamica curiosa. A volte non si prova nemmeno a negare un vissuto; si prova a riscriverlo. Si spostano i pesi, si cambiano i nomi alle cose, si rende confuso ciò che era chiarissimo a chi lo ha attraversato. Perché una verità indebolita fa meno paura di una verità pronunciata a voce piena.

    Ho scoperto però che la memoria non è argilla nelle mani degli altri. E non ho alcuna intenzione di partecipare alla riscrittura di ciò che ho visto, sentito o vissuto.

    Non confondo il silenzio con l’eleganza e non confondo la paura con il rispetto. Raccontare una verità non significa dichiarare guerra a qualcuno. Significa semplicemente rifiutarsi di diventare complice della sua cancellazione.

    Perché ci sono persone che temono le parole non quando sono false.

    Le temono quando sono vere.

    Arte di Amarsi Male™ non è un consiglio. È un’autopsia. E le autopsie non si fanno per disturbare qualcuno; si fanno per capire cosa ha ucciso qualcosa.

    Elena M