Questo non è un testo comodo.
Non è scritto per essere condiviso con un cuore rosso sotto.
È uno di quei pezzi che non fanno sentire migliori, ma più responsabili.
Se decidi di leggerlo, fallo senza cercare attenuanti.
Non per me.
Per te.

C’è una frase che viene detta troppo spesso, e che dice molto più di quello che sembra:
“Sei tu che me lo hai fatto fare.”
È una frase perfetta.
Perfetta per non assumersi nulla.
Perfetta per trasformare chi colpisce in vittima.
Perfetta per ribaltare la scena.
Perché se sei tu che me lo hai fatto fare, allora io non ho scelto.
Io ho reagito.
Io sono stato provocato.
Io sono stato portato al limite.
E così la responsabilità cambia direzione.
Scivola.
Si posa su chi ha già ricevuto il colpo.
“Sei tu che mi provochi.”
“Sei tu che mi fai perdere la testa.”
“Sei tu che mi costringi.”
No.
Nessuno costringe qualcuno a colpire.
Nessuno obbliga qualcuno ad aggredire.
Nessuno obbliga qualcuno ad abbandonare una donna in mezzo alla strada all’una di notte, a venticinque chilometri da casa, alla mercé di chiunque.
Quella non è una reazione.
È una scelta.
E quando si prova a trasformarla in “una lite”, succede qualcosa di ancora più grave.
Perché non è morto nessuno, giusto?
Non è morto nessuno.
Come se la misura della violenza fosse il funerale.
Come se il dolore avesse diritto di parola solo quando c’è un corpo da piangere.
A me è andata bene.
Sono viva.
Ma sono stata aggredita.
Colpita.
Abbandonata.
Messa in pericolo.
Questa non è una discussione di coppia.
Non è una giornata storta.
Non è “un momento di rabbia”.
È violenza.
Va detto ad alta voce.
E ogni volta che qualcuno minimizza, che smussa, che dice “avete sbagliato entrambi”, sta facendo qualcosa.
Sta alimentando una cultura.
La cultura della giustificazione.
La cultura in cui la responsabilità si diluisce.
La cultura in cui chi colpisce trova sempre un motivo, una provocazione, una spiegazione.
“Sei tu che me lo hai fatto fare.”
No.
Gli atti violenti non si fanno fare.
Si scelgono.
Chi assolve è complice.
Chi giustifica è complice.
Chi normalizza è complice.
È assurdo che nel 2026 dobbiamo ancora scrivere nero su bianco che colpire una donna e lasciarla sola di notte in mezzo alla strada è violenza.
È inaudito che dobbiamo ancora spiegare che il confine non è la morte.
La misura non è il funerale.
La misura è il rispetto.
A cosa serve il 25 novembre se poi, negli altri trecentosessantaquattro giorni, si continua a spostare la responsabilità?
A cosa serve una data sul calendario se non abbiamo il coraggio quotidiano di dire: questo non si fa?
Non si può minimizzare solo perché qualcuno è sopravvissuto.
Non si può lavare la coscienza con un post, una candela, una ricorrenza.
Io sono viva.
E scrivo.
Ma il fatto che io possa raccontarlo non rende la violenza meno violenza.
La rende solo visibile.
E visibile deve restare.
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