Le cose che impariamo a chiamare normali

Due persone possono lasciarsi. La violenza, invece, ha già un nome.

Sono in ufficio. Dovrei lavorare, chiudere qualcosa di minimamente decente, produrre una di quelle prestazioni adulte che ti fanno sentire integrata nel sistema, e invece il sonno sembra avere un progetto politico tutto suo: prendermi, stendermi e ricordarmi che anche il corpo, ogni tanto, vota contro.

Arriva la pausa pranzo e mi trovo davanti a due possibilità: tentare un piccolo burnout organizzato, appoggiare la testa da qualche parte e recuperare una parvenza di energia, oppure tornare qui, in questo spazio virtuale che negli ultimi tempi è diventato una specie di metaverso personale, ma senza avatar milionari, senza promesse futuristiche e soprattutto senza padroni che decidono le regole del gioco.

Qui non comando nessuno, non obbligo nessuno a restare. La gente può entrare, leggere, ignorarmi serenamente oppure inciampare in una frase e riconoscersi, può chiudere la pagina, condividerla, detestarmi, capirmi a metà o non capirmi affatto. Va bene così.

Questo spazio non nasce per spiegare il mondo, non distribuisce dogmi, non offre manuali di salvezza e non pretende di insegnare agli altri come vivere. Semmai fa una cosa molto più semplice e molto più scomoda: guarda.

E io, a un certo punto, ho dovuto guardarmi.

Ho sofferto molto nella mia vita, ho amato molto, ho giustificato molto, ho tenuto insieme cose che forse non meritavano tutta quella fatica. Ho vissuto esperienze di violenza che, ancora oggi, se vengono raccontate nel modo più asciutto possibile, trovano sempre qualcuno pronto a dire che sono cose che succedono quando ci si arrabbia, quando si litiga, quando le relazioni diventano complicate.

La cosa curiosa è che quando di cose brutte te ne capitano abbastanza, quell’abbastanza rischia di diventare abitudine. Il dolore, se lo frequenti troppo, comincia ad arredarti casa: non lo vedi più come un’invasione, lo scambi per mobilio, ti ci muovi intorno, lo giustifichi, lo chiami carattere, momento difficile, litigio, incomprensione, amore complicato, e lo normalizzi fino al punto in cui la parte più assurda della storia non è più quello che ti è successo, ma il fatto che tu abbia cercato dentro di te una colpa abbastanza grande da renderlo comprensibile.

L’episodio che più di tutti mi ha costretta a guardare la realtà è stato l’ultimo. Essere lasciata contro la mia volontà in mezzo a una strada, di notte, dopo che questa persona ha pensato bene di allontanarmi con le mani e con un calcio pur di non farmi salire, avrebbe dovuto interrompere immediatamente qualsiasi tentativo di giustificazione. E invece io me la sono presa con me stessa.

Ho passato giorni a dirmi che lo avevo fatto arrabbiare, che avevamo litigato, che forse avevo insistito troppo, che forse se fossi stata più calma, più morbida, più accomodante, non sarebbe successo. In quel ragionamento malato non contavano la paura, il pericolo, lo shock, la violenza, ma contava solo quel vecchio copione che molte donne conoscono bene: se lui perde il controllo, tu cerca bene dove hai sbagliato.

E io ho cercato, ho cercato dentro di me una spiegazione abbastanza rassicurante da permettermi di continuare a vedere la persona che amavo e non quella che avevo davanti. Perché a volte è meno doloroso pensarsi sbagliate che ammettere di essere state ferite da qualcuno che si ama.

Poi ho iniziato a scrivere.

All’inizio era rabbia, dolore, confusione. Scrivevo perché non sapevo dove mettere tutto quello che sentivo e perché, quando una storia viene riscritta da chi ti ha fatto male, rischi di dubitare perfino della tua memoria. Poi, piano piano, la scrittura ha smesso di essere soltanto una ferita aperta ed è diventata osservazione.

Ed è qui che è successo qualcosa di interessante.

Non sono diventata una femminista impazzita, non ho iniziato a odiare gli uomini, non mi sveglio la mattina con il manifesto ideologico sotto il cuscino e una tazza con scritto “abbasso il patriarcato”. Sono madre di un futuro uomo e ne sono profondamente fiera.

Il punto è che ho smesso di fare la traduttrice simultanea della realtà.

Per anni sono stata bravissima a tradurre la violenza in “momento difficile”, la manipolazione in “carattere complicato”, il controllo in “troppo amore”, la paura in “forse ho esagerato”.

Ero molto brava, davvero. Avrei potuto aprire uno studio professionale: “Moriconi Traduzioni Emotive. Specializzata nel trasformare fatti scomodi in problemi di autostima femminile.”

Perché il problema non sono gli uomini in quanto uomini e le donne in quanto donne. Il problema sono i copioni che molti uomini e molte donne continuano a recitare chiamandoli amore, famiglia, carattere, gelosia, normalità.

