
Mi sono fermata davanti a questo poster e, con mia sorpresa, non ho guardato la cima. Non il femminicidio, non lo stupro, non lo stalking. Quelli li vediamo tutti. Ci indigniamo bene davanti alle tragedie concluse, siamo eccellenti nel riconoscere il sangue quando ormai ha raggiunto il pavimento. Sulla punta dell’iceberg abbiamo sviluppato persino una certa sensibilità collettiva: condividiamo post, scriviamo frasi, abbassiamo lo sguardo e diciamo che è terribile.
Poi però ho guardato sotto.
Molto sotto.
Quasi nascosta, come se fosse una nota a piè pagina della storia, c’era una parola che trovo infinitamente più inquietante: colpevolizzazione delle vittime di violenza.
Ed è curioso, perché forse è proprio lì che comincia tutto.
Perché una società che domanda a una persona “perché ci sei tornata?”, “perché hai aspettato?”, “perché ne parli adesso?”, “sei sicura che sia andata così?” ha già spostato il peso. Con un movimento elegante, quasi invisibile, prende gli occhi da chi compie un gesto e li posa su chi lo racconta.
Trovo sempre straordinario il talento che abbiamo nel processare la voce invece di ascoltare il contenuto. Improvvisamente non si discute più del dolore, della paura, della libertà violata o dell’umiliazione; si discute del tono, delle parole usate, del momento scelto per parlare. Come se esistesse un galateo del dolore. Come se una persona dovesse soffrire con discrezione, raccontare con misura e, soprattutto, disturbare il meno possibile.
Forse è per questo che molte persone non tacciono perché non hanno niente da dire. Tacciono perché a un certo punto imparano che il prezzo del racconto rischia di diventare più pesante del racconto stesso.
Eppure c’è una cosa che continua a sembrarmi profondamente sbagliata: l’idea che la verità debba sempre sedersi sul banco degli imputati mentre certe dinamiche continuano a passeggiare tranquille, vestite da carattere, fragilità, amore o semplice fraintendimento.
E forse il punto è proprio questo: una donna su tre in Italia subisce violenza nel corso della propria vita. Una su tre. Non stiamo parlando di un’anomalia statistica, di un incidente raro, di qualche caso isolato da relegare alle pagine di cronaca. Stiamo parlando di qualcosa di così esteso da essere quasi strutturale.
Forse questo iceberg non è invisibile.
Forse siamo noi che non vogliamo guardarlo davvero.
Perché guardarlo significherebbe ammettere che il problema non è soltanto la punta che emerge dall’acqua. Il problema è tutto ciò che la sostiene sotto: il controllo chiamato premura, la manipolazione chiamata amore, la paura chiamata esagerazione, il silenzio chiamato buon senso.
Il problema degli iceberg è che tutti guardano la punta. Quello che dimenticano è che le navi non affondano per la parte che vedono. Affondano perché hanno colpito la parte che nessuno ha voluto osservare.
C’è però una cosa che questo iceberg non dice. O forse la dice e bisogna averci vissuto dentro per accorgersene: a un certo punto qualcuno si aspetta che tu faccia una cosa molto precisa. Che abbassi lo sguardo, che limi gli angoli, che renda il dolore più educato, più digeribile, più comodo per chi ascolta.
È una dinamica curiosa. A volte non si prova nemmeno a negare un vissuto; si prova a riscriverlo. Si spostano i pesi, si cambiano i nomi alle cose, si rende confuso ciò che era chiarissimo a chi lo ha attraversato. Perché una verità indebolita fa meno paura di una verità pronunciata a voce piena.
Ho scoperto però che la memoria non è argilla nelle mani degli altri. E non ho alcuna intenzione di partecipare alla riscrittura di ciò che ho visto, sentito o vissuto.
Non confondo il silenzio con l’eleganza e non confondo la paura con il rispetto. Raccontare una verità non significa dichiarare guerra a qualcuno. Significa semplicemente rifiutarsi di diventare complice della sua cancellazione.
Perché ci sono persone che temono le parole non quando sono false.
Le temono quando sono vere.
Arte di Amarsi Male™ non è un consiglio. È un’autopsia. E le autopsie non si fanno per disturbare qualcuno; si fanno per capire cosa ha ucciso qualcosa.
Elena M
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