L’amore è un caos. E a volte il caos ti chiama in ambulanza.

Ci sono giorni in cui ti muovi come una trottola: giri, rigiri, rimonti la storia, cerchi la vite mancante.

La domanda è sempre la stessa, puntuale come un mal di denti:

Cosa è successo davvero?

Sono reduce da una rottura. Di quelle che non finiscono quando finisce: finiscono dopo, a rate.
Mi sveglio con un nodo in gola e passo le giornate a interrogare tutto: ricordi, chat, dettagli insignificanti, perfino i sogni, come se da qualche parte ci fosse una frase nascosta capace di rimettere ordine nel disastro.

Oggi, però, la risposta mi arriva dal posto più improbabile.

Sono di turno in ambulanza. Attesa lunga, aria ferma, chiacchiere da corridoio. Un collega parla della sua relazione, della scelta di restare, del capire l’altro come gesto quotidiano. Io ascolto e mi rimane addosso una frase semplice, quasi fastidiosa per quanto è vera:

“Perché l’ho scelta.”

Poi arriva la chiamata.

Saliamo. E lui è lì: magro, pallido, settant’anni e quel tipo di sguardo che non sta mai dove sei tu. Lo chiamerò Luigi.

Non sembra avere un dolore fisico preciso. Ma è come se avesse un buco al centro, e quel buco parlasse.

Parte subito: una donna, Paola. Due anni fa. L’ha lasciato.
Dice “amore grande”, “relazione intensa”, “mi manca”. Dice tutte le parole giuste. Le dice bene. Le dice come se stesse facendo un provino.

Io lo ascolto e intanto vedo altro: le pause fatte apposta, il sorriso misurato, le mani che cercano applausi invisibili.

Poi, senza nemmeno accorgersene, fa cadere la maschera.

“L’uomo ha bisogno prima di tutto del contatto visivo. Gli devi piacere. Deve volerti baciare. Quando smette di desiderarti, smette di restare. È crudele, ma è così. Dopo i cinquanta, voi donne perdete fascino.”

Mi guarda e sorride con quella dolcezza che sa di condiscendenza. E aggiunge, quasi carezzevole:

“Scusa, tesoro mio. Sono crudo, ma è una verità triste.”

È qui che capisco che non sta parlando di Paola. Sta parlando di sé.
Di come il mondo deve funzionare per non metterlo mai in discussione.

Poi arriva la confessione, quella che dovrebbe renderlo “profondo”:

“Sono stato un narcisista cronico. Amavo le donne per un po’, poi mi stancavo. Cercavo carne nuova. Ma quella ricerca non mi ha mai dato felicità.”

E subito dopo, la scena madre:

“Finché non ho rivisto lei. Ho capito che volevo solo restare. Che era la mia donna. Tra miliardi, volevo solo lei.”

Lo dice come se fosse una redenzione. Come se bastasse capire tardi per cancellare il danno fatto prima.

Io, invece, sento una cosa chiarissima: il suo risveglio arriva dopo. Dopo aver ferito, illuso, consumato.
La stessa dinamica è ancora lì, sotto le parole: idealizzare, prendere, stancarsi, scappare. E poi tornare, quando conviene, quando serve, quando manca la dose di adorazione.

E Paola? Paola a un certo punto fa l’unica cosa sana:

si allontana. Per sempre.

Mentre lui parla di “seconda possibilità”, io provo una sensazione dolce e liberatoria: quella lontananza è giusta. Necessaria. Salvifica.
Paola fa ciò che Luigi non ha mai saputo fare: restare fedele a se stessa, non al bisogno di essere scelta da qualcuno che sceglie solo quando gli fa comodo.

Luigi continua: idolatria, ammirazione, adorazione.
Il dolore dell’altro resta sullo sfondo, come una scenografia.

E in quel tragitto capisco una cosa che avrei voluto capire prima, con meno lacrime:

non tutti cambiano.
Alcuni girano per tutta la vita attorno al proprio ego, e chiamano “amore” tutto ciò che li rimette al centro.

Io sono lì, con gli occhi che si aprono piano. Ancora triste, sì. Ma più lucida.

E mi dico questa verità, dolorosa e pulita:

alcune persone devono restare lontane. E quando restano lontane, è giusto così.

Perché l’amore non è fuga teatrale.
Non è sparire e poi tornare con la scusa delle emozioni complesse.
Non è esserci solo quando è facile.

L’amore è restare. È scegliere. È costruire.

È, banalmente, esserci.

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