Dedicato a tutte quelle che, davanti a un asciugamano rosa e a un cassetto libero, hanno sentito l’inconscio collettivo fare standing ovation. Peccato che poi arrivi la vita, con gli anfibi sporchi, le tensioni personali e quella tendenza tutta umana a depositare il proprio caos nel primo cuore disponibile. Un pezzo sull’amore, sui simboli domestici e su una verità poco romantica ma necessaria: voler bene a qualcuno non significa arredare stanze in cui non si respira.
Per qualche giorno ho creduto che l’amore avesse la forma di un asciugamano rosa, e lo so, detta così sembra una frase scritta da una donna emotivamente provata, ma in mia difesa va detto che, dopo anni di uomini capaci di lasciare impronte affettive simili a quelle di un trasloco fatto male, un uomo che ti fa spazio nel bagno può sembrare quasi un’apparizione mistica, non proprio la Madonna di Lourdes, più una versione domestica e ormonale della salvezza:
profuma di ammorbidente, libera un cassetto e ti dice, senza dirlo davvero, “qui puoi mettere qualcosa di tuo”.
Per una come me, che ha sviluppato nel tempo una sofisticata competenza nel dormire con un piede dentro e uno fuori dalle relazioni, il cassetto non è mai solo un cassetto. Il cassetto è Jung che bussa alla porta con una brugola Ikea in mano, è il simbolo, l’archetipo della permanenza, l’inconscio collettivo che ti guarda e dice:
“Cara, qui si sta aprendo un varco”
E infatti io, invece di lasciare lì le mie cose come farebbe una persona normale, ho ripreso tutto: crema, spazzolino, mutande, residui di mascara, dignità e ansia da occupazione abusiva di spazio affettivo.
Non perché non volessi restare, ma perché restare mi faceva paura. Quando qualcuno ti fa posto, e tu quel posto lo senti davvero, il problema non è entrarci; il problema è sopravvivere all’idea che un giorno quello stesso spazio possa richiudersi con la stessa facilità con cui si è aperto. Io non ho paura dei gesti grandi, perché le promesse enormi ormai le riconosco:
hanno il trucco pesante, parlano troppo e chiedono applausi.
Ho paura dei gesti piccoli fatti con leggerezza, perché arrivano bassi, quotidiani, quasi innocenti, e tu non sai più se stai assistendo alla nascita di una casa o all’ennesimo allestimento temporaneo di un cuore in affitto.
Poi, naturalmente, è arrivata la vita, perché la vita, quando vede due persone che si stanno innamorando troppo bene, sente il dovere morale di entrare con gli anfibi sporchi e ricordare a tutti che l’amore non è solo pelle, vocali dolci, lenzuola disfatte e parole grosse dette con la voce bassa.
L’amore è anche il lavoro che pesa, il nervoso che monta, la frustrazione che cola dai bordi, il malessere che si siede sul divano e inizia a occupare tutto lo spazio, finché del famoso “noi” resta solo una sedia pieghevole in fondo al corridoio.
Ed è lì che l’incanto, poverino, si toglie il vestito buono e resta in mutande davanti alla realtà. Perché siamo tutti bravissimi ad amare quando l’amore sa di pelle calda, di corpi che si trovano come se avessero perso tempo per anni solo per arrivare lì, di “amore mio” detto mentre il mondo fuori sembra una pratica secondaria. Il problema non è quello. Il problema è cosa succede quando il mondo fuori smette di essere secondario e qualcuno porta dentro la relazione il proprio caos come se fosse un bagaglio a mano, ma grande quanto un trasloco.
Io, che ormai ho un master non riconosciuto dal MIUR in uomini emotivamente ingombranti, ho imparato una cosa:
non mi interessa solo che problema hai, mi interessa cosa fai diventare quel problema quando mi siedo accanto a te.
Mi interessa se lo condividi o se me lo rovesci addosso, se mi dici “sto male” o se fai diventare il tuo male l’unico inquilino della stanza, se mentre sei arrabbiato con il mondo ti ricordi che io non sono il mondo. Questa distinzione sembra piccola solo a chi non ha mai fatto da cassonetto emotivo a qualcuno.
C’è una differenza enorme tra accogliere una persona in un momento difficile e diventare il secchio dell’umido della sua frustrazione, una differenza che purtroppo nessuno insegna a scuola, probabilmente perché siamo ancora impegnati a memorizzare il ciclo di Krebs, mentre nessuno ci spiega come riconoscere un adulto che condivide dolore da uno che arreda la relazione con il proprio caos.
E così, quando il malessere diventa clima, quando la rabbia diventa centrotavola e la pesantezza una specie di profumo d’ambiente, io sento una cosa molto precisa: mi sposto.
Non mi sposto sempre con il corpo, perché il corpo, poverino, ha i suoi tempi e spesso resta aggrappato a ciò che lo ha acceso; mi sposto dentro, in quel punto invisibile in cui prima eri morbida, aperta, appoggiata, e poi improvvisamente qualcosa si irrigidisce, prende nota, alza il sopracciglio e dice:
“Interessante, quindi quando sta male, lui diventa questo”.
Non è una condanna, è osservazione clinica.
Io non credo molto alle epifanie con la luce divina, ma credo moltissimo a quei piccoli movimenti interni che accadono senza chiederti il permesso, perché il corpo sa quando un posto smette di respirare molto prima che la testa trovi una frase elegante per dirlo su WhatsApp.
E lì, per me, si apre sempre il grande tema:
quanto posso restare accanto a qualcuno senza tradirmi?
Posso amare, capire, ascoltare, esserci, vedere l’uomo dietro il nervoso e comprendere che nessuno è la versione migliore di sé quando gli stanno crollando addosso lavoro, fatica e vita, ma non posso fare una cosa: non posso chiamare amore il mio stare male. Questa è la fregatura che, a un certo punto, una donna deve smettere di concedersi.
Per anni ci raccontano che amare significa sopportare, capire, restare, sostenere, non giudicare, avere pazienza, tutte cose bellissime, per carità, peccato che nessuno aggiunga mai la postilla fondamentale, quella scritta in piccolo sotto il contratto:
sostenere non significa essere invasa, capire non significa giustificare, restare non significa sparire.
Io quella versione di me la conosco: quella che minimizza, che dice “vabbè, è un periodo”, che traduce ogni assenza in fatica e ogni bruttura in “non lo fa apposta”, quella che prende una stanza piena di fumo e dice: “Forse sono io che ho i polmoni delicati”.
No.
A un certo punto una donna deve poter dire “qui non respiro” senza che questo venga archiviato come pretesa, ansia, insicurezza o altra etichetta utile a spostare il problema dal comportamento dell’altro alla sensibilità di chi lo sente. Perché questa è la parte subdola: quando tu porti un sentire e qualcuno prova a trasformarlo in un tuo difetto, il passato si alza in piedi e comincia ad applaudire sarcastico.
Ah, eccoci, la vecchia scuola, quella in cui il tuo confine diventa una minaccia, il tuo bisogno una richiesta, la tua lucidità una colpa.
E allora bisogna fare attenzione, perché non tutto ciò che somiglia al passato è il passato, e a volte una frase sbagliata nasce da difesa, paura, goffaggine, incapacità momentanea di reggere il disagio.
Non tutti gli inciampi sono destino, non tutte le crepe sono crolli, non tutti gli uomini che dicono una cosa storta sono immediatamente il reincarnarsi karmico del tuo ex peggiore con una diversa combinazione di capelli e problemi lavorativi.
Però non tutto va nemmeno assolto in nome dell’amore appena nato.
Qui serve quella cosa difficilissima che nessuna commedia romantica ci ha mai insegnato:
restare presenti senza diventare sceme, essere morbide senza diventare modellabili, ascoltare senza offrirsi come superficie assorbente.
Io non volevo voltargli le spalle, non volevo sparire, punire, fare silenzio strategico o diventare di marmo per vedere se mi rincorreva, anche perché ho un po’ di anni e a una certa i giochi emotivi dovrebbero andare in pensione insieme ai jeans a vita bassissima.
Io volevo esserci, ma non volevo stare male per esserci.
E questa forse è una delle frasi più adulte e meno comode che si possano dire in amore:
ci sono, ma così non sto bene.
Sembra semplice, ma non lo è, perché appena la dici rischi che l’altro ti veda giudicante, pretenziosa, pesante, rischi di scoprire che il tuo amore non regge la tua verità, e questo fa una paura del demonio, soprattutto quando quel corpo ti piace, quella voce ti manca e una parte di te vorrebbe solo infilarsi nel suo collo e dimenticare la psicologia, la Gestalt, Jung, il lavoro, il cassetto e possibilmente anche la propria dignità.
Ma se non sei disposta a perderlo, non sarai mai fedele a te stessa. Questa frase dovrebbero venderla in farmacia, accanto al magnesio e alle gocce per dormire.
Non significa che devi perderlo, significa che devi sapere che potresti; devi poter dire la tua verità anche sapendo che l’altro potrebbe non reggerla, perché se l’unico modo per tenere qualcuno è smettere di sentire, allora non stai amando, stai barattando te stessa con una presenza, e io quella compravendita non la voglio più fare.
Così ho parlato, non con la grazia di una santa, probabilmente, ma nemmeno con la ferocia di una donna che vuole distruggere. Ho detto che qualcosa si era spostato, che non era il suo problema a farmi male, ma il modo in cui lo avevo visto starci dentro, il suo malessere diventato clima, la poca cura verso quello che stavamo vivendo noi.
Ho detto che per me una relazione è cura, non solo quando ci si abbraccia, non solo quando si fa l’amore, non solo quando tutto è bello e il corpo canta una canzone che, finalmente, non sembra una pratica amministrativa compilata male.
La cura si vede quando uno sta male, quando è arrabbiato, quando ha un problema, quando il mondo gli sta sulle spalle e potrebbe usarlo come scusa per diventare ruvido, cieco, centrato solo su sé stesso.
È lì che guardo.
Non perché voglio un uomo perfetto, gli uomini perfetti mi hanno sempre insospettita:
di solito o mentono, o stanno per venderti un corso online sul maschile sacro.
Io voglio un uomo umano, ma umano non significa inconsapevole, non significa “mi viene così, prendimi come sono”, non significa che ogni sua tempesta debba diventare la mia meteorologia emotiva.
Forse le relazioni sono proprio questa fatica qui: non l’assenza di inciampi, ma il modo in cui due persone si guardano dopo essersi inciampate addosso.
È facile amare l’uomo che ti apre un cassetto; più difficile è capire cosa fare quando, in quel cassetto, rischia di metterci anche il suo caos. E lì non serve chiudere subito il mobile e scappare, ma nemmeno restare a riordinare da sole.
Forse l’amore non è il momento in cui tutto è perfetto, ma quello in cui qualcosa si sporca e nessuno dei due usa lo sporco come scusa per imbrattare l’altro. Forse è quando tu riesci a dire la tua paura senza farne una sentenza e l’altro riesce a sentirla senza farne un’offesa. Forse è quando il famoso “noi” non viene lasciato morire sotto il primo carico di nervoso, ma nemmeno tenuto in vita artificialmente con baci, sesso e frasi dolci mentre una parte di te sta già facendo le valigie in silenzio.
Io non voglio più arredare stanze in cui soffoco. Voglio un posto dove, anche quando fuori c’è casino, qualcuno si ricordi di aprire una finestra. E magari sì, quel posto può avere anche un asciugamano rosa, ma solo se dentro, oltre alle mie cose, c’è spazio anche per respirare.
Elena M

Rispondi