Io ero anche dall’altra parte: ero tra quelle che giustificavano, tra quelle che cercavano il contesto, l’attenuante, la spiegazione, tra quelle che davanti a una violenza provavano ancora a domandarsi: “Sì, ma io cosa ho fatto?”

Non mi sono svegliata illuminata e migliore degli altri. Ho solo iniziato, molto lentamente e con molta fatica, a rimettere i pezzi del puzzle al loro posto.

Non ho cambiato bandiera, ho cambiato nome alle cose.

Ho iniziato a chiamare violenza la violenza, manipolazione la manipolazione, paura la paura, controllo il controllo, confine il confine. Sembra semplice, ma non lo è affatto quando sei stata abituata a tradurre tutto in una lingua più comoda per chi ti ha ferita.

Forse crescere non significa smettere di amare, forse significa smettere di usare l’amore come anestetico contro ciò che vediamo chiaramente.

Per anni ho pensato che capire significasse giustificare, che comprendere la sofferenza dell’altro mi obbligasse a farmi carico anche della sua parte peggiore. Poi ho capito che comprendere una dinamica non significa assolverla e che l’empatia, quando viene usata per cancellare se stessi, smette di essere una virtù e diventa una forma molto elegante di autoabbandono.

Il confine non è cattiveria, non è freddezza, non è egoismo. Il confine è il punto esatto in cui una persona decide di non abbandonarsi più.

E forse è proprio questo che ancora disturba, perché una donna che smette di abbandonarsi diventa improvvisamente meno gestibile, meno accomodante, meno disposta a fare pace con ciò che la ferisce.

La società non è ancora pronta ai confini femminili, non tutta, non ancora. E la parte più scomoda da ammettere è che non ero pronta neanche io. Non li vedevo, giustificavo sempre, giustificavo perché amavo, certo, ma anche perché ero stata educata a farlo. Molte donne imparano molto presto che tenere insieme le cose è più importante che chiedersi se quelle cose meritino davvero di restare insieme.

Ci ho messo lacrime e dolore per riuscire a dire a me stessa che non era colpa mia, e ce ne ho messe ancora di più per aggiungere che quello che avevo subito non poteva essere sminuito, nemmeno da me.

Perché due persone possono lasciarsi, possono non scegliersi più, smettere di amarsi, prendere strade diverse. Succede, fa parte della vita.

Ma la violenza no.

La violenza non può essere chiamata litigio, carattere, esasperazione, reazione, stanchezza o amore finito male.

La violenza è violenza.

E non ha bisogno di finire in tragedia per meritare il suo nome. Non deve diventare un lutto, una notizia, un fascicolo più pesante, una fotografia su un giornale per essere riconosciuta. Anche ciò che non uccide può spezzare, spaventare, deformare la percezione di sé, insegnare a una persona a dubitare della propria memoria, del proprio corpo, della propria paura.

Forse è proprio per questo che va raccontata prima, quando qualcuno prova ancora a chiamarla litigio, carattere, rabbia, momento difficile. Perché ogni volta che sminuiamo un gesto violento solo perché “poteva andare peggio”, stiamo già preparando il terreno perché vada peggio davvero.

E il primo atto di onestà, forse, è smettere di cambiarle nome solo perché il nome giusto mette in discussione le narrazioni con cui abbiamo imparato a convivere e costringe chi l’ha subita a guardare davvero quello che è successo.

C’è poi chi, davanti ai fatti, sceglie la strada più creativa: riscriverli, cambiare le luci, spostare i mobili, sistemare la scenografia e sperare che basti raccontare un’altra versione per trasformare la realtà in un incidente di percezione.

È quasi tenero, se non fosse tragico, questo bisogno di proteggere l’immagine come se l’immagine fosse la sostanza, come se bastasse pronunciare parole grosse, agitare minacce o evocare conseguenze per far tornare una donna al suo posto: zitta, intimidita, magari pure grata del permesso di respirare.

Peccato: io quel posto non lo occupo più.

Ho avuto paura, certo, quella vera. Ma quella paura è passata e al suo posto è rimasta una cosa molto meno comoda da gestire: lucidità.

La lucidità è antipatica, lo so. Non fa scenate, non lancia piatti, non si mette il mascara waterproof per piangere con dignità cinematografica. Sta lì, osserva, collega i pezzi e a un certo punto dice: “Ah. Quindi era questo.”

Io non scrivo per vendicarmi, scrivo perché ho smesso di partecipare alla cancellazione ordinata della mia esperienza. E se qualcuno pensa che basti agitare parole grosse per farmi tornare zitta, forse ha semplicemente sopravvalutato il proprio potere e sottovalutato la mia memoria.

Non ho tutte le risposte e diffido moltissimo di chi arriva con il pacchetto completo di illuminazione interiore, saldo estivo e spedizione gratuita. Però una cosa l’ho capita: non si diventa donne libere odiando qualcuno, si diventa un po’ più libere quando si smette di mentire a se stesse.

E per certe donne, credetemi, questa è già una rivoluzione.

Elena M

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