Ma davvero è questa la domanda?

Ieri ho letto la notizia dell’ennesimo femminicidio.

E prima di qualunque riflessione viene lei: una donna uccisa, una vita spezzata, una persona che non dovrebbe diventare materiale da commento, teoria o discussione da tastiera. Io non so cosa abbia vissuto, non conosco la sua storia e non ho nessuna intenzione di usarla per spiegare la mia. Posso solo fermarmi davanti alla sua morte con rispetto e dolore, e poi osservare quello che quella morte, purtroppo, fa emergere intorno.

Come spesso accade quando pensi di avere già abbastanza fiducia compromessa nell’umanità, ho fatto quella cosa sconsigliatissima che andrebbe vietata dopo una certa ora: ho letto i commenti.

Tra messaggi di dolore, rabbia, incredulità e condoglianze, mi sono trovata davanti a una frase che mi ha fatto accapponare la pelle. Qualcuno si chiedeva, con una sicurezza che aveva il fascino discreto del bar sport applicato alla tragedia, perché una donna con quattro figli decidesse di separarsi “come niente fosse” e per andare dove.

Mi sono fermata.

Non tanto per la frase in sé, che già basterebbe a far venire voglia di spegnere internet e tornare ai piccioni viaggiatori, quanto per tutto quello che quella frase portava con sé. Perché non era solo una domanda mal posta. Era una visione del mondo.

Una donna ha perso la vita e, in mezzo al dolore, qualcuno è riuscito comunque a trovare il modo di spostare lo sguardo su di lei, sulla sua scelta, sulla sua separazione, sul suo presunto dovere di restare. Come se il punto fosse capire perché una donna se ne va e non perché qualcuno arrivi a pensare di avere il diritto di non lasciarla andare.

Poi un’altra persona gli ha risposto, chiedendo perché una donna non dovrebbe essere libera di divorziare e cambiare vita, soprattutto se quella scelta, vista la fine, forse aveva delle ragioni profonde. A quel punto è arrivata la replica, ancora più chiara, ancora più rivelatrice, quella che toglie qualsiasi dubbio sulla direzione del pensiero: “Usate gli uomini finché non vi servono più, per fortuna anche gli uomini si sono svegliati e fanno la stessa cosa”.

Ecco.

Qui non siamo più davanti a una domanda ingenua, né a una riflessione goffa sulla famiglia, sui figli o sulle separazioni. Qui siamo davanti a un copione culturale in tutta la sua grazia da elefante in cristalleria: le donne se ne vanno perché usano, perché abbandonano, perché smettono di servire il ruolo che qualcuno aveva immaginato per loro. E se un uomo reagisce male, se non accetta, se distrugge, se punisce, se arriva all’irreparabile, c’è comunque una parte di mondo che sente il bisogno di tornare lì, alla domanda più vecchia e più comoda:

lei perché se n’è andata?

Capite perché dico che non stiamo parlando di fantascienza?

Non sono teorie elaborate in qualche salotto intellettuale con candele profumate, tisana depurativa e citazione motivazionale appesa al muro. Sono frasi pubbliche, scritte da persone reali, sotto notizie reali, in mezzo a lutti reali. Sono quel materiale grezzo di cui è fatta la cultura quando si toglie il vestito buono e resta in ciabatte davanti alla tastiera.

E, paradossalmente, proprio lì si vede meglio.

Si vede che, anche davanti al caso massimo dell’assurdità, anche davanti alla morte di una donna, una parte del pensiero collettivo non riesce a partire dalla violenza, ma torna alla libertà femminile come se fosse un’anomalia da spiegare. Come se separarsi fosse un gesto sospetto. Come se una donna con figli dovesse produrre una perizia esistenziale per dimostrare di avere il diritto di dire:

questa vita non la voglio più.

La cosa più inquietante è che questo ragionamento non vive solo nei casi estremi. Lì esplode, certo, diventa scandaloso, indecente, quasi caricaturale nella sua brutalità, ma le sue radici sono molto più quotidiane e molto più educate. Vivono nelle frasi dette a mezza voce, nei:

“però anche lei”

“avrà esagerato”

“magari era solo un momento”

“con i figli si stringono i denti”

“certe donne vogliono tutto”

“gli uomini ormai non possono più dire niente”, che è una frase meravigliosa perché di solito viene pronunciata dopo ventisette minuti consecutivi in cui un uomo sta dicendo tutto.

Ecco, questa è la parte che mi interessa.

Non l’odio tra uomini e donne, che francamente mi annoia e mi sembra pure una pessima sceneggiatura, ma il modo in cui certi copioni continuano a passare per buon senso. Il modo in cui la sopportazione femminile viene ancora scambiata per maturità, mentre il confine femminile viene letto come egoismo, leggerezza, ingratitudine o tradimento.

Perché una donna che resta troppo a lungo viene guardata con pietà o giudizio, ma una donna che se ne va viene guardata con sospetto. Se resta, perché resta. Se se ne va, dove va. Se denuncia, perché denuncia. Se tace, allora forse non era così grave. Se muore, qualcuno trova comunque il modo di discutere le sue scelte con la tranquillità di chi sta commentando il finale di una serie tv.

E no, non sto dicendo che ogni separazione nasconda violenza, né che le donne siano creature angeliche con certificato di purezza emotiva allegato alla nascita. Le relazioni possono essere complicate, le persone possono ferirsi, usarsi, deludersi, manipolarsi, indipendentemente dal genere. Lo sappiamo, grazie, possiamo anche evitare di incidere questa ovvietà sul marmo del tempio della parità.

Il punto è un altro.

Il punto è che, davanti alla violenza, continuare a cercare la colpa nella libertà della vittima non è analisi, è rimozione. È quel trucco mentale che ci permette di non guardare la cosa più spaventosa: il fatto che alcune persone vivano il NO dell’altro non come un limite legittimo, ma come un affronto da correggere, una ferita narcisistica da punire, una perdita di controllo da riparare con il dominio.

E qui, volendo fare le persone serie ma senza indossare il tailleur della conferenza, bisognerebbe dirlo chiaramente:

nessuno appartiene a nessuno.

Neanche dopo anni, neanche dopo una casa, neanche dopo quattro figli, neanche dopo promesse, sacrifici, fotografie al mare, cene dai parenti e tutto l’album completo della rispettabilità familiare.

Forse il problema è che continuiamo a guardare solo la punta dell’iceberg: ci indigniamo davanti all’omicidio, ed è giusto farlo, ci fermiamo per qualche giorno, condividiamo articoli, proviamo dolore, poi lentamente torniamo alla normalità, e insieme alla normalità tornano anche tutte quelle cose che stavano lì prima, sotto la superficie.

Forse sotto quella punta dell’iceberg c’era già molto altro, oppure no. Io non posso saperlo, e proprio per questo non voglio raccontare la sua storia al posto suo. Quello che posso osservare è il modo in cui, anche davanti alla sua morte, qualcuno ha sentito il bisogno di giudicare la sua scelta invece di interrogarsi sulla violenza.

Tornano i commenti minimizzanti, le battute, il controllo scambiato per amore, la svalutazione chiamata carattere, la punizione emotiva travestita da litigio, la difficoltà ad accettare un no o un confine, come se il problema iniziasse solo quando diventa irreparabile.

E invece il femminicidio è spesso il punto finale di qualcosa che esiste già molto prima. È la parte dell’iceberg che emerge dall’acqua e ci costringe a guardare, mentre sotto resta una massa enorme fatta di stereotipi, misoginia, possesso, disprezzo per la libertà femminile e copioni culturali che continuiamo a considerare normali.

Forse è questo che dovremmo iniziare a osservare con più onestà: non solo ciò che ci sconvolge quando ormai è troppo tardi, ma tutto ciò che, molto prima, abbiamo imparato a non vedere.

Ma non voglio fingere che sotto quel post ci fosse solo il buio, perché non è vero.

C’erano tantissimi commenti di donne, indignate, addolorate, lucide, stanche di vedere la stessa scena ripetersi con copioni appena modificati. E c’erano anche uomini. Pochi, certo, almeno in quella piccola statistica improvvisata dei commenti social, ma c’erano. Uomini che hanno contestato quella narrazione, che hanno scritto chiaramente che una donna è libera di separarsi, che il problema non è lei che se ne va ma chi non accetta che possa farlo.

E questa cosa mi ha fatto bene.

Perché quella piccola percentuale mi ha ricordato che la misoginia non è il destino biologico del maschile, ma una cultura, e proprio perché è cultura può essere vista, nominata, rifiutata. Mi ha ricordato che esistono uomini che non hanno bisogno di sentirsi sminuiti dalla libertà di una donna, uomini che non confondono il rifiuto con un’umiliazione, uomini che non cercano nel dolore maschile una scusa per cancellare la responsabilità.

E forse sono proprio loro a farmi sperare di più.

Non perché “salvano” le donne, per carità, che abbiamo già abbastanza lavoro senza aggiungere anche il casting del principe eticamente aggiornato. Ma perché mostrano che un altro modo di essere uomini esiste, e quando un uomo contesta pubblicamente certi discorsi, non sta facendo un favore alle donne: sta ripulendo anche il proprio genere da una caricatura miserabile.

Perché questa non è una guerra delle donne contro gli uomini. È una guerra contro idee che fanno male a tutti.

Fa male agli uomini l’idea che il loro valore dipenda dal possesso. Fa male alle donne l’idea che la loro libertà debba essere continuamente autorizzata. Fa male a tutti l’idea che l’amore sia controllo, che la fine sia umiliazione, che il no sia una provocazione, che la separazione sia una colpa da spiegare davanti al tribunale permanente dell’opinione altrui.

Forse è per questo che certi commenti mi fanno così paura. Non perché siano eccezioni mostruose, ma perché somigliano troppo a frasi che abbiamo già sentito in forme più educate, più accettabili, più presentabili. Il mostro, spesso, non arriva vestito da mostro. A volte arriva travestito da buon senso, da difesa della famiglia, da “io faccio solo una domanda”, che poi di solito è la frase con cui iniziano le peggiori discese agli inferi argomentativi.

E allora sì, bisogna parlarne.

Bisogna parlare di queste frasi, non per mettere alla gogna chi le scrive, ma per smettere di considerarle normali. Bisogna guardarle con la stessa lucidità con cui si guarda una crepa nel muro: non per fare tragedia, ma perché se continui a coprirla con un quadro prima o poi ti cade la casa addosso, e poi tutti lì a dire che nessuno poteva immaginare.

Io non ho tutte le risposte e diffido sempre di chi le ha, soprattutto se le vende con font elegante e promessa di rinascita personale in dieci mosse. Però una cosa mi sembra chiara: il modo in cui commentiamo la libertà di una donna dice moltissimo sul modo in cui siamo stati educati a immaginare l’amore.

E se davanti a una donna uccisa la domanda che ci viene in mente è ancora “perché se ne voleva andare?”, forse il problema non è solo la domanda.

È tutto il mondo che quella domanda si porta dietro.

Elena M.

